Carne, un chilo “costa” due piscine olimpioniche
16 Novembre 2012
Gli esperti la chiamano “acqua virtuale”: è la quantità necessaria per produrre un cibo, l’impronta idrica che un determinato alimento si porta dietro. Ed, in tempo di
globalizzazione e crisi economica, anche il costo della tavola diventa importante.
Ad occuparsene, una ricerca del Politecnico di Torino (sezione WaterInFood) diretta dai professori Luca Ridofi e Francesco Laio e recentemente presentata al Circolo dei Lettori del capoluogo
piemontese.
Per cominciare, no fraintendimenti: come spiegano i docenti, “Il nome non deve trarre in inganno: in questo campo nulla è più reale del virtuale: l’acqua di cui parliamo non
è presente nell’alimento, ma è stata consumata per produrlo e incide in modo concreto sull’ambiente”.
Allora, ecco dati di fatto: l’acqua che serve per l’alimentazione, produttori e consumatori messi assieme, tocca i 2.500 miliardi di metri cubi, 50 volte la quantità annuale che il Po
riversa nell’Adriatico.
Non a caso, l’80% del consumo idrico mondiale è impiegato per produrre cibo, con i Paesi industrializzati che si collocano come produttori, consumatori od entrambi.
Ad esempio, l’Italia è un importatore di acqua virtuale. La Cina, col mutare delle condizioni economiche, è passata da esportatore modesto ad importante sempre più
bisognoso.
E, come prevedibile, ogni alimento ha un costo in acqua virtuale diverso.
In prima fila, gli alimenti d’origine animale. Un chilo di carne bovina si ottiene con 6,5 kg di granaglie, 36 di pasta e 155 litri d’acqua: impronta idrica, 15.400 litri. Invece, per allevare
un capo singolo servono 5000 metri cubi, il doppio di una piscina olimpionica.
Più modesto il caffè: la singola tazzina si ferma a 140 litri.
Infine, il torinessissimo gianduiotto tocca quota 130 litri: acqua per i campi, acqua contro inquinanti, pesticidi ed altri trattamenti per le piante.
Matteo Clerici




