Amianto: l'emergenza continua

Sono passati quindici anni da quando l’amianto è stato bandito in Italia (la legge che lo vieta è del 1992), ma l’emergenza dovuta all’uso scriteriato di questo materiale
altamente nocivo per la nostra salute non è finita; Anzi, secondo gli esperti, il peggio deve ancora arrivare: «Il picco di casi di mesotelioma, il tumore maligno a lunga
incubazione provocato dall’amianto, si raggiungerà nel 2015», dice a Newton Marino Gatto, professore di Ecologia del Politecnico di Milano. «115 anni dopo che una coraggiosa
dottoressa inglese aveva per prima messo in evidenza i danni ai polmoni provocati dall’amianto». E il peggio è che non si ammalano solo gli operai che per anni hanno lavorato nelle
fabbriche di amianto; l’Eternit di Casale Monferrato (Al) e la Fibronit di Bari sono le più grandi e famose. Se l’asbestosi, la malattia professionale tipica della categoria, richiede
lunghe esposizioni a dosi massicce di fibre di amianto, chiamato anche asbesto, e dunque colpisce solo chi lavora quotidianamente a contatto con esso, bastano sporadici contatti con l’amianto,
poche fibre insediate in profondità nei polmoni, per provocare malattie anche più gravi, carcinomi e mesoteliomi, aggressivi tumori ai polmoni e alla pleura (la membrana che
ricopre i polmoni). Tumori subdoli, specialmente il mesotelioma, perché si sviluppa trenta o quarant’anni dopo che le fibre sono entrate nell’organismo, quando ormai ci si è quasi
dimenticati di aver avuto a che fare con quel materiale maledetto. Per questo solo adesso, anche se l’amianto non si usa più, si iniziano a vedere le vere conseguenze della sua
diffusione: sono passati trent’anni dal periodo di massima produzione, e le fibre assediate nei polmoni dei cittadini esposti hanno iniziato a rivelarsi. Bambini che trent’anni fa correvano nei
cortili pieni di pezzi di eternit, il cemento-amianto, sono diventati uomini malati. E non si tratta di pochi casi isolati. Secondo i dati dell’Associazione italiana esposti amianto, Aiea, si
contano 4000 decessi all’anno a causa dell’asbesto. Un dato destinato a crescere.

UNA FIBRA NATURALE -Il termine amianto indica in realtà sei diversi minerali fibrosi, con caratteristiche simili, come una grande resistenza al fuoco e alla trazione. Le miniere
di amianto si trovano un po’ in tutto il mondo, e in alcuni Paesi, il Canada in testa, sono ancora attive. Mescolando le sue fibre con cemento, cartone, plastiche o anche vernici, si ottengono
materiali leggeri, resistenti e ignifughi. Non solo, le sue fibre possono addirittura essere tessute in abiti, corde, coperte e tendaggi antincendio. «È un materiale dalle
caratteristiche straordinarie, ed è molto economico», dice Cinzia Cazzola, ingegnere ambientale esperto di amianto. «Per questo è stato usato in migliaia di
applicazioni diverse». Per quasi un secolo l’amianto è stato un materiale di uso comune, come il cemento o l’acciaio, e nessuno si preoccupava di registrarne le singole
applicazioni. Ogni volta che era necessario aumentare la resistenza al calore o all’abrasione di un materiale si ricorreva alle fibre di amianto. La maggior parte degli edifici costruiti prima
della fine degli anni Ottanta erano pieni di amianto, usato per gli elementi strutturali, come copertura o come isolante termico o acustico. Ogni condominio, fabbrica o grattacielo ha pareti,
colonne e soffitti che possono essere ricoperti da asbesto. Nei vani degli ascensori e nei locali caldaie era spruzzato sui muri per renderli resistenti alle fiamme. Le canne fumarie erano
costruite in cemento-amianto per la sua resistenza al calore. Per lo stesso motivo i pilastri e le travi di cemento e acciaio che costituiscono lo scheletro dei palazzi erano ricoperti da
asbesto spruzzato. L’amianto era il materiale standard da utilizzare ovunque servisse una protezione dal calore, e non solo in edilizia. Già gli antichi romani usavano le sue fibre per
tessere mantelli a prova di fuoco, e fino a qualche tempo fa i pompieri avevano in dotazione tute d’amianto. Con lo stesso procedimento sono stati creati sipari e tendaggi ignifughi per i
teatri, e anche corde resistenti al fuoco. All’interno di stufe, caldaie o anche semplici phon si trovavano guarnizioni di asbesto. E i treni? Vere e proprie miniere di amianto mobili: usato
come materiale antincendio nelle carrozze, ma anche nelle pastiglie dei freni. Nelle gallerie delle metropolitane le pareti erano completamente ricoperte da questo materiale, spruzzato ovunque
per proteggere le pareti in caso di incendio. Le rocce di amianto sono anche state utilizzate grezze per costruire migliaia di chilometri di massicciata ferroviaria per i treni, ma anche per le
metropolitane e i tram. E l’amianto ha sempre svolto bene il suo compito. Una tragica dimostrazione della sua efficienza è stato il crollo delle Torri Gemelle. «Se la loro
struttura portante in acciaio non fosse stata completamente ricoperta da asbesto, avrebbero resistito molto meno prima di crollare», spiega Maria Wojtowicz, ingegnere dell’Agenzia
regionale per la protezione dell’ambiente (Arpa) del Piemonte. «Ma lo stesso evento ha anche mostrato in diretta televisiva il lato peggiore del materiale: il loro crollo ha sparso una
nube di fibre tossiche e cancerogene in tutta Manhattan. Ci vorranno anni per conoscere le reali conseguenze di questa tragedia sulla salute dei newyorkesi».

QUANTO CE N’È – Nessuno sa con esattezza quanto amianto ci sia in Italia. Il Ministero dell’Ambiente parla di diversi milioni di tonnellate di materiali compatti contenenti
amianto e molte tonnellate di amianto friabile, il più pericoloso. Secondo il Cnr ci sono 2,5 miliardi di metri quadrati di coperture in cemento-amianto, l’«eternit» come
viene comunemente chiamato con il nome della fabbrica che lo ha inventato. Alle quali vanno aggiunte le tonnellate di asbesto utilizzato in altre applicazioni industriali. Ma quanto
dell’amianto ancora in giro rappresenta un pericolo per la popolazione? Il materiale è nocivo, e molto, solo se viene respirato. Dove si trova l’amianto friabile, quello cioè che
libera facilmente le sue fibre nell’aria? E dove sono esattamente i miliardi di pannelli e di tubi di cemento-amianto? E quanti sono così deteriorati da rilasciare le fibre che
contengono, contaminando l’ambiente? Le Regioni hanno iniziato a fare le mappe dell’asbesto nei loro territori, ma i censimenti sono molto complicati e vanno per le lunghe. Il personale
specializzato deve andare edificio per edificio a verificare se c’è amianto, rispondendo a segnalazioni dei cittadini. Un lavoro immane. Per la sola Lombardia, per esempio, le stime
parlano di 900mila metri cubi di cemento-amianto sparsi su tutto il territorio. Se fosse raccolto in un unico posto, l’eternit lombardo riempirebbe un parallelepipedo di 150 metri per 150 per
40, un intero quartiere. E la Lombardia è solo una delle venti Regioni, non è di certo un’eccezione. Le famose coperture in eternit, i tetti grigi di lastre ondulate tipici dei
capannoni industriali, sono la più conosciuta ed evidente delle applicazioni dell’amianto, ma non la più pericolosa. Il primo posto nella terribile classifica delle peggiori
applicazioni possibili spetta a Casale Monferrato, in provincia di Alessandria, non a caso la città dove l’Eternit, la fabbrica, aveva la sua più importante sede italiana.
«L’Eternit distribuiva gratuitamente ai cittadini il “polverino”, un fine brecciolino grigio composto dagli scarti di lavorazione dei tubi e delle lastre in cemento-amianto»,
racconta Angelo Robotto, responsabile Area Regionale dell’Arpa del Piemonte, che è nato a Casale. «Il polverino veniva poi steso come isolante in strati di dieci o venti centimetri
di spessore sui solai. E noi bambini giocavamo spesso in questa polvere, completamente inconsapevoli della sua pericolosità». Lo stesso polverino veniva anche utilizzato per rifare
il battuto delle aie, o come fondo nei campi da bocce. Praticamente una distesa di fibre di amianto libere, pronte per essere respirate dai cittadini. A Casale, una città da
trentacinquemila abitanti, si contano circa mille morti da asbesto negli ultimi vent’anni. «Uno alla settimana», come dicono i casalesi leggendo i necrologi sui quotidiani locali.
Uno scenario catastrofico, che ha spinto il governo a dichiarare Casale, e l’area di 47 comuni che la circondano, sito di interesse nazionale per la bonifica dall’amianto. Di conseguenza l’Arpa
del Piemonte, che si trova a gestire anche la bonifica di un altro sito di interesse nazionale, la ex-miniera di amianto più grande d’Europa, a Balangero [vedi box], è diventata
una delle istituzioni italiane di riferimento per l’emergenza asbesto. L’emergenza è reale. Il Ministero dell’Ambiente ha destinato decine di milioni di euro per la bonifica dei siti di
interesse nazionale. Le aree dove sorgevano le ex fabbriche di amianto, ma anche le baraccopoli in amianto costruite per i cittadini colpiti dal terremoto del Belice (1968) e dall’alluvione di
Canolo in Piano, in Calabria (1951), o l’Ospedale Careggi di Firenze. La bonifica delle case e delle proprietà private fuori dai siti di interesse nazionale, invece, restano a carico dei
proprietari.

DOBBIAMO AVERE PAURA? -Secondo gli esperti sono almeno 3000 le differenti applicazioni commerciali dell’asbesto. Troppe per conoscerle tutte, ed evitarle quando le incontriamo nella
nostra vita quotidiana. Siamo dunque in costante pericolo? Dobbiamo avere paura? «L’amianto suscita emozioni contrastanti: terrore o indifferenza. Di solito chi ha lavorato per anni con
l’amianto tende istintivamente a sminuirne la tossicità. In fondo, si dice, non tutti si ammalano e muoiono. Gli altri lo temono più del dovuto», commenta l’ingegner Cinzia
Cazzola. Il giusto atteggiamento, ovviamente, sta in mezzo. «In certi casi, dobbiamo imparare a convivere con l’amianto», conclude Maria Wojtowicz. «Per esempio, un pavimento
in vinil-amianto o una parete di cemento-amianto in buono stato, se non vengono raschiati è poco probabile che ci facciano male. Ma se usiamo una sega elettrica per aprire una porta in
quella parete, allora ci riempiamo i polmoni di fibre tossiche. Bisogna sapere dov’è l’amianto e comportarsi di conseguenza». Le tecniche di bonifica permettono di eliminare
l’amianto realmente pericoloso o tenere sotto controllo quello che invece non è una fonte di rischio. Ma il primo passo per attivare un intervento di bonifica spetta a ciascuno di noi:
se ci imbattiamo in un muro ricoperto di amianto che si sgretola, o in una tettoia di eternit rovinata è meglio segnalarla immediatamente alla Asl locale. Se invece si ha qualche dubbio
sulla presenza di amianto in casa propria, per esempio nella canna fumaria del camino, basta richiedere un esame a un laboratorio specializzato, pubblico o privato. Costa un centinaio di euro,
ma sono soldi ben spesi.

Massimo Murianni
02 ottobre 2007

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