A Cheese l’incognita dei finanziamenti comunitari

A Cheese l’incognita dei finanziamenti comunitari

Conciliare tradizione e finanziamenti: questo il tema su cui si è dibattuto oggi pomeriggio durante uno dei Laboratori del Latte organizzati nell’ambito della settima edizione di Cheese.
Ne hanno discusso Roberto Rubino, direttore della rivista Caseus e dell’Istituto Sperimentale per la Zootecnia di Bella (Pz), Nunzio Marcelli, pastore, allevatore e presidente dell’Arpo
(Associazione Regionale Produttori Ovicaprini), Michele Corti, docente di sistemi zootecnici, Silvia De Paulis, agronoma del Parco Nazionale del Gran Sasso e Monti della Laga nonché
responsabile Presìdi Slow Food Abruzzo.

Rubino, che si occupa di pascoli dagli anni Settanta, ha ricordato come fino alla metà degli anni Ottanta il modello predominante fosse quello industriale: «Oggi però non
è cambiato molto, noi che crediamo nella valorizzazione dei formaggi d’alpeggio siamo considerati quando va bene dei bizzarri». E per quello che riguarda la qualità del latte?
«Quando l’anno scorso ho suggerito che occorreva puntare sulla quantità a discapito della quantità mi hanno detto di tutto, oggi Confagricoltura comincia a darmi
ragione».

Per Nunzio Marcelli bisogna «ridare un minimo di democrazia all’economia». Insieme a Silvia De Paulis ha auspicato che i pastori possano finalmente accedere ai finanziamenti
comunitari. La legislazione attuale, infatti, favorisce le grandi aziende che, per avere i finanziamenti, prendono in affitto dai Comuni terreni che spesso non utilizzano neanche, con un effetto
devastante sul paesaggio. Il problema è che i Piani di Sviluppo Rurale riguardano terre di proprietà o in affitto almeno quinquennale, mentre la stragrande maggioranza dei pascoli
italiani è costituita da terre collettive amministrate da un contratto antichissimo, la fida, che si rinnova di anno in anno.

Corti, che si è autodefinito «un rompiscatole», ha sottolineato la difficoltà di dialogo con le istituzioni, la lentezza della burocrazia, ma anche le incomprensioni con
parte del movimento ambientalista che punta a tutelare il bosco a tutti i costi a discapito dei pascoli o che si occupa più della salute di orsi e lupi che di quella delle greggi. Inoltre,
Corti ha sollevato il problema dell’incompetenza delle persone cui spesso chi compra e vende i capi d’allevamento affida gli animali; persone che mettono a rischio la salute delle bestie,
com’è recentemente avvenuto in Lombardia.

In chiusura, Cinzia Scaffidi, coordinatrice Centro Studi Slow Food, ha auspicato che migliori anche l’immagine dei pastori, ancora spesso confinati in un ideale quasi folcloristico, «scemi
del villaggio globale».

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