Gino Ditadi, filosofo, strenuo difensore del mondo animale
12 Novembre 2016
Milano, 11 novembre 2016
Premessa
Pur non condividendo il pensiero di chi predica ogni forma di estremismo, nel bene o nel male, di tipo etico o religioso, … pubblichiamo questa intervista che abbiamo richiesto a Gino Ditadi, Filosofo che si definisce difensore degli animali e aborre ogni forma di “violenza” verso ogni specie animale vivente; non sappiamo se questa sua crociata comprende anche specie velenose e/o pericolose per l’uomo… insetti, organismi unicellulari.
Crediamo che sia da condannare ogni forma di violenza sia verso gli umani che verso ogni forma animale ma riteniamo che alcune specie di animali, essendo noi umani onnivori e bisognosi di proteine nobili, debbano essere allevate e/o utilizzate per l’alimentazione umana.
Il giorno che l’umanità dovesse essere tutta vegana … crediamo che la molteplicità delle specie animali sarebbe decimata e/o si ritroverebbe solo in vetrina negli zoo o in cattività come animale amico e domestico.
Encomiabile sicuramente l’attenzione al mondo animale ma non dobbiamo dimenticarci che non viviamo in un mondo perfetto: ci sono guerre, violenze, esodi di massa dall’Africa, tratte di schiavi, commercio di organi umani, sperimentazioni indescrivibili su umani, …
E’ piuttosto difficile immaginare un mondo come un girotondo dove tutti ci vorremo bene, mangiando insieme agli animali solo erba, frutta e vegetali vari.
NOTA
L’intervista a Gino Ditadi in realtà è una auto-intervista che abbiamo richiesto per poterla pubblicare prima del suo evento che si è tenuto a Torino venerdì 11 novembre alle ore 21.15, in piazza Statuto 15.
Purtroppo, per motivi tecnici interni, possiamo pubblicarla ad evento in corso.
Giuseppe Danielli
Direttore e Fondatore
Newsfood.com
INTERVISTA AL FILOSOFO GINO DITADI

Abbiamo incontrato il filosofo Gino Ditadi che da sempre si batte intellettualmente ed operativamente per difendere chi non ha difese e lo abbiamo “costretto” a rilasciarci, di corsa, una intervista. Molti dei suoi libri sono strumenti utili a spiegare qual è la condizione animale senza per questo trascurare quelli che un tempo Frantz Fanon definì Les damnés de la Terre. Nel 1994 ha pubblicato la più vasta raccolta esistente sul rapporto filosofia-animalità: I FILOSOFI E GLI ANIMALI, due tomi di 940 pagine (edito da Isonomia); poi la prima edizione critica della Dissertazione sopra l’anima delle bestie, opera filosofica di Giacomo Leopardi; poi la prima edizione critica italiana dopo 23 secoli, dell’opera straordinaria di Teofrasto, Della Pietà; poi ha partecipato alla redazione del sesto volume del primo Trattato di biodiritto, con Paolo Zatti, Stefano Rodotà, Silvana Castignone e Luigi Lombardi-Vallauri.

Recentemente ha pubblicato una edizione ridotta de I filosofi e gli animali (ed. AgireOra) e una bella edizione, ricca di preziose note e di una importante Introduzione, del trattato di Plutarco, Sul mangiar carne, edizione che contiene anche un importante testo di Plutarco sulla giustizia, tratto da un’Opera sconosciuta.
Gino Ditadi sarà a Torino a presentare quest’ultimo volume venerdì 11 novembre alle ore 21.15, in piazza Statuto 15 (c/o Garage di Arte & Cultura – per info: info@agireoraedizioni.org).
Ingresso libero, con ampio spazio a fine conferenza per le domande del pubblico.
L’intervista a Gino Ditadi
Da dove nasce questo suo interesse per la relazione filosofia-animalità?
Che gli animali abbiano interessi, siano in grado di pensare e ragionare, di decidere, di ricordare e imparare, che abbiano evidenti qualità morali e sociali, che dimostrino coraggio nel difendere i loro piccoli fino alla morte, che siano generosi ed egoisti, onesti, ladri, bugiardi; che conoscano i giochi di competizione, d’immaginazione e di vertigine; che siano capaci d’intelligenza astuta, in grado di affrontare i più svariati campi d’azione combinando intuito, sagacia, previsione, spigliatezza, capacità di trarsi d’impaccio, senso dell’opportunità nell’uso di abilità acquisite in anni d’esperienza; che siano, a dispetto di metafisiche e ontologie vecchie e nuove, coscienti del dolore e della morte, non sono più affermazioni da confinare magari nel comodo ghetto della “subcultura” degli “amici degli animali”.

L’enorme lavoro compiuto dalle scienze, in particolare dall’etologia cognitiva, ha aperto uno squarcio, che si allarga ogni giorno di più, nel muro artefatto, che pareva invalicabile, tra l’uomo e gli altri viventi, costringendo non poche discipline ad un ripensamento, richiamando gli studiosi dalle loro letture ideologiche, povere di mondo, all’osservazione di uno straordinario e complesso ventaglio di fenomeni che si chiama vita.
La nuova, più attenta lettura del mondo animale è una svolta pari alla rivoluzione quantistica in fisica, alla rivoluzione della biologia molecolare. Tutto ciò non poteva non interessare (e attraversare), il pensiero filosofico, benché talvolta s’alzi, ancora oggi, sul far del crepuscolo, quando ormai il giorno è finito, mentre l’umanità ha un disperato bisogno di una filosofia del mattino.
La questione animale (per non dire dei connessi temi della biodiversità e dell’ecologia), richiama in causa problemi di grande rilievo non solo scientifico, ma etico, politico, religioso, filosofico e costringe ad altre letture della storia della filosofia e/o della religione ecc., fino a scoprire che sono stati distrattamente (o deliberatamente?) rinchiusi nel dimenticatoio, scritti di straordinaria rilevanza che, partendo dal riconoscimento dell’altro, conducono a ripensare non solo il ruolo della ragione-anima nell’uomo, l’importanza del linguaggio e dei linguaggi, l’immagine dell’uomo in relazione alla biosfera e all’universo fisico, ma anche il significato dell’eguaglianza, la sua possibile estensione ad ogni soggetto-di-una-vita, la riscrittura dello stesso contratto sociale, il riesame del senso e dei percorsi della nostra civiltà che, dominata dalla barbarie della ragione strumentale, conosce il come, senza sapere più il dove andare.
Nella nostra civiltà, la potenza dei mezzi di distruzione è aumentata geometricamente, mentre la conoscenza finalizzata alla costruzione (nel migliore dei casi), è cresciuta aritmeticamente. Bastano pochi secondi per cancellare una città di due milioni di abitanti; per ricostruirla – nel solo aspetto urbanistico – non bastano vent’anni.
L’essenza della schiavitù non consiste nel lavoro faticoso, ma nella riduzione dell’uomo a cosa. Dopo aver ridotto miliardi di uomini e donne a mera forza-lavoro, semplici mezzi da far lavorare con le macchine e da sfruttare come macchine, la ragione strumentale punta alla sua mèta: la reificazione della vita fino alle sue radici. La ricerca in ambito biotecnologico, dominata dalla Dittatura del “Libero” Mercato, costituisce la nuova frontiera della reificazione; l’esame e la manipolazione del genoma umano non sfugge alla logica autoreferenziale della valutazione in termini di costi e profitti. L’Operazione reclama l’obbligo del silenzio sul programma dell’Apparato: la reificazione dell’esistente, la mercificazione della vita e delle sue fonti; la limitazione della ricerca scientifica entro gli acefali binari delle quotazioni di Borsa e della guerra; il sabotaggio di qualsiasi sapere (scientifico o meno), incompatibile con la Democrazia degli Azionisti. Anche la logica che pilota e sorveglia la ricerca sul cancro, non sfugge alla regola: la prevenzione non frutta denaro, dunque non interessa all’industria farmaceutica, quindi neppure alla politica.
Il pensiero unidimensionale della massimizzazione del profitto conduce l’uomo ad assumere il ruolo di una forza della natura contro la natura, il ruolo di controdemiurgo, per una Seconda Genesi, redditizia nell’immediato per pochi, catastrofica, nel medio periodo, per tutti. Il principio economico non si concilia con il principio di prudenza, né con quello della solidarietà, ma con quello di profitto; per quest’ultimo, tutto ciò che si può fare, si deve fare, laddove il principio di prudenza suggerisce, che non tutto ciò che si può fare, si deve fare.
Insomma, secondo Lei, la questione animale si pone come questione etica ineludibile. Ma vi sono altre ragioni?
Il XXI secolo, che vede ormai affermata la riabilitazione scientifica degli animali, rischia di vedere anche la loro estinzione. Prima della Rivoluzione Industriale, perdevamo una specie vivente ogni dieci anni, oggi vengono cancellate dalla faccia della Terra, settantaquattro specie al giorno, tre ogni ora. È la prima volta, nella storia della vita sulla Terra, che un’unica specie ne spinge milioni d’altre all’estinzione con la caccia, la guerra biologica, l’inquinamento, la deforestazione, la sistematica distruzione dell’ambiente.
L’umanità rischia di trovarsi impreparata di fronte al tumultuoso sviluppo di situazioni climatiche mai registrate prima, emergenze sanitarie continentali, deforestazione, desertificazione. Il settanta per cento dei coralli sta morendo. L’assalto al pianeta pone l’uomo davanti a situazioni ambientali di cui non ha memoria, a conseguenze economico-sociali apocalittiche.
Inondazioni, desertificazione, miseria e fame sono i prodotti di più vasto impatto della civiltà industriale, tanto rapida nella distruzione e nel dominio, quanto avvolta in una ebetudine economica che impedisce il riconoscimento dei più elementari diritti dell’uomo, foriera d’indifferenza riguardo alla salvaguardia degli habitat naturali e alla generale condizione dei viventi. La glaciale lentezza delle istituzioni economico-politiche alimenta l’incendio del mondo. Il fuoco thanatocratico dell’Occidente divampa su scala planetaria.
Oltre cento Paesi – con una popolazione complessiva di un miliardo e seicentomilioni di persone – sono soggetti ad un grave declino economico. Ottanta Paesi versano in condizioni peggiori di quelle di 10 anni fa. Seicentoquaranta milioni di persone sono senza casa o abitano in tuguri. La Banca Mondiale (non il variegato Movimento Ecologista), stima che entro una decina d’anni, gli individui che vivranno senz’acqua potabile e servizi igienici saranno più di un miliardo e quattrocento milioni. Oggi, il 20% più ricco della popolazione mondiale consuma l’86% della produzione globale, mentre il 20% più povero deve accontentarsi dell’1,3%. Tre miliardi di esseri umani vivono in baracche; un miliardo affoga nella fame. Gli individui più ricchi del pianeta sono trecentocinquantotto e detengono una ricchezza totale che supera la somma del reddito annuo complessivo di tre miliardi di persone. Un miliardo di bambini vive in guerra. Quanto può durare tutto questo?
Accanto alla questione animale, una moltitudine di problemi stimolanti e vasti riguardano anche tutti quei soggetti umani sui quali ha pesato, per millenni, il sospetto – o la sua convenienza – che non fossero adeguati contraenti del patto etico-politico: le donne, gli stranieri, gli schiavi, i neri, i dannati della Terra. Il fatto è che i rapporti tra uomo e animale riflettono quelli esistenti tra gli uomini. Nel corso dello sviluppo storico e delle culture che ne derivano, la riduzione dell’animale a bestia e poi a mero strumento è ricca di insegnamenti che illuminano sorprendentemente i più segreti rapporti tra gli uomini.
Da un lato filosofie notturne che guardano alla bestia come cosa utile per i vaticinii, per l’alimentazione, per il lavoro, il riscaldamento; utile come fertilizzante, come vittima sostitutiva sacrificale, ecc.; la bestia come incarnazione del principio del male, prefigurazione del demoniaco, del mostruoso; strumento di maledizione e punizione, rappresentazione della degenerazione umana, del patologico, della paura che l’uomo ha, in fondo, di sé stesso. Dall’altro, filosofie del mattino che salutano lo splendore del giorno in piena pace, che guardano all’animale come si guarda ad un bambino vigoroso e docile, un nostro eguale, che ha conservato innocenza e verità.
Il riconoscimento dell’alterità frantuma il chiuso universo della pretesa autarchia intra-speciem e comporta l’apertura ad un orizzonte immenso, che potrebbe essere di comunicazione e di pace, di ampliamento del potenziale interpretativo, immaginativo, conoscitivo. Non più la conoscenza come dominio, ma come ascolto e dialogo con l’oceano della vita. Tutto ciò reclama una ridefinizione della funzione e del posto dell’uomo nella natura, l’abbandono dell’antropocentrismo, il riconoscimento etico, giuridico, scientifico che centrale è la vita, tutta la vita, non un suo frammento transitorio.
Perché si è occupato con tanto impegno di Teofrasto e di Plutarco?
Il trattato di Teofrasto Della Pietà [edito da Isonomia Ed.] è una straordinaria, alte difesa dei diritti degli animali (degli stranieri, delle donne, dei bambini). In esso vi è la forte prefigurazione della necessaria estensione del diritto agli animali (argomento affrontato nel nostro tempo dal mio amico Tom Regan). Scrive Teofrasto:
“Tutte le specie sono intelligenti, ma esse differiscono per l’educazione e per la composizione del miscuglio dei primi elementi. Sotto tutti i rapporti, dunque, la razza degli altri animali ci è apparentata ed è la stessa della nostra; poiché i mezzi di sussistenza sono gli stessi per tutti come l’aria che respirano, secondo Euripide, e un sangue rosso scorre in tutti gli animali e tutti mostrano d’avere in comune per Padre il Cielo e per Madre la Terra”.
Per parte sua, Plutarco scrive:
“Tu chiedi per quale ragione Pitagora si astenesse dal mangiar carne; io, invece, mi chiedo stupito con quale sentimento, con quale stato d’animo o in base a quale ragionamento il primo uomo abbia toccato con la bocca ciò che era frutto di un assassinio, abbia accostato alle labbra la carne di un animale morto, e, poste dinanzi a sé tavole di corpi morti e corrotti abbia chiamato pietanze e nutrimento quelle parti che poco prima muggivano, emettevano suoni, si muovevano, volgevano lo sguardo. Come la sua vista riuscì a sopportare l’uccisione di animali sgozzati, scorticati, fatti a pezzi, come il suo olfatto ne tollerò le esalazioni, come la contaminazione non dissuase il gusto, quando egli toccava ferite altrui e riceveva umori e sieri putrefatti di ferite mortali? […] Prima si cominciò con l’uccidere gli animali selvatici, poi fu dilaniato un uccello o un pesce, cosicché intemperanza e ingiustizia dilagarono sempre più, fino a uccidere il bue, nostro operaio, la pecora che ci veste, il gallo guardiano della nostra casa, e così, poco a poco, si pervenne al sangue, agli omicidi, alle guerre.”
Il senso del mio lavoro su Plutarco mi pare chiaro. Questo mio ultimo lavoro sul mondo animale in Plutarco, apparentemente su di un tema ‘secondario’, vuole essere un antidoto alla dispersione, un invito a riconquistare l’identità umana contro l’effimero vortice del presente che confonde, ai fini del dominio, sviluppo tecnico e progresso.
Il vero problema per l’uomo non è l’ordine naturale, ma l’uomo stesso. L’apparato di dominio della società umana, nel corso delle vicende storiche – alterne prima, sempre più unidimensionali poi – ha assunto una funzione devastante del kósmos naturale, tanto da degradare l’uomo a soggetto che, nella distruzione dell’esistente trova la sua superiorità, la sua ragion d’essere in termini di potenza e, insieme, il suo annichilimento. Alla base vi è dunque un rapporto distorto tra uomo e uomo, tra uomo e mondo naturale, fra soggetto e oggetto. Lo sforzo da parte dell’uomo – diventato una forza della natura contro la natura, una sorta di controdemiurgo – di imporsi come centro, ha trasformato gran parte del pianeta in una occasione per il suo delirio. Schiavo della struttura aloga del dominio, l’uomo smarrisce se stesso, fino a bruciare la Terra all’insegna della follia e della devastazione ebete. Cancellata ogni altra possibilità, la storia sfocia in una notte di barbarie tecnicamente razionale. Mutata nel suo opposto, la ragione si presenta come Instrumentelle Vernunft che, allucinata, trionfa anche su se stessa inverandosi in una costellazione di catastrofi. Ciò è manifestamente chiaro nella geometrica produzione di sofferenza artificiale, culminante nella morte innaturale di milioni di uomini, nella devastazione dell’ambiente sia in tempo di pace (inquinamento, distruzione della biodiversità, manipolazione genetica – oggi finalizzata al profitto, domani al puro dominio – uso della biologia come ultima frontiera della reificazione), che di guerra (armi chimiche, batteriologiche, nucleari). Sicché, in questa plumbea fase storica, parafrasando il vecchio von Clausewitz, risulta evidente che la ‘politica’ è la continuazione, in altro modo, della barbarie della guerra. Scrivo ‘politica’ tra virgolette perché, nella putrefazione del presente, anche la stessa possibilità teorica di una sua esistenza indipendente, o anche solo relativamente tale, dall’apparato economico, è da dimostrare.
Ma c’è un’altra via. Abbiamo bisogno di una civiltà che ponga le condizioni necessarie per una lotta senza quartiere contro la moltiplicazione geometrica del dolore, per l’inveramento di un ordine nel quale la vita possa sentirsi sicura, divinizzata, leggera, armonica, aurea, tenera, benigna, trionfante. Una civiltà nella quale la differenza sia riconosciuta come valore, come arricchimento comune, piuttosto che come limitazione, impoverimento o danno.
Sbaglio o Lei assegna al mondo greco antico il ruolo di idea regolativa per uscire dal caos del nostro tempo?
No. Non sbaglia. “Chi conduce all’essere, fa ”. Non esiste formulazione concettuale più completa del fare quanto questa che Platone dà nel Sofista.
La lingua greca, da Omero a Plutarco, concentra nel verbo poiein il significato più ricco e radicale di ogni forma di agire, estendendolo lungo la scala dei significati raccolti nei sostantivi poietés e poiésis.
In Platone, ò poiōn, ossia il Facitore per eccellenza è il Dio-Sommo-Bene che tramite il Demiurgo conduce all’essere tutte le cose, le fa essere come kósmos, conduce dal khaos all’ordine della bellezza e dell’intelligenza. Dio, non solo è ò poietés, ma è il patèr toūde tou pantós, il padre e il poeta dell’universo; l’universo, come totalità delle immagini e delle Idee, è il prodotto dell’azione divina. Il fare dell’uomo, il principio della molteplicità delle sue azioni è poiesi demiurgica in termini teoretici e pratici; egli deve trarre il khaos della storia all’ordine, costringere la storia a farsi kósmos, a sviluppare bellezza e intelligenza.
Oggi l’uomo ha ancora nelle sue mani i semi dell’aurora, ma non vede la bellezza che circonda la vita e lascia marcire i semi, assassinare i sogni; si ritrova così oggettivato, reificato, congelato in una dimensione che sembra preludere alla morte, al non-senso. Tutto sembra incamminarsi verso l’ère du vide.
Bisogna imboccare vie nuove perché gioia e bellezza, infine si manifestino. Ma non vi è bellezza dove domina la sofferenza. Non si dà bellezza di corpi squarciati, divorati dal dolore estremo. Si dà bellezza solo in ciò che vive in pienezza di forze vitali, o nel dorato tramonto di queste forze, mai nel loro consumarsi in laghi d’orrore. Etica ed estetica sono connesse al trionfo della vita.
Platone attribuisce agli Egiziani l’invenzione di giardini in forma di scrittura. Agricoltura e scrittura rinviano l’una all’altra e sembrano nascere ai bordi del Nilo e dell’Eufrate. L’agricoltura ordina la terra per ricavarne cibo umano e giardini profumati; così la scrittura ordina il pensiero costringendolo alla misura. Basta sangue. Campi arati, frutti e fiori. L’etica si fa estetica; l’orizzonte possibile dell’esistere, estatico.
In quanto agricoltore l’uomo è ordinatore della terra; in quanto raccoglitore di frutti e di fiori egli ordina e raccoglie insieme i suoi migliori pensieri. In Zarathustra l’agricoltura è la vittoria della vita contro dolore e morte: “Chi semina il grano semina la Giustizia” – si legge nell’Avesta.
Mitezza contro ferocia. Giustizia contro orrore. Memoria contro oblìo. Il termine greco verità, alétheia, iniziante con l’alfa privativo, indica il contrario di oblìo, léthe, che è anche il contrario di memoria, di cui Mnemosyne è la dea. Per l’antico orfismo, memoria e verità sono accomunate dall’avere come opposti l’oblìo e la latenza, come la parola ha il suo opposto nel silenzio e la luce nell’oscurità.
E noi, dopo un secolo di orrori, stretti tra l’universo mass-mediatico dell’inganno e la chattering class (la classe delle chiacchiere, il grande Circo Barnum degli intellettuali-in-servizio-permanente-effettivo), noi, verso quali strade dobbiamo incamminarci con ostinazione e speranza, se non quelle che portano a combattere ombre e silenzi?
Bisogna fissare una misura invalicabile all’irrazionalità della ragione strumentale, marciare presto e a tutta forza verso l’estinzione delle sofferenze, porre le basi per quella civiltà della gioia che da secoli tutti aspettiamo. O finalmente si intende questo, o la decomposizione dell’esistente sarà inarrestabile e ogni suo lógos possibile imputridirà tanto da rendere irriconoscibile la natura, sfigurato il pensiero, orrenda la storia.
È necessaria la sopravvivenza del lógos della giustizia e della memoria.
Nella sua parte migliore, la storia dell’umanità è una lotta per la memoria e per la giustizia.
Si ricordi di aggiungere che le Edizioni AgireOra, non lavorano per ragioni di profitto e che usano ogni risorsa per difendere chi non ha difese. Per questo ho regalato il mio lavoro ad AgireOra. I filosofi e gli animali, Tolstòj, Leopardi, Teofrasto, Plutarco, ecc. sono state solo occasioni per ciò che ho sempre sentito come un dovere nei confronti dell’intero ventaglio della vita. Il tempo è scaduto. Il treno mi aspetta… Ricordi anche questo: che l’animale è buono da pensare!
7 novembre 2016.
Redazione Newsfood.com
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