Zucchero e vino… i furbetti del quartierino by Giampietro Comolli

Zucchero e vino… i furbetti del quartierino by Giampietro Comolli
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CAMBIANO I TEMPI ENOICI, MA NON CAMBIANO I FURBETTI DEL QUARTIERINO.
Aberrante nel 2015 leggere di “ vino” con aggiunta di zucchero.
di Giampietro Comolli

Stimolato dal direttore Danielli, l’articolo di Dario Dongo è condivisibile al centoxcento, corretto e mi stimola a recuperare alcune riflessioni di memoria e molto attuali per il vino italiano. Partiamo da lontano, per capire; velocemente. Alla metà degli anni ’80 ero con Veronelli, l’indimenticabile Gino ( ndr: oggi ci vorrebbe una figura così di esperienza, cultura, sicuramente anarchico, ma sincero e diretto, franco che si prende responsabilità senza prima pensare a chi o a cosa può dare fastidio), nel condividere la uguaglianza fra francesi e italiani (e altri paesi produttori) sul mercato del vino nazionale e globale. I francesi, forse più avanti di noi e forse per un clima più rigido e meno soleggiato, chiesero all’Europa di inserire per i territori “ …a nord delle Alpi” la norma che  autorizzava, a richiesta e sotto controllo, l’aggiunta dello zucchero al mosto vino pigiato al fine di alzare il grado volumetrico del vino, compreso quelli più pregiati e noti al mondo.

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Due cose fondamentali apprendiamo dai francesi: il metodo produttivo deve contemplare variabili, richieste da singoli produttori e motivate con tanto di dati, analisi da valersi in zona di origine del prodotto e in tempi prestabiliti di procedura, tenendo un registro. Erano gli anni 1985-86, coincidente con il mio primo viaggio nelle vigne di Francia, quando vidi per la prima volta tale regime. L’uso dello zucchero, insapore e inodore come scritto, doveva essere aggiunto nella quantità legale per elevare massimo 2,5 gradi volumetrici il tasso globale del mosto prodotto nel territorio, non di più, e poteva essere aggiunto una sola volta per quel vino e veniva annotato sul registro botte per botte, sia di 225 litri che di 5.000 litri al massimo.

Le vigne della Francia del nord-est e nord-ovest interessate allo zuccheraggio producevano i vini dei Vosgi, Champagne, Chablis, Auxerre, Loira fin verso la Bretagna, quindi vini Aoc importanti.  Erano anche gli anni in cui la maturazione dell’uva, indicativamente nelle vigne fra il 40° o 50° parallelo, non avveniva prima di fine settembre, per clima, per prassi, per arrivo delle piogge e non tutti gli anni si otteneva la gradazione minima naturale richiesta dai disciplinari di produzione, scritti bene e dettagliati, ma non dinamici e attenti alle evoluzioni ambientali, un po’ troppo vincolanti per il singolo produttore alla ricerca di un vino personalizzato e fuori dal comune per competere con i grandi Francesi.

Forse la nascita di grandi “ vini da tavola” italiani si deve anche ai vincoli di legge espressi nei disciplinari. Difficile poi, tornare dentro il binario della Doc, men che meno della Docg, con il mercato nazionale e mondiale che oramai identifica quel nome come eccezionale, ma non il cognome! Da qui a grande richiesta i vini Tipici e poi Igt intorno al 1990-92. Diversi sono i casi di grandi vini italiani creati nel decennio precedente che sono diventati di grande successo proprio per la libertà di interpretazione del produttore, dell’enologo, del territorio. E’ il caso della Franciacorta e di Bolgheri, tanto per citarne due.

Né il Veronelli né il sottoscritto furono ascoltati, anzi Gino in piazza a Bergamo subì le reprimende di carabinieri e ministro dell’epoca!! Oggi, a distanza di 30 anni, è tutto cambiato, sia il meteo che le pratiche enologiche, sia i luoghi che le colture, al punto che lo “zero” viticolo si è sicuramente alzato di qualche parallelo. 35 anni fa in Champagne 8 gradi naturali erano un traguardo difficile, oggi il livello medio naturale è intorno a 9 gradi.  La vendemmia 2003 fu la prima, ma la evoluzione del cambiamento clima-titolo naturale delle uve era in atto già da 10-12 anni, a toccare l’apice del rapporto gradi climatici e gradi naturali del vino. Sulle colline della Valpadana, appennino o prealpi,  si iniziò a vendemmiare già a metà-fine agosto, per non parlare del sud Italia e isole. La Francia ha ancora in vigore quella legge di opportunità, l’Italia non l’ha mai scritta.

Si può dire che da un punto di vista di immagine, di nomea, di rettitudine, di saldezza della prassi e degli usi  l’Italia ha dimostrato più coerenza e più  rispetto che i francesi, ma senza farne una voce o  bandiera di valore aggiunto e di sani-giusti motivi di leale concorrenza con i cugini. Questa diversità positiva dell’ Italia, mai elevata a bandiera, ancora oggi non paga, ogni tanto scoppia lo scandalo più o meno grande, più o meno in territori noti o non noti di chi fa il vino con il bastone, cioè aggiunge zucchero a piacere per produrre un “altro vino”, magari però etichettato come Doc o Docg, magari anche con un nome altisonante.

Spesso capita che i colpevoli siano recidivi nel tempo,  manca una solidità giuridica uniforme e codificata, una sentenza definitiva, chiara, pungente perché in ogni caso si parla di frode verso il consumatore, di adulterazione, di non certezza. Per questo motivo sarei molto più esplicito, infine, e molto più diretto nell’ indicare il nome e cognome del colpevole, il fantomatico imprenditore unico responsabile, il nome del vino finto prodotto, la sede locale, ma non trovo giusto che salti fuori anche solo il nome della Regione o Provincia dove è stato perpetuato l’infame truffa perché nella mente dei lettori, in moltissimi casi, resta in memoria il nome più riconosciuto, soprattutto se noto territorio produttivo e quindi tutti i produttori di quel distretto diventano oggetto di discredito o colpevoli. Con il tempo poi si dimentica, ma al momento coinvolge anche il mondo enoico sano di quel luogo.

Milano o Cremona per il vino non dicono nulla, ma Bertinoro o Sorbara sono emblemi di vini di qualità e onesti. Questo mi fa dire che il mercato del vino italiano ha bisogno subito, già siamo in ritardo, ancor più,  di un cambiamento comunicazionale, di immagine, di rapporti fra vari enti e soggetti, di certezze ma anche di azioni collettive di conoscenza, informazione… diretta e forte, mirata e precisa, verso il singolo consumatore finale. Vuol dire cambiare proprio strategia politica sul mercato interno. Questo è il primo passaggio obbligato per far riprendere i consumi in Italia di vini, rossi e importanti, in particolare.

Giampietro Comolli
per Newsfood.com
logo OVSEO.V.S.E.-C.E.V.E.S. Founder&Chairman
Italian Bubble Wine Economic Observatory
Osservatorio Studi Economici Vini Effervescenti
Via Rinaldo Ancillotti 5,  29122 Piacenza – Italia
http://www.ovse.org info@ovse.orgcomolli@ovse.org

 

Vedi anche: “Wine, Food & EuroMarketing”

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finanzaIl ‘vino col bastone’ e la pietra nello stagno
Un’ottima prova dell’efficacia del sistema italiano dei controlli pubblici ufficiali, ieri a Bologna. L’operazione ‘Hydrias’, condotta dalla Guardia di Finanza con la regia della Procura della Repubblica, ha permesso di sventare con prontezza la frode di una grande azienda agricola che mirava a produrre vini di bassa qualità utilizzando zucchero, anzichè mosti d’uva. La vicenda è stata risolta in poche ore, con un solo problema. Non si può gettare la pietra nello stagno e nascondere la mano, poiché si rischia di danneggiare un sistema produttivo onesto e rispettoso.
La mattina del 18 giugno è stata diffusa l’agenzia di una perquisizione presso ‘un’importante azienda bolognese vitivinicola e nelle case dei responsabili della azienda, indagati per frode in commercio. Le indagini hanno messo in luce un sistema fraudolento per vendere in grandi quantità vini da tavola e mosti ottenuti con materie prime utilizzate per la sofisticazione.’  Nessun pericolo per la salute pubblica, solo il banale caso di una combriccola di furbetti che hanno voluto fare ‘le nozze coi fichi secchi’, anzi il vino con acqua e zucchero, che non produce sciroppo bensì innalza il grado alcolico mediante fermentazione. Quel che un tempo si chiamava il ‘vino col bastone’, per ironizzare su alcuni ‘vinai’ disonesti, e che peraltro é pratica ammessa in altri Paesi come la Francia.
L’Italia è infatti uno dei pochi Paesi al mondo – assieme a Grecia, Spagna e Portogallo – ove il vino deve venire prodotto a partire dai soli mosti d’uva, con rigoroso divieto alla pratica del c.d. ‘zuccheraggio’. E i controlli sulla filiera sono così stringenti da avere subito sventato il malaffare di chi provava a fare il vino ‘alla francese’, cioè impiegando zuccheri di origine diversa come quelli di barbabietola e di canna. Nel caso specifico gli investigatori – intercettati gli autotreni che di notte scaricavano ‘ingenti quantitativi di zucchero di ignota origine’ – sono risaliti a uno storico impianto di produzione vinicola e hanno sequestrato merci per oltre 30 milioni di euro.
All’efficienza degli apparati investigativi non è però purtroppo corrisposta la completezza dell’informazione. Col risultato che lo scandalo di una colossale frode sui vini prodotti da una grande cantina dell’Emilia Romagna, senza rendere nota l’identità dei responsabili, é dilagato in un lampo nei cinque continenti. Arrecando grave danno alla reputazione di una delle prime ‘food valley’ italiana e dei suoi onesti rappresentanti, che sono stati vittime di innumerevoli richieste di rassicurazioni sui mercati internazionali.
E solo diverse ore dopo l’apertura di una crisi globale a danno del comparto vitivinicolo emiliano, sono stati resi noti i nomi degli indiziati,  i due titolari e proprietari delle Cantine Brusa di Dozza (Bologna). Due considerazioni:
1) le pubbliche autorità non possono gestire in questo modo la comunicazione delle loro pur brillanti operazioni. Quando scatta la notizia, é indispensabile circoscriverla subito alla singola azienda che assumerà le proprie responsabilità nelle competenti sedi. Altrimenti, si causa inutile e inopportuno danno alla filiera e al sistema produttivo, financo al sistema-Paese,
2) le Associazioni di rappresentanza del comparto e del territorio, in sinergia con le autorità, devono al più presto isolare i responsabili e fare il possibile per salvaguardare i lavoratori, e i conferitori di uve, per voltare pagina e ristabilire l’ordine necessario al ripristino delle attività condivise, all’insegna della legalità e con il minor danno possibile per le parti sociali interessate.

 

Redazione newsfood.com

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