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Dario Dongo: Il Palma (olio di palma) si può sostituire con altri grassi, più sostenibili e migliori dal punto di vista nutrizionale

Dario Dongo: Il Palma (olio di palma) si può sostituire con altri grassi, più sostenibili e migliori dal punto di vista nutrizionale

By Giuseppe

Dario Dongo
Dario Dongo

Da: Dario Dongo
Oggetto: Il Palma si può sostituire con altri grassi, più sostenibili e migliori dal punto di vista nutrizionale, senza aggravare i costi di produzione? Certo che sì, basta volerlo!
Data: 27 giugno 2015 23:29:49 CEST
Carissime e carissimi,
Sebbene la petizione di Great Italian Food Trade e il Fatto Alimentare continui a registrare nuove adesioni, verso il prossimo traguardo delle 155mila firme, credo sia giunta l’ora di spingere il dibattito verso nuovi orizzonti:

1) sostituire il palma con altri grassi è tecnicamente possibile? Certo che lo è, del resto la nostra millenaria tradizione alimentare lo ha scoperto solo negli ultimi anni, e con un minimo di attenzione potrà imparare a farne a meno. Ed ecco qui un’intervista della capo-redattrice di Great Italian Food Trade Marta Strinati (con la quale abbiamo pure scritto l’ultimo manuale di AltroConsumo, ‘Leggere le etichette, per sapere cosa mangiamo’) a uno dei ‘guru’ della riformulazione degli alimenti, Massimo Ambanelli di Hi-Foods.

Conobbi Abbanelli diversi anni fa, agli albori delle mie ricerche sul legame vizioso tra rapine delle terre e palma. Quasi per caso, poiché alla sua consulenza si era affidato un imprenditore che era riuscito a sostituire il palma con olio extra-vergine toscano e fibre vegetali, e addirittura così a ridurre i costi di produzione dei suoi grissini (grazie alla riduzione complessiva dei grassi totali, in favore della farina e delle proprietà nutrizionali del prodotto. Cfr. https://ilfattoalimentare.it/olio-palma-olio-extra-vergine-grissini.html. E lo abbiamo intervistato ora anche in vista di un aggiornamento sulle applicazioni delle sue ricerche.

Ecco qui:

2) sostituire il palma costa tanto di più? Ambanelli riferisce a un attuale incremento medio del +6%, che in alcuni prodotti é già inferiore, in altri lo diverrà. A questo punto, sorge spontanea la domanda: i consumatori italiani sono disposti a spendere qualche centesimo in più per avere alimenti che non portino con sé il sangue delle rapine delle terre e il fuoco delle deforestazioni, né un sovraccarico di grassi saturi e di acido palmitico (cui viene attribuito un ruolo infiammatorio a danno del pancreas)?

3) chi altro é disposto a promuovere l’evoluzione? Ipotizzando un incremento medio del 5% dei costi di produzione, se pure in alcuni casi più basso, non é detto che esso debba riversarsi del tutto sui consumatori.
– Le catene della grande distribuzione organizzata, Coop Italia e Conad in testa, altre 13 a seguire, non hanno esitato nello squillo di trombe per dichiarare il proprio impegno a eliminare il palma dai prodotti a marchio. Dovrebbero perciò assumere un impegno coerente, nel riconoscere un plus (es. +3%) rispetto ai listini già concordati, sui prodotti che siano stati riformulati per eliminare il palma. Altrimenti, come si direbbe in  gergo romanesco, ‘stanno a fare i finocchi col culo degli altri’ (volgare ma efficace).
– I consumatori a loro volta potranno riconoscere un aumento dei prezzi che dovrà davvero essere quasi impercettibile. Poiché l’eliminazione del palma, al pari della garanzia sulla sicurezza alimentare, dovrebbe venire intesa dai produttori come un pre-requisito e non un’occasione per realizzare margini ulteriori.

4) quali ulteriori benefici? I protagonisti del ‘Made in Italy’ alimentare, a maggior ragione in questo unico semestre Expo, potrebbero smettere di trincerarsi dietro posizioni indifendibili e invece cogliere l’occasione per confermare nei fatti la loro effettiva attenzione allo sviluppo sostenibile.

Non basta edificare campi sportivi a casa propria se si indulge ad alimentare la domanda di una produzione che che rapina la terra alle giovani generazioni di Paesi in via di sviluppo, la contraddizione è inaccettabile. Abbiamo denunciato Plasmon e andremo avanti nell’esporre le incongruenze tra i pesanti tomi dei manuali della c.d. CSR e il più grave abominio di cui ogni acquirente di palma é responsabile. Laddove la storia del c.d. palma sostenibile é altresì ridicola, posto che RSPO é stata fondata ed è governata proprio dai grandi produttori di palma – che tuttora portano avanti Land grabbing e deforestazioni – nonché dai grandi utilizzatori, che non smentiscono la logica del ‘profit over People’.

Cambiare paradigma ora significa invece iniziare a distinguere la filiera produttiva italiana rispetto a molte altre proprio per il ‘giusto’ che deve sempre accompagnare il ‘buono’. E favorire l’apprezzamento dei suoi prodotti nei 5 continenti. Senza speculazioni ma con una responsabilità che potrà ben venire apprezzata dai buyer come dai consumatori globali.

Ricordiamo infine che a loro volta Coldiretti e le altre confederazioni agricole potrebbero apprezzare e valorizzare questo tipo di iniziative, considerato che le alternative in Italia sono burro e girasole nostrani … con una drastica riduzione, tra l’altro, dell’impatto ambientale dei trasporti di materie prime …

Insomma, e come sempre, é ora di muoversi!
Dario Dongo per Newsfood.com

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