YAKULT e la rivoluzione nel mondo della comunicazione

YAKULT e la rivoluzione nel mondo della comunicazione

 

Se la relazione fra alimenti e salute vanta una tradizione secolare, non è così per la legislazione, che ha sempre cercato di tenere ben separati i due ambiti.

Fino al 1997 la legislazione europea impediva in maniera totale ogni riferimento alla salute se correlata agli alimenti. Nel ’97 la situazione è cambiata, perché venne
introdotto il concetto del «cibo nuovo» o «novel food» e per questa categoria di alimenti è stata introdotta una lunga e complessa procedura per
autorizzarne la commercializzazione. Tale procedura ha lo scopo di verificare la non nocività dell’alimento stesso e nel decreto di autorizzazione all’immissione in
commercio di questi «cibi nuovi», l’Unione Europea ha imposto alle aziende di indicare precise dichiarazioni in etichetta. Per esempio, gli alimenti a base di
fitosteroli sono stati obbligati a dichiarare frasi del tipo: «se si consuma una «porzione» al giorno per 15 giorni si può ridurre il colesterolo». Questa
non è pubblicità ma un’avvertenza obbligatoria.

Tuttavia la direttiva del 2000 dice che un prodotto alimentare non può vantare nessun legame con la salute.

Questa situazione di ambiguità ha spinto il legislatore europeo ad introdurre nel 2006 una serie di specifiche norme (Reg CE 1924/2006, Reg CE 109 e 353/2008), scaricabili dal
sito Eurolex, il sito legislativo dell’Unione Europea, che stabiliscono i criteri per decidere se un alimento può o meno dichiarare una relazione tra il suo consumo e la
salute. Il regolamento è stato pensato per tutelare i consumatori, visto l’altissimo numero di prodotti ormai disponibili sul mercato, dai molteplici e/o presunti effetti
sulla salute. Inoltre, sempre secondo questa norma, alcuni specifici alimenti non sono autorizzati a sottomettere la richiesta per ottenere l’indicazione salutistica, come ad
esempio le bevande alcoliche che contengano una quantità ≥1,2% di alcol, gli alimenti troppo grassi o troppo calorici.

Questo regolamento vedrà il suo coronamento nel gennaio 2010, quando gli alimenti, che hanno presentato la domanda e che hanno ricevuto una specifica autorizzazione sulla base di
un dossier scientifico-clinico, potranno comunicare al consumatore i propri effetti benefici sulla salute legati al loro consumo.

Quindi che cosa cambia?

Dal punto di vista scientifico, i ricercatori per la prima volta sono chiamati ad affiancare l’industria alimentare, non solo per sviluppare prodotti nuovi, ma anche e soprattutto per
validarne gli effetti sulla salute.

Come tutti sanno, quando un’industria farmaceutica richiede la registrazione di un farmaco deve presentare quello che viene chiamato il «DRUG MASTER FILE», cioè un
dossier che contiene tutte le informazioni sul farmaco. Ebbene, anche le industrie alimentari, con il regolamento 1924/2006, sono chiamate a presentare un dossier molto simile a quello
del farmaco, per dimostrare la fondatezza scientifica delle proprie affermazioni e per ottenere l’autorizzazione alla comunicazione. Dal 2006 il regolamento in questione impone
all’industria alimentare di sviluppare la ricerca di tipo clinico.

Fino ad oggi le industrie alimentari erano abituate a sviluppare la ricerca tecnologica, per aumentare la conservabilità, garantire l’igiene e la sicurezza dei propri prodotti,
ma non a condurre ricerche cliniche. Yakult rappresenta un caso particolare perché, come si evince dalla sua storia, già negli anni ’30 era impegnata nella ricerca
clinica.

Tornando al regolamento, i punti fondamentali, in sintesi, sono tre:

– l’allegato n°1 del regolamento stesso
– l’articolo 13
– l’articolo 14

L’allegato n°1 si riferisce ai claims che parlano delle proprietà nutrizionali e non della salute. In questo momento in Europa sono ammissibili 24 tipi di claims
nutrizionali. Per esempio, al posto del vecchio «light» dovrà essere scritto, per maggior comprensione del consumatore, «a basso contenuto calorico»,
«a ridotto contenuto calorico» o «senza calorie» secondo precisi parametri, definiti in base al contenuto calorico dell’alimento per 100 g di prodotto.
Stessa cosa vale per il contenuto di grassi, sale o zuccheri.

Questi criteri sono in vigore dal luglio 2007 e le aziende dovranno adeguarsi entro luglio 2009.

L’articolo 13 riguarda i claims funzionali, cioè quelle indicazioni sul ruolo di una sostanza nutritiva nel migliorare determinate funzioni dell’organismo, comprese quelle
psicologiche e comportamentali. Queste indicazioni devono essere basate su prove scientifiche generalmente accettate e, come sottolineato dal secondo comma, «ben comprese dal
consumatore medio».

Come si delinea l’attuale situazione relativa a questa tipologia di claims?

Poiché alcuni claims sulla funzionalità erano già da tempo in circolazione, l’Unione Europea, secondo un approccio classico, è intervenuta con una sorta di
sanatoria. Quindi i 27 stati membri, entro il 31 gennaio di quest’anno, hanno dovuto fornire alla commissione un elenco di ben 44.000 claims già presenti nei diversi mercati.
Questi claims sono stati selezionati e ridotti a poco più di 4.000; ciò non significa che tutti i restanti claims siano stati rifiutati, molti di questi sono stati
accorpati, mentre altri sono stati effettivamente scartati perché in disaccordo con la legislazione.

Attualmente questi 4.000 claims sono oggetto di ulteriore valutazione a Parma, presso l’Autorità Europea sulla Sicurezza Alimentare (EFSA).

Il panel esaminante, di cui io faccio parte, è stato allargato da 19 a 100 membri e avrà tempo fino alla prossima primavera per redigere una scheda tecnica per ogni claim,
di cui verrà valutata la fondatezza scientifica dei dati. L’ultima parola sull’approvazione spetterà al Direttorato Generale – altresì chiamata DG SANCO – che
rappresenta il ministero per la difesa del consumatore dell’Unione Europea a Bruxelles.

Finalmente nel gennaio 2010 verrà pubblicata la lista dei claims ammessi e, a partire da quella data, solo questi claims saranno comunicabili.

E se in futuro un’azienda volesse ottenere un nuovo claim funzionale?

Secondo le regole dell’articolo 13, punto 5, dovrà aprire un dossier specifico e l’EFSA avrà cinque mesi di tempo per valutarlo.

Inoltre se ad una determinata sostanza verranno riconosciute specifiche proprietà, tutti i produttori di questa sostanza o di alimenti che la contengono potranno utilizzare lo
stesso claim – a patto che siano rispettate le caratteristiche base della sostanza in questione, tipo la quantità, la purezza, ecc.

I 4000 claims, che attualmente sono all’esame della Commissione, sono stati suddivisi in diverse categorie (fra cui minerali, vitamine, fibre, macronutrienti, ecc.) e i probiotici
rappresentano una delle categorie con il maggior numero di claims depositati.

A dimostrazione di quanto sia aumentato l’interesse sui probiotici, se si attiva una ricerca su Medline (il sito scientifico che raggruppa tutti gli articoli scientifici
pubblicati al mondo) alla parola PROBIOTICS appaiono almeno due nuovi articoli al giorno. Inoltre l’Organizzazione Mondiale della Salute (OMS) ha redatto ben due documenti sui
probiotici e il Ministero della Salute Italiano ha posizionato sul suo sito le linee guida per la valutazione/definizione dei probiotici.

Del resto i probiotici vantano una lunga storia a partire dal capostipite, il Prof. Metchnikoff che ben un secolo fa a Parigi iniziò a vendere probiotici e preparò anche
una formulazione in compresse per gli intolleranti al latte; fino al microbiologo Dott. Minoru Shirota che negli anni ‘30 in Giappone isolò uno specifico ceppo probiotico
(Lactobacillus casei Shirota) dalle proprietà benefiche per l’uomo e che successivamente realizzò la bevanda probiotica ancora oggi conosciuta con il nome di Yakult.

Terzo articolo fondamentale del regolamento è l’articolo 14, che a differenza dei primi due articoli descritti, è totalmente nuovo, perché riguarda le
indicazioni relative alle proprietà di un alimento di ridurre il rischio di contrarre una malattia, nonché indicazioni che fanno riferimento allo sviluppo e alla salute in
età pediatrica.

Data la rilevanza dell’argomento, per tutti i claims regolamentati dall’articolo 14 sarà obbligatorio presentare dossier scientifici estremamente complessi e
accurati.

Il Ministero della Salute inoltre sta redigendo delle linee guida da inviare a tutti i comitati etici dei vari ospedali italiani, perché molti di questi comitati, negli anni
passati, hanno respinto trial clinici sugli alimenti, perchè non ritenuti etici.

Dal momento che la legislazione europea impone – per questi alimenti – la sperimentazione sull’uomo per l’ottenimento dei claims – il Ministero della Salute ha deciso di
intervenire per spiegare che tutta la procedura di sperimentazione non solo è etica, ma è anche necessaria.

La comunicazione

Dal punto di vista della comunicazione stiamo assistendo oggi ad una vera e propria rivoluzione copernicana: cambia l’atteggiamento del legislatore e l’attenzione posta alla
comprensibilità del messaggio, infatti il secondo comma dell’articolo 13 del regolamento 1924 dice che “è importante che le indicazioni relative agli alimenti
siano comprese dal consumatore ed è opportuno tutelare tutti i consumatori da indicazioni fuorvianti”.

Si è venuto a creare una sorta di triangolo dove i vertici sono rappresentati dall’ industria, dalla ricerca e dalla comunicazione e dove al centro viene posto il
consumatore.

La comunicazione diventa pertanto un elemento centrale di questa rivoluzione e uno snodo essenziale per il successo di questa fase innovativa.

Sarà necessario quindi poter comunicare ai consumatori gli aspetti più rilevanti della ricerca scientifica e metodologica che supporteranno gli health claims, per aiutarli
a capire meglio i processi di valutazione e scegliere con maggiore consapevolezza e senso critico.

Un esempio su tutti è dato da alcuni recenti articoli, pubblicati in seguito all’esito dei primi 8 claims esaminati dall’EFSA. Da questi articoli (ma soprattutto dai
titoli) sembrava che i claims riguardassero prodotti già in commercio. In realtà le 8 domande esaminate riguardavano claims relativi all’articolo 14 o nuovi claims
funzionali e nessuno dei 7 claims su 8, che non sono stati ritenuti sufficientemente provati, riguardava “comunicazioni attualmente in uso”. Quindi nel caso specifico, non
è stata rilevata alcuna truffa o comunicazione ingannevole, come è stato riportato erroneamente sui giornali, in quanto la comunicazione di questi claims semplicemente non
c’era; l’azienda chiedeva di poter INIZIARE ad utilizzare il claim, ammesso e non concesso che fosse ritenuto valido. Le aziende a tutt’oggi non sanno con certezza quante e quali
evidenze scientifiche richiederà l’EFSA per approvare questi claims.

E’ importante inoltre sottolineare per estrema chiarezza, che l’EFSA non ha il compito di bocciare il claim, ma solo di valutare se questo è sufficientemente
supportato da dati scientifici.

Le aziende in questione quindi potrebbero anche ripresentare in un secondo tempo la stessa domanda con nuovi studi che rispettino i parametri definiti dall’Autorità
Europea. Inoltre altre aziende potrebbero presentare la domanda con differenti studi scientifici a supporto e vedersi, quindi, approvare il medesimo claim.

 

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