Vinitaly 2026: cronaca ironica di una giornata tra calici, riti e stanchezza creativa

Vinitaly 2026: cronaca ironica di una giornata tra calici, riti e stanchezza creativa

By MM

Verona, 20 aprile 2026 

A qualche giorno dalla chiusura del Vinitaly, il modo più onesto per raccontarlo non è quello dei numeri, come sempre trionfali, ma quello dell’esperienza concreta di una giornata intera dentro la manifestazione. Un’esperienza che oscilla continuamente tra eccellenza produttiva e ripetizione rituale, tra professionalità altissima e una certa difficoltà a uscire da schemi ormai consolidati.

L’arrivo a Verona: una città sotto pressione e l’inizio di un pellegrinaggio laico

Arrivare al Vinitaly al mattino presto dovrebbe garantire un certo vantaggio operativo, una sorta di anticipo sulla folla che consente di muoversi con relativa agilità. In realtà, già nelle prime ore della giornata la città appare completamente saturata. Le auto sono parcheggiate ovunque, spesso con una libertà interpretativa che farebbe discutere qualsiasi vigile urbano, e i parcheggi a pagamento sembrano più un’opzione teorica che una pratica diffusa.

Da lì inizia una lunga camminata verso i padiglioni, una fila continua di persone che procede compatta: operatori del settore, buyer internazionali, curiosi, appassionati. Il Vinitaly si presenta subito per quello che è davvero, ovvero una grande liturgia contemporanea, in cui il vino diventa il linguaggio comune attraverso cui si costruiscono relazioni, scambi e, inevitabilmente, anche narrazioni.

I padiglioni e la logica dell’uniformità: quando la professionalità diventa standard

Entrando nei padiglioni, soprattutto dopo qualche anno di assenza, la prima sensazione è quasi spiazzante. Gli stand sono indubbiamente curati, spesso eleganti, ma strutturalmente molto simili tra loro. Cambiano le insegne, i colori, le grafiche, ma la grammatica espositiva resta identica.

Le bottiglie sono poche, quasi sempre cinque o sei, disposte con ordine rigoroso. I calici sono standardizzati, i secchielli del ghiaccio onnipresenti e continuamente riempiti. E accanto a ogni postazione compare lo spittoon (sputacchiera), presenza discreta ma costante, che ricorda continuamente la natura tecnica – almeno nelle intenzioni – della degustazione.

Si ha l’impressione che il settore abbia raggiunto un livello di professionalità talmente elevato da aver prodotto, come effetto collaterale, una forte uniformità. Tutto è corretto, tutto funziona, ma molto poco riesce davvero a distinguersi.

Degustazioni e limiti impliciti: quando l’assaggio diventa accumulo

Dopo pochi padiglioni, la dimensione tecnica della degustazione comincia a lasciare spazio a quella più concreta della resistenza fisica. Già intorno alle 11 del mattino, dopo aver attraversato quattro padiglioni, diventa evidente che molti visitatori hanno superato senza difficoltà la soglia dei dieci assaggi.

In teoria si tratta di degustazioni professionali, spesso accompagnate dall’uso dello spittoon. In pratica, però, il confine tra analisi e consumo si fa progressivamente più sfumato, e l’atmosfera cambia. Si resta dentro una cornice formale, ma iniziano ad affiorare segnali evidenti di una progressiva alterazione.

A quel punto viene quasi spontaneo chiedersi cosa direbbe la polizia locale di Verona se applicasse qui, con rigore, i normali controlli alcolemici. La risposta è semplice: dovrebbe fermare tutti.

Il linguaggio degli stand: storie perfette e perfettamente intercambiabili

Un altro elemento che colpisce è la straordinaria coerenza del linguaggio utilizzato dagli standisti. Le storie sono sempre ben costruite, spesso sincere, ma sorprendentemente simili tra loro. Si parla di tradizioni familiari, di produzioni antiche che hanno saputo innovarsi, di attenzione al territorio, di apertura al futuro e di centralità dell’enologia.

È un racconto impeccabile, ma anche estremamente codificato. Dopo qualche ora, tutto tende a sovrapporsi.

L’incontro con un produttore del Collio che espone una citazione dantesca rappresenta un tentativo interessante di uscire dallo schema. Tuttavia, appena il dialogo prende forma, anche in quel caso il racconto torna rapidamente entro i binari consueti, come se esistesse un copione implicito da cui è difficile allontanarsi.

Etichette e visual marketing: eleganza diffusa e poche vere deviazioni

Anche sul piano visivo emerge la stessa dinamica. Le etichette sono curate, spesso raffinate, ma rispondono a logiche estetiche molto simili: minimalismo, richiami alla tradizione, palette cromatiche ormai consolidate.

In questo contesto, le eccezioni diventano immediatamente visibili. Un produttore sardo propone etichette con animali fantastici, rompendo la monotonia e introducendo un elemento narrativo più audace. È uno dei pochi casi in cui il visual riesce davvero a imprimersi nella memoria.

Il Vinitaly parallelo: porchetta, birra e una vitalità meno costruita

Accanto alla dimensione ufficiale, esiste un Vinitaly parallelo, meno codificato e più immediato. Tra un padiglione e l’altro compaiono furgoncini già operativi nelle prime ore della giornata, che distribuiscono panini con la porchetta accompagnati da birra alla spina, peraltro a prezzi tutt’altro che popolari.

A questi si affiancano gli immancabili stand di risotto all’amarone, simbolo perfetto di una certa idea di territorio, forte e riconoscibile ma anche ripetuta fino a diventare formula.

Veneto tra vino e religione: una convivenza senza contraddizioni

Il contesto territoriale emerge anche attraverso dettagli apparentemente marginali ma molto significativi. Non è raro imbattersi in cartelli che pubblicizzano con sobrietà e decisione la S. Messa domenicale.

Questo elemento non appare fuori luogo, ma anzi perfettamente coerente con l’ambiente. In Veneto il vino non è solo un prodotto economico, ma un elemento culturale profondamente radicato, quasi un fatto identitario.

Delegazioni e potere: quando la fiera si ferma

Nel corso della giornata, i flussi si interrompono improvvisamente per il passaggio di delegazioni ministeriali. Le strade interne si bloccano, i percorsi cambiano, le priorità si ridefiniscono.

La presenza istituzionale è evidente e sottolinea il peso economico del settore. Anche i ministri, del resto, partecipano alle degustazioni, con un vantaggio implicito: per loro il problema del tasso alcolemico sembra non costituire una reale preoccupazione.

Installazioni e segni dei tempi: tra spettacolo e inquietudine

Molti visitatori si fermano davanti a una gigantesca installazione con una mega bottiglia, pensata per attirare attenzione e fotografi.

Meno appariscente ma più significativa è la scelta del padiglione Italia, che presenta un vitigno reale ricostruito con droni e macchine agricole dalle dimensioni imponenti, quasi simili a mezzi militari. Una soluzione che, forse involontariamente, racconta anche qualcosa del clima del tempo presente.

Folla e comportamento: quando la misura si perde

Già a metà mattina la situazione si fa più complessa. La folla aumenta e una parte dei visitatori appare chiaramente oltre la soglia della semplice degustazione.

Alcuni stand vengono presi d’assalto, mentre i buyer americani e del Nord Europa siedono in aree riservate, circondati da bottiglie, con un’aria che alterna concentrazione e un certo distacco, talvolta sfumando in qualcosa di meno lucido.

Intorno, il livello di educazione cala progressivamente. Non solo tra i visitatori.

Allo stand della Abbazia di Novacella l’accoglienza è sorprendentemente brusca, fino a sfociare in un allontanamento poco cortese. Episodio curioso, considerando che i monaci producono vino dal 1142.

Le anomalie: gli spazi in cui il Vinitaly prova a essere altro

A quel punto diventa quasi necessario cambiare sguardo e cercare le anomalie, cioè quegli elementi che provano a uscire dalla ripetizione.

La Sicilia, con una scelta che si potrebbe definire un piccolo miracolo organizzativo, allestisce uno spazio culturale con anfore, cottabi e oggetti dell’antichità greca legati al vino. Una proposta intelligente, che però resta desolatamente vuota.

In un altro padiglione si incontra un liquore al melograno, interessante ma accompagnato da una definizione – “beverino” – che finisce per ridurne immediatamente il fascino.

Giovani e aperitivi: un’altra idea di consumo

In alcuni punti strategici si distribuiscono aperitivi, frequentati soprattutto da un pubblico molto giovane. Qui il vino perde la sua dimensione tecnica e torna a essere socialità immediata.

Tra le proposte, emerge uno spritz rivisitato proveniente da Paratico. Buono, convincente, anche se viene spontaneo osservare che, localmente, si chiamerebbe “Pirlo”. Ma non sempre le identità locali sopravvivono alla standardizzazione.

Padiglioni dimenticati e nostalgia balcanica

Quasi vuoti gli stand della Slovenia.

E quasi deserto uno dei padiglioni più interessanti, dedicato ai vini dei Balcani, che ricostruisce un albergo della Jugoslavia comunista degli anni Sessanta. Un allestimento affascinante, volutamente decadente, fuori tempo, e proprio per questo capace di lasciare un’impressione più forte di molti stand perfetti.

L’uscita: proteste isolate e sguardi opachi

All’uscita, una scena che sembra riassumere l’intera giornata.

Un piccolo gruppo di animalisti protesta contro le pellicce. Sono pochi, una decina. Intorno, migliaia di persone passano oltre.

Gli sguardi sono opachi. Non tanto per indifferenza, quanto per l’effetto evidente dell’alcol accumulato nel corso della giornata.

Il bilancio: una grande macchina con poche sorprese

Il Vinitaly resta una macchina straordinaria. I numeri sono record, l’organizzazione impeccabile, il settore solido.

Ma resta una sensazione di fondo difficile da ignorare: molte risorse, molte competenze, ma non tantissime idee nuove.

È una fiera potente, ma leggermente stanca. Come certi vini perfetti che non sbagliano nulla, ma che faticano ancora a emozionare davvero.

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