Unicredit: è proprio una domenica da leoni. Approvato dal Cda l'aumento di capitale
5 Ottobre 2008
La riunione è durata 5 ore. Al lavoro anche Mediobanca.
Tremonti: “E’ finito solo il principio della crisi”.
Fortis: gli olandesi si riprendono Abn.
“Abbiamo approvato tutto”: dopo oltre 5 ore di riunione il Consiglio di amministrazione straordinarrio di Unicredit si è
concluso positivamente. “Abbiamo dettp sì” e “abbiamo fiducia nel nostro istituto”: ha detto il consigliere di Unicredit Piero Gnudi lasciando la banca dopo il Cda che ha varato
il piano anti-crisi. Alla domanda se tra i consiglieri ci siano preoccupazioni riguardo alla situazione della banca, Gnudi ha risposto: “Noi non siamo assolutamente preoccupati”. “Non
c’è di che preoccuparsi” sembra lo slogan dei dirigenti della grande banca. Infatti un altro dei consiglieri, Salvatore Ligresti, ribadisce, uscendo dalla riunione: “Confermo:
non c’è motivo di preoccupazione”. Ligresti non ha fornito particolari sulle misure approvate dal Cda: “Ci sarà un comunicato”, ha detto.
Quanto al protrarsi della riunione, Ligresti l’ha spiegato senza entrare nel merito: “Abbiamo parlato di tante cose”.
“Il sostegno convinto dato dai nostri principali azionisti al piano di rafforzamento del capitale è un chiaro messaggio di
fiducia nel gruppo, del suo modello di business diversificato e della sua solidità finanziaria”: è questo il testo dell’attesa nota ufficiale del presidente di Unicredit,
Dieter Rampl, al termine del Cda che approvato il piano di ricapitalizzazione.
“Questa operazione – ha aggiunto Rampl – fa di Unicredit uno dei gruppi con il più elevato livello di patrimonializzazione in
Italia. Sono dunque convinto che la performance commerciale e un’ancor più solida base patrimoniale continueranno a rappresentare gli elementi chiave per la creazione di valore
di Unicredit a beneficio dei suoi azionisti, dei suoi clienti e dei suopi dipednenti. Il cda ha voluto sottolienare il suo forte sostegno e la sua completa fiducia nel
management”.
Il resto si apprenderà, probabilmente, domattina alle 8, quando è prevista una “conference call” dell’amministratore
delegato, Alessandro Profumo, con gli analisti finanziari, prima che apra la Borsa.
Ma tutto lascia prevdere, a questo punto, che la speculazione al ribasso eviterà domani di puntare sul titolo di piazza
Cordusio.
Le ipotesi di intervento: tra i 5 e i 6 miliardi di euro
I dettagli ancora mancano, restano in pierdi le ipotesi della vigilia, via via rafforzate dalle indiscrezioni di oggi. La
ricapitalizzazione sarebbe tra i 5 e i 6 miliardi di euro, non di 2 o 2,5 come si era detto inizialmente. E al lavoro, in questa prima domenica di ottobre, non vi sarebbe solo il Cda
della banca di piazza Cordusio, ma anche Mediobanca che starebbe svolgendo attivamente il suo ruolo. Il piano di intervento è in più mosse e punta a mettere in campo, a
regime, oltre i 6 miliardi di euro, rafforzando i coefficienti patrimoniali della banca sopra il livello del 6%, come ha chiesto nei giorni scorsi
Bankitalia. E’ ipotizzabile che 3 miliardi arrivino convertendo in azioni il dividendo destinato quest’anno agli azionisti, ma gli altri devono entrare attraverso un aumento
di capitale. E’ su questo che starebbero lavorando, in queste ore, due banche d’affari – Mediobanca e Merrill Lynch – che hanno avuto incarico da Unicredit di studiare un
aumento di capitale da 2-2,5 miliardi di euro. La notizia è confermata da fonti finanziarie vicine all’operazione, che parlano di una ricapitalizzazione garantita da un bond
convertibile cosiddetto “fresh”.
Rafforzare Unicredit prima di domani
L’obiettivo è quello di presentare una Unicredit ben diversa da quella che la settimana scorsa ha lasciato sangue, sudore
e lacrime in Borsa. Proprio per questo, domani mattina alle 8, è prevista una “conference call” dell’amministratore delegato Alessandro Profumo, con
gli analisti finanziari.
Alla riapertura, domani, dovrà suonare una musica nuova, in piazza Affari. “Certamente, oggi siamo qui per questo
motivo”: ha risposto il presidente dell’Enel, Piero Gnudi, in qualità di consigliere di Unicredit, entrando nella sede della banca di piazza Cordusio, a chi gli chiedeva se
la riunione aveva come scopo il rafforzamento dei coefficienti patrimoniali dell’istituto sopra il livello del 6%.
Gnudi ha poi detto di non essere per niente preoccupato: “Assolutamente no – ha risposto ai giornalisti -, non vedo perché mi
dovrei preoccupare”.
Una risposta simile è arrivata anche dal numero uno di Fondiaria Sai, Salvatore Ligresti, anche lui nel board di Unicredit, che
ha chiesto ai giornalisti: “Mi vedete preoccupato?”.
Molte auto a piazzetta Cuccia
Domenica di lavoro anche a Mediobanca. Nella sede di piazzetta Cuccia, di solito chiusa nei giorni festivi, si è notata la
presenza di automobili. Mediobanca, secondo indiscrezioni che al momento non trovano riscontri ufficiali, sarebbe uno degli advisor che starebbero curando il piano per conto di
Unicredit.
Tremonti: è solo la fine del principio
Tanta animazione attorno a una delle grandi banche italiane (che, tra l’altro, è la più internazionalizzata,
esesendo anche la seconda in Germania e nell’Est Europa) non lascia indifferente il ministro dell’Economia Giulio Tremonti, presente a Milano per la festa del Partito delle
libertà. “Tutte le crisi finiscono e anche questa finirà – ha detto il ministro – però la crisi non è finita. Penso, anzi, che a
questo punto siamo alla fine del principio. Quando la crisi finirà, il mondo sarà diverso, ci sarà più attenzione al lavoro, all’industria manifatturiera e
meno alla finanza. La finanza è utile ma è un mezzo e non un fine”.
“Il problema ora – ha concluso – è quello di salvare il mercato con lo Stato. Poi ci vorrà una riforma del diritto, che
dovrà mettere il confine tra i valori che sono etici e quelli che non sono etici”.
Hypo, interviene il governo tedesco
E che serva lo Stato non c’è dubbio. Dopo tante invocazioni “liberiste” degli anni scorsi da parte
dell’industria e della finanza internazionale, è dovuto intervenire direttamente il governo tedesco nel disastro della Hypo Re.
Angela Merkel, visto fallire il piano di salvataggio, ha deciso di mettere la garanzia dello Stato sul colosso immobiliare e su tutti
i depositi al risparmio privati.
La Hypo re è stata colpita duramente dalla borsa tedesca
lunedì scorso ed ora si teme un tonfo definitivo domani, alla riapertura dei mercati.
“Lottiamo per la sopravvivenza dell’azienda” ha riferito un portavoce dell’istituto, “speriamo che le parti in causa siano pienamente
coscienti della situazione”.
Le conseguenze in Europa e in Italia
Secondo la stampa tedesca la Hypo ha sottovalutato l’impatto sui bilanci dell’istituto della crisi subprime e anche del recente
fallimento della Lehman Brothers.
Hypo Re, viene messo in evidenza, avrebbe bisogno di 20 miliardi di euro da qui alla fine della settimana prossima, di 50 miliardi da
qui alla fine dell’anno e da 70 a 100 miliardi da qui alla fine del 2009. Molto più dei 35 miliardi previsti dal piano di salvataggio ritirato ieri e al quale avrebbero dovuto
partecipare le banche tedesche.
Adesso il timore è, oltre che per il fallimento della banca, anche per le ripercussione che questo default potrebbe avere sul
sistema finanziario tedesco ed europeo.
Il Comune di Milano, tra l’altro (ma probabilmente in Italia non è l’unico) ha comprato una serie di titoli della
Depfa, che è affiliata alla Hypo Re, che sono già diventati carta straccia.
Scoppia il “caso Fortis tra Belgio e Olanda”
Il salvataggio del colosso finanziario Fortis, che all’inizio era sembrato un modello di cooperazione tra i governi del Benelux,
Belgio, Olanda e Lussemburgo, è diventato rapidamente un astioso divorzio.
Una settimana fa i tre governi hanno deciso di intervenire per soccorrere Fortis, con una parziale nazionalizzazione e un’iniezione di
liquidità da 11,2 miliardi di euro.
Ma la “soluzione” è durata solo 5 giorni e poi il governo dell’Aia ha preso le distanze, decidendo di nazionalizzare le
attività olandesi di Fortis per 16,8 miliardi di euro.
L’importanza di Abn Amro
Tra le attività “rivendicate” dagli olandesi ci sono anche quelle di Abn Amro, la super banca che Fortis, insieme a Santander e
Royal Bank of Scotland, ha acquistato circa un anno fa per oltre 70 miliardi di euro. I tre acuirenti l’hanno smembrata e se la sono spartita, infliggendo un duro colpo al mondo
finanziario olandese che aveva sempre ritenuto Abn Amro un suo gioiello.
Ma ora l’Aja ha approfittatio dlele circostanze e si è ripresa ciò che ritiene suo,
prendendo in contropiede con la nuova nazionalizzazione i governi di Bruxelles e del Lussemburgo.
I giornali del Belgio se la sono resa molto: “La vendetta olandese, ordita dalle autorità olandesi” titolavano oggi. E ancora:
“Ecco come gli olandesi si sono comprati il Belgio per un piatto di lenticchie”.
Per il Belgio, diviso tra una maggioranza fiamminga e una minoranza di lingua francese, aver fatto parte della cordata che era
riuscita a mettere le mani sulla ricca e potente Abn Amro era stata un’insperata vittoria.
Ora però i vicini si sono ripresi una parte importantedel bottino, mentre il premier belga, Yves Leterme è alle prese
col salvataggio di quello che rimane del più grosso gruppo belga, nel quale lavorano decine di migliaia di addetti e che gestisce i depositi di milioni di risparmiatori.
Una sconfitta con molte ombre
A rendere ancora più clamoroso lo smacco c’è anche la diatriba sull’iniezione da 11 miliardi di euro decisa lunedi’
scorso. Belgi e lussemburghesi hanno pagato la loro parte, mentre le autorità olandesi non hanno mai versato i 4 miliardi di euro di loro competenza.
Questa notizia non è di parte, visto che è stata confermata dal Governatore della Banca d’Olanda, Nout Wellinck.
“C’erano problemi tecnici sul contratto – spiega Wellink – non c’era chiarezza. I belgi hanno detto che avrebbero cambiato le clausole, ma abbiamo aspettato invano che ciò
avvenisse”.
La beffa finale è che il gruppo Fortis aveva comprato la sua fetta di Abn Amro prima dell’inizio della crisi dei subprime,
quando i prezzi erano alle stelle, sborsando una quota di 24,2 miliardi di euro. E questa “emorragia” è stata una delle principali cause della crisi di liquidità che ha
compromesso il gruppo.
Una domenica intensa e faticosa
Lavorare di domenica pomeriggio non è mai piacevole. Farlo perché si è sottoposti da giorni e giorni a un attacco
speculativo lo è ancora meno. Ma il Consiglio di amministrazione di Unicredit proprio questo è chiamato a fare mentre gran parte degli italiani fa la pennichella o guarda
in tv le partite: dare una risposta all’attacco a cui il titolo è stato sottoposto in Piazza Affari per tutta la settimana scorsa.
Non proprio una domenica da leoni, quindi, ma da felini grandi e molto infuriati decisamente sì. La riunione di oggi è,
infati, una corsa contro il tempo per evitare una nuova debacle del titolo domani alla riapertura dei mercati.
Occorre quindi che l’amministratore delegato, Alessandro Profumo (foto) – che ha ribadito ancora ieri di voler lasciare il mondo delle
banche a 60 anni, ma che ha sottolineato anche (non certo per civetteria maschile) che ora ne ha solo 51 – dia un messaggio concreto al mercato. Le ultime indiscrezioni, quando la
riunione è appena iniziata, parlano di un possibile aumento del capitale tra i 2 e i 2,5 miliardi di euro e non, come pensavano in molti della trasformazione del dividendo in
azioni. All’operazione starebbero lavorando Mediobanca e Merrill Lynch in qualità di advisor.
Intanto i giornalisti hanno visto arrivare nella sede di Unicredit dall’ingresso di via San Protaso: Fabrizio Palenzona, vice
presidente Unicredit, Hans Jurgen Schinzler e Carlo Pesenti, membri del Cda.
Unicredit, le ore prima del Cda: il “viatico” di Berlusconi
Un incoraggiamento non da poco gli è arrivato, intanto, dal premier, che non smania certo dalla voglia di dover discutere di un
intervento di Stato a favore della banca di Profumo. ”Unicredit – ha detto Berlusconi – è una banca assolutamente ben guidata e l’aumento di capitale non è una
preoccupazione, ma una garanzia in più”.
Proprio dell’aumento di capitale si parlerà nel Consiglio d’amministrazione straordinario.
L’ipotesi più accreditata
Al momento circolano soltanto ipotesi sulle decisioni del Cda che potrebbero essere rivelate, tra l’altro, ufficialmente soltanto
lunedì mattina, dopo la riapertura della Borsa.
La più accreditata è che, per l’esercizio in corso, Unicredit paghi il suo dividendo agli
azionisti distribuendo azioni e non, come avviene di solito, denaro.
Già l’Ubs e altre banche internazionali hanno fatto ricorso, di recente, a questo escamotage, che ha un indiscutibile vantaggio
per la banca (non per i possessori di azioni, almeno nell’immediato): evita l’esborso, da parte di Unicredit, di 3 miliardi di
euro in contanti, che diminuiscono la liquidità della banca e la rendono più esposta, quindi, agli assalti speculativi.
L’altra ipotesi: tagliare il dividendo
C’è anche un’altra possibilità, ma è sconsigliabile. Tecnicamente Profumo e il Cda potrebbero anche decidere di
“tagliare” il dividendo, ma questa scelta è molto pericolosa: farebbe precipitare, infatti, ulteriormente il valore del titolo in Borsa. E sarebbe, oltretutto, molto sgradita
agli azionisti maggiori della banca di piazza Cordusio (Fondazione Cariverona, Fondazione Crt, Carimonte Holding e Allianz) che vedrebbero ridursi il valore
della loro partecipazione.
Cessione di immobili e Generali
La situazione, comunque, nonostante l’ottimismo di facciata, non è semplice per Unicredit, tanto che – per favorire una
patrimonializzazione più “robusta” – ieri è stata esaminata anche la possibilità della cessione di alcuni immobili a Fondo chiuso e della possibilità di
uscire dalla partecipazione che Unicredit ha in Generali, ereditata dalla fusione con Capitalia. Si potrebbe fare entro dicembre, con l’obiettivo di mantenere l’indice patrimoniale al
di sopra del 6,2%, come chiesto da Bankitalia.
In serata, o al massimo domattina, ne sapremo di più.





