Un’avventura (andata a buon fine) al S. Paolo di Milano

Un’avventura (andata a buon fine) al S. Paolo di Milano

Questa volta, cari lettori, lasciate che vi parli della mia… avventura.

Tutto comincia un giovedì mattina. Verso le sei ho dei dolori laceranti alla bocca dello stomaco. Il caso vuole che sia il giorno delle visite ambulatoriali del mio medico di famiglia.
Ad una certa ora mi presento: mi visita e per un più approfondito accertamento mi fa un elettrocardiogramma. Avendo avuto 25 anni prima un infarto e da un paio d’anni l’applicazione di
tre stender alle arterie mi consiglia di recarmi al Pronto Soccorso del San Paolo. L’elettrocardiogramma non lo convince troppo.

E da quel momento che ha inizio la mia… avventura. Appena mi presento all’accettazione un “vigilante” mi dice di attendere che la persona che mi precede abbia finito con le pratiche. Viene il
mio turno: presento il modulo rosa con la banda dell’elettrocardiogramma del mio medico, compilo un modulo e subito mi viene misurata la pressione del sangue. Mi fanno distendere su un lettino,
in una sala con una quindicina di pazienti.

Mi pare di essere in un campo boario, con tutto un vociare di infermieri, di parenti di degenti, portantini delle autoambulanze e, di tanto in tanto, di poliziotti. E’ a quel punto che ti rendi
conto di un mondo pressoché ignorato da molti. Quello che ti sorprende è vedere i componenti degli equipaggi delle autolettighe che si prodigano nel loro compito. Appartengono
alle varie associazioni: dalla Croce Rossa in su. Tra loro c’è una concordia che non è facile trovare altrove.

Dopo ore di attesa infine viene il mio turno. In un ambulatorio mi viene fatto il prelievo del sangue. L’infermiere che deve eseguirlo è troppo impegnato col portatile e lascia
l’incarico ad un bravo ragazzo che spera di diventare a sua volta infermiere. Sarò la sua cavia e infatti dopo tanti tentativi riesce a trovare la vena giusta. Mi permetto di ricordagli
che al Pronto Soccorso gli infermieri devono essere gentili con i pazienti -avendo riscontrato che questo non sempre avviene- e che le loro parole e il loro comportamento sono il primo conforto
a chi ha necessità di cure.

Salto i pasti di mezzogiorno e della sera. Il medico che mi ha visitato e ha ricevuto il referto del mio sangue attende il cardiologo che solo nella tarda serata, nel vedere
l’elettrocardiogramma precedentemente fattomi e una radiografia toracica, stabilisce di tenermi in osservazione.

Passo… la notte in una saletta del pronto soccorso, non dopo aver ricordato al personale ausiliario di abbassare i toni di una conversazione piuttosto accesa e di fornirmi, gentilmente, una
compressa di Valium.

Siamo a venerdì. Dopo una visita medica vengo trasportato in radiologia per una ecografia all’addome: tracce di sabbia biliare. Il chirurgo esclude la necessità di un intervento
mentre i due cardiologi che nel frattempo seguono il mio caso, dopo avermi richiesto a più riprese se avevo avuto segni di svenimento, mi spiegano che ci sono dei brevissimi momenti nei
quali la circolazione sembra arrestarsi. Da qui la necessità d’impiantare un pacemaker. Se penso ai rischi ai quali mi sono esposto quando un po
di tempo fa sono salito, tra le montagne, sulla cima delle rovine del Castello di Kantara a Cipro Nord debbo ringraziare i miei atroci dolori di stomaco.

Nel pomeriggio ha avuto luogo il mio trasferimento al 4° piano e subito sono cominciati prelievi del sangue, elettrocardiogrammi, ingestione di pillole prima e dopo i pasti e visite mediche
mentre dal giorno dopo è passata l’addetta a prendere la prenotazione dei pasti (sono serviti in stoviglie di porcellana accompagnati da 1/2 litro d’acqua minerale e frutta) da scegliere
tra le varie pietanze. Un’assistenza da clinica di I.a classe con possibilità di mangiare ai tavoli nella saletta per gli incontri coi familiari.

Sabato, domenica e lunedì il programma è sempre stato lo stesso, con la particolarità che tanto gli infermieri che gli addetti ai vari servizi non hanno mancato di
dimostrare la propria disponibilità e professionalità mentre nelle ore “morte” ho potuto scegliere tra i sei programmi della Tv (10 euro per 6 giorni) quello per me più
interessante.

Martedì è arrivato il momento per il pacemaker. In una sala operatoria con tanto di apparecchiature ultramoderne e con diversi monitor tanto da sembrare in una stazione spaziale,
per due e passa ore, la dottoressa addetta all’intervento coadiuvata da una nutrita équipe, chiedendomi dei miei viaggi per controllare, in tal modo le mie condizioni fisiche, mi ha
arricchito di un apparecchio che quando il cuore ha in mente di fare brutti scherzi interviene.

Con le massime attenzioni sono stato riportato nella camera (a 2 letti con bagno) mentre ho potuto consumare un pasto leggero, cosa che si è ripetuta con la cena. Accanto a me avevo il
pappagallo per le necessità del caso.

Fino a metà della giornata di mercoledì sono rimasto sdraiato e quasi immobile. Poi dopo i soliti prelievi e la visita del primario accompagnato da due gentili dottoresse per
controllare le mie condizioni fisiche ho potuto riprendere il tram-tram dei giorni precedenti.

Dopo un giorno, tra medicazione, i soliti prelievi, elettrocardiogrammi, radiografia, pillole, visite di controllo e con tanto di tesserino che mi permette di superare i passaggi di controllo
elettronici, venerdì ho potuto lasciare con le mie gambe il reparto di cardiologia del San Paolo avendo scoperto che il primario era lo stesso che 25 anni prima mi aveva preso per i
capelli salvandomi dall’infarto.

A quei tempi non c’era l’angioplastica per cui fu costretto a chiudermi l’arteria andata in tilt. In quei tempi era in corso un’accesa campagna sull’assistenza sanitaria, io scrissi al Corriere
ringraziando il corpo medico per il lavoro svolto, cosa che in quest’occasione rinnovo.

Facendo, grosso modo, il conto tra medici e assistenti che mi sono stati attorno durante la mia permanenza al San Paolo posso quantificarlo in oltre 15 persone. Personale efficiente e sempre
disponibile.

Ho voluto scrivere queste cose per ricordare la validità del nostro servizio pubblico sanitario nazionale da difendere a ogni costo contro quelle privatizzazioni, dominate dagli istituti
assicurativi, che sempre più premono alle porte.

La mia, come si vede, è stata un’avventura a… lieto fine.


Bruno Breschi

Leggi Anche
Scrivi un commento