Triste Torino: potere, politica, finanza ed il grattacielo

Triste Torino: potere, politica, finanza ed il grattacielo

Laura Genovese:
L’influenza del potere finanziario sull’amministrazione della città di Torino in quest’ultima  legislatura è stata evidente e smaccata, tanto che, per alcune
scelte, il consiglio comunale è stato quasi ostaggio dei vertici di Banca Intesa.
Infatti una decisione di capitale importanza per il comune di Torino, come la decisione di costruire un grattacielo a ridosso del centro storico della città, è stata praticamente
imposta dal presidente (da poco ex) della Banca, Enrico Salza, all’amministrazione del comune. 
 
Banca San Paolo entra nell’amministrazione della città, per ammissione
degli stessi interessati, in modo diretto e brutale in occasione delle elezioni comunali del 1993, dopo la riforma elettorale.
In quelle elezioni ci si avviava a rieleggere il carismatico Diego Novelli, il sindaco che aveva amministrato con efficienza e rigore, che aveva riscosso consensi soprattutto nella
popolazione, che aveva denunciato fatti di corruzione all’interno del suo consiglio comunale, anticipando pertanto di quasi dieci anni l’azione di “mani pulite”.
Ma alle elezioni del 1993 Novelli non correva con il suo partito storico, il PCI, che si era trasformato in PDS, era invece sostenuto da Rifondazione Comunista, dalla Rete e dai
Verdi.
Questa compagine non era stata accolta con simpatia dagli ambienti cosiddetti liberali, dal mondo dell’alta finanza e dal mondo di una certa cultura sussiegosa, impomatata, stanca, fiacca, e
anche un po’ servile. Allora, il presidente di Banca San Paolo, Enrico Salza, per “aggiustare” la situazione, individua nello sconosciuto e impolitico Valentino Castellani, all’epoca un
professore del politecnico di Torino, il candidato da imporre alla città e da contrapporre a Novelli per “defenestrarlo”.
Il gioco gli riesce perché il banchiere può piegare gli organi di informazione ai suoi disegni, può influenzare gli esponenti di quel mondo culturale e liberale, senza
slanci, senza visioni e senza passioni, ben rappresentato dai filosofi Gianni Vattimo e Norberto Bobbio, che pubblicamente appoggeranno Valentino Castellani.
 
Nel corso di due
legislature, Castellani governa due importanti eventi per la città di Torino: l’adozione di un nuovo piano regolatore, e l’organizzazione delle olimpiadi invernali.
A Castellani succederà Sergio Chiamparino, per altre due legislature, che in continuità gestirà le olimpiadi e applicherà in modo molto italiano il piano
regolatore.
Le olimpiadi si riveleranno un successo mediatico per Torino e per il nuovo sindaco, lasceranno però un profondo buco di bilancio nelle casse comunali, lasceranno anche numerosi
e importanti impianti sportivi, costosi da gestire, di difficile e scarso utilizzo.
 
Il piano regolatore per Torino doveva ridisegnare e governare la trasformazione urbana di importanti, per estensione e collocazione, aree metropolitane. Nei primi del ‘900, Torino,
città industriale, aveva visto l’insediamento di industrie pesanti a ridosso della città, del suo centro storico; e nel corso degli anni, con l’espansione tumultuosa del tessuto
urbano, quelle che prima erano zone periferiche sono diventate zone semicentrali.
Secondo una nuova politica di sviluppo e di trasformazione industriale che si è imposta negli ultimi decenni, ma che suscita anche notevoli perplessità, gli insediamenti industriali
e manifatturieri sono stati gradualmente trasferiti all’esterno, nella cintura urbana: una scelta che ha intensificato e aggravato il pendolarismo lavorativo, e che oggi congestiona e soffoca
Torino, come molte altre città che hanno adottato lo stesso indirizzo.
Comunque, Torino, a metà degli anni ’90, deve e può gestire una trasformazione  urbana senza precedenti, un’occasione unica nella sua storia, perché gli stabilimenti
industriali dismessi hanno liberato aree di notevole estensione.
Ulteriori aree vengono aggiunte in seguito alla decisione, sempre molto criticabile, di interrare le linee ferroviarie che passavano accanto alle stesse aree.
Con il termine “spina” vengono identificate fino a cinque aree di intervento. Pertanto, in questi due decenni, alcune aree semicentrali sono state trasformate in modo molto evidente, ma il
giudizio sulle scelte urbanistiche, o più correttamente, sulle mancate scelte, non si discosta da quello che si può avanzare per l’urbanistica in generale in Italia.
 
Purtroppo Torino ha sciupato questa occasione nel peggiore dei modi.
Le aree, o spine, a disposizione, sono state occupate da innumerevoli edifici residenziali di tipo scatolare. Si nota una sciatteria edificatoria, il disordine, la mancanza di relazioni di senso
fra gli edifici e gli spazi circostanti, la mancanza di un ambiente, di un territorio, di un paesaggio riconoscibili.
Non c’è stato un piano urbanistico, un’idea progettuale globale, una regia, una visione organica. Emblematico è stato il risultato ottenuto nella spina 3, un’area di oltre 40h a
pochi minuti dal centro storico, dove hanno operato tre fra i più famosi architetti contemporanei, Mario Botta, Emilio Ambasz ed Elio Luzi.
Ciononostante il quartiere non ha una propria fisionomia, non è riconoscibile, non è gradevole, non è bello, non è amato; il quartiere non riesce ad aggregare, a
determinare una vita sociale: è invece un dormitorio come la prima cintura e le periferie.
Torino ha sciupato non solo un’occasione storica, ma, per quello che è stato fatto, Torino è stato oggetto di un terzo sacco urbanistico della città, dopo quelli perpetrati
dal regime fascista con gli sventramenti, e dopo il dilagare delle periferie-dormitorio negli anni del boom.
Non solo nelle spine, ma un po’ in tutta la città ci sono stati interventi fallimentari più o meno clamorosi. Alcuni interventi sono stati anche ridicoli, sia come risultato
architettonico, sia per le polemiche scaturite a fatto compiuto.
Piazza Valdo Fusi, ad esempio, era una falsa piazza (determinata dall’abbattimento di un edificio nel corso dei bombardamenti nell’ultima guerra) che veniva utilizzata come parcheggio alberato in
superficie; l’amministrazione “del fare tanto per fare” decide allora di interrare il parcheggio per pedonalizzare l’area; ma la superficie della piazza viene stravolta, perché viene
creato un avvallamento centrale, una sorta di bacile o catino, e contemporaneamente si innalzano degli spalti laterali, come muri o barriere che chiudono la piazza alla vista di chi proviene
dalle strade laterali; non basta, perché in mezzo all’avvallamento viene posta una costruzione, una sorta di insulsa baita: un orrore che ha fatto insorgere i torinesi del quartiere, con
mobilitazioni, con l’organizzazione di comitati, convegni, e anche di gare per la presentazione di progetti di risanamento. Un altro esempio di infortunio architettonico è l’intervento a
Porta Palazzo, la piazza che ospita lo storico e importante mercato all’aperto di Torino.
E’ stato deciso di sostituire un vecchio edificio all’angolo della piazza con una nuova costruzione, e di affidarne il progetto all’architetto Massimiliano Fuksas, che ha realizzato uno fra gli
edifici più detestati dai torinesi. L’edificio è ancora vuoto, dopo più di quattro anni dall’inaugurazione: un edificio  rivestito di una specie di patina di
materiale verde lucido che “sbatte” con gli edifici circostanti.
Ciononostante alla nostra archistar (ma per la sua supponenza, “archiboss” sarebbe un appellativo più consono) viene affidata la realizzazione di un secondo grattacielo, quello della
regione, che fa concorrenza all’altro per l’uso del vetro e del cemento.
 
Si potrebbe continuare con tanti altri esempi, ma il caso dell’edificazione del grattacielo di Banca Intesa merita un’attenzione particolare.
Perché può essere considerato l’emblema e l’apoteosi di un modo di sgovernare il territorio e il bene pubblico, è la cartina di tornasole che rivela il deperimento
civile, il crollo culturale, l’infiacchimento della classe dirigente e la nascita di una sorta di generone torinese, parassitario, che non riesce a concepire lo sviluppo se non con le
colate di cemento. Il piano regolatore della città, approvato negli anni ‘90, di per sé non molto dettagliato, poneva però alcuni vincoli: uno di questi era l’altezza
massima dei nuovi edifici, che non dovevano superare 70 metri.
Com’è, attraverso le varianti “creative” al piano regolatore, il limite viene elevato a oltre 160 metri. La regia di tanto attivismo “contro normativo” è stata la Banca San Paolo,
che pubblicamente manifestava l’esigenza di una nuova e prestigiosa sede per riunire le attività dirigenziali della banca, che nel frattempo era stata assorbita da Intesa, ed è
diventata la più grande d’Italia.
In realtà, la richiesta di una nuova sede mascherava la megalomania del suo presidente Enrico Salza, che, avviato al termine della sua carriera bancaria per limiti di età, come un
faraone fuori tempo, voleva lasciare il “segno”, come anche i signorotti medioevali che facevano a gara nelle nostre città nell’elevazione di torri. Non stupisce, anzi, è nella
consuetudine dei rapporti sociali, che il “potere”, che oggi è potere economico, voglia imporsi anche sul governo e sul disegno del territorio, lasciando il proprio “marchio” così
come è successo con la Roma imperiale, con quella dei papi, con le città delle signorie, con San Pietroburgo.
Stupisce invece la regressione culturale, estetica, e anche tecnica, che ha determinato la scelta di costruire una sorta di astronave, e di sbatterla addosso a Torino e ai torinesi in modo
così brutale e plateale.
Il grattacielo che si sta costruendo a Torino è una mastodontica confezione di kleenex di vetro e cemento a ridosso del centro storico, e viene costruito senza neanche effettuare una
Valutazione di Impatto Ambientale.
Gli edifici, i quartieri, le strade, le piazze del centro storico di Torino si distinguono per un particolare tipo di barocco: elegante, sobrio, rigoroso, quasi un ossimoro architettonico; la
planimetria del centro storico della città è a scacchiera, con assi ben definiti, con viali larghi e alberati, con prospettive  chiare, che creano paesaggi e vedute sulle
colline e sulle montagne.
Pertanto, viene un senso di ripulsa a immaginare la presenza di un immane monolite squadrato, spigoloso, dalle superfici lucide e riflettenti, che incombe come un’astronave discesa per sbaglio, e
fuori tempo; discesa in un tranquillo giardino di un quartiere semicentrale.
 
Altre importanti valutazioni dovrebbero indurre a riflessione e a riconsiderare la decisione di costruire il grattacielo. A Torino vi sono innumerevoli edifici, alcuni anche molto importanti e di
notevoli dimensioni, abbandonati o poco utilizzati. Addirittura sono gli stessi amministratori che, per essere alla moda, parlano sempre più di riuso, di ristrutturazione, di riciclo, di
recupero di quello che già c’è. E sono sempre gli stessi amministratori comunali, con quelli della regione Piemonte, che in pompa magna  organizzano manifestazioni e si
dicono impegnati sul tema dell’energia, del risparmio e dell’efficienza; ma poi autorizzano la costruzione di un edificio che presenta consumi specifici tre volte superiori agli obiettivi
che gli stessi amministratori hanno suggerito.
 
La reazione dei torinesi a queste operazioni finanziario-immobiliari è debole, poco efficace; i cittadini, come la maggioranza degli italiani, sembrano narcotizzati e fiaccati.
Manca  un forte movimento di opinione capace di incidere e di farsi sentire; piuttosto c’è una proliferazione di comitati, associazioni; si organizzano liste di discussione, convegni,
incontri, dibattiti: attività che però rimangono circoscritte, quasi come funzione autoconsolatoria, di autopromozione a coscienza critica, di testimonianza personale.
 
I partiti maggiori nel consiglio comunale, di destra e di sinistra, sono d’accordo su molte importanti questioni di politica urbanistica. Va segnalata una vivace opposizione da parte
del consigliere Mario Carossa della Lega, quando si trattava di autorizzare la variante al Piano Regolatore che consentiva l’innalzamento di un edificio a torre; una opposizione limitata e
personale, senza la mobilitazione della base elettorale.

I verdi, per ragioni di strategie elettorali, sono stati a fianco dell’amministrazione. I partiti di estrema sinistra, benché contrari, sono stati inefficaci nell’organizzazione di
un’opposizione visibile.
 
Il sindaco Sergio Chiamparino, gode ancora di popolarità nella città, e anche fuori, negli ambienti della politica nazionale.
Effettivamente dà l’idea di una persona pragmatica, efficiente, diretta, poco incline al presenzialismo, però aperta al dialogo, al confronto.
Comunque non si sa quanto spazio di manovra gli sia concesso. Con le difficoltà di tutti i comuni nel far quadrare i bilanci, Chiamparino è probabilmente costretto a cedere alle
logiche del partito del cemento e della finanza su molte questioni di gestione del territorio.
L’assessore all’urbanistica Mario Viano, se non l’artefice, è uno dei maggiori responsabili della trasformazione della città. Si presenta sempre abbronzato, cotonato, sorridente,
ottimista; è un grande affabulatore e conferenziere, però dà l’idea di chi ti vuol vendere i propri prodotti a tutti i costi, cercando di mascherare la merce avariata o
di scarsa qualità dietro l’immagine e la confezione di gran pregio.
 
Buonanotte Torino, ovunque tu sia.

                                    
Laura Genovese
NOTA:
Redazione Newsfood.com
(doveroso precisare che quanto pubblicato, scritto da Laura Genovese-in particolare i riferimenti a persone terze ed aziende – non necessariamente rispecchiano il pensiero di Newsfood.com 
ma   unicamente il pensiero dell’autore)

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