Proteste anti-cinesi in Tibet: almeno dieci morti, 100 secondo governo in esilio

Sarebbero almeno cento i morti a Lhasa, in Tibet, dove il governo cinese ha represso le manifestazioni dei monaci buddisti organizzate per il 49 anniversario della rivolta contro l’occupazione
cinese, il bilancio viene riferito dal governo tibetano in esilio in India, che chiede l’apertura di un’inchiesta da parte dell’Onu.

L’agenzia ufficiale cinese Xinhua, citando l’amministrazione regionale, parla invece di dieci morti. Le autorità cinesi del Tibet hanno promesso clemenza ai «ribelli» che si
consegneranno entro la sera di lunedì prossimo, in caso contrario minacciano severe punizioni per i ribelli. Viene inoltre ribadita la tesi che gli scontri sono frutto di un complotto
separatista organizzato dai seguaci del Dala Lama. Accuse che il portavoce del leader religioso ha definito «non nuove» e «totalmente infondate».

Le autorità cinesi accusano i ribelli di avere ucciso civili innocenti e di avere incendiato scuole, negozi e ospedali a affermano che i dimostranti hanno agito «sulla base di
istruzioni giunte dall’estero». Secondo l’Agenzia Nuova Cina infatti la polizia avrebbe sparato solo colpi di avvertimento e lacrimogeni. Ma la versione di Pechino non convince affatto la
comunità internazionale che sospetta pesanti violazioni dei diritti umani da parte della Cina. E proprio oggi il presidente Hu Jintao è stato rieletto per un secondo mandato di
cinque anni dall’Assemblea Nazionale del Popolo.

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