Prosecco Piramide e Prosecco Squadra by Giampietro Comolli

Prosecco Piramide e Prosecco Squadra by Giampietro Comolli

PROSECCO PIRAMIDE E PROSECCO SQUADRA: terza puntata dopo i diversi commenti pervenuti
PROSECCO DOCG E DOC, FRA PIRAMIDE E SQUADRA, PER FARE SISTEMA
TERZA PUNTATA CON I GIOVANI IMPRENDITORI DELLE COLLINE E I GIOVANI IMBOTTIGLIATORI DELLA PIANA .

Dopo i primi articoli di Giampietro Comolli, nostro inviato nella meravigliosa Terra di Prosecco, abbiamo richiesto un ulteriore approfondimento … con massima libertà per comprendere come tutelare un impegno secolare messo in campo dai piccoli viticoltori e vinificatori delle zona “Classica” o “Superiore” con la forza dei grandi numeri.

Sarebbe anche utile approfondire l’uso e il significato dei due termini speciali citati, sempre più inseriti nei disciplinari in modo non conforme. Il Prosecco sta a cuore a tutti… piemontesi o lombardi o veneti perché rappresenta un fenomeno di studio, un esempio da portare in tutte le scuole di enologia e viticoltura del Mondo.
E’ noto che le schegge impazzite e i volta gabbana sono ovunque, ma quelli non fanno testo, sono per fortuna pochissimi. Si pavoneggiano senza avere ne arte ne parte, senza neppure la vigna, ossequiosi verso i politici di turno e poco curanti dei sacrifici, della qualità e della durabilità del sistema… ma a parte questi esseri quasi estinti, sembra che la scelta condivisa di una  “piramide Prosecco” made in Italy (ndr: meglio made in Zaia) non voglia proprio diventare una grande “squadra prosecco” . Ecco perché chiediamo al più grande esperto di bollicine italiane, e non solo, ma anche produttore fino al 1983 quando iniziò a interessarsi di altre vigne, di ritornare a “camminare” la Terra di Prosecco.

In questo caso – sembra  – abbia trovato molte assonanze fra il piccolo vitivinicoltore di Valdobbiadene (da 60mila a 160.000 bottiglie) e il grande vitivinicoltore veneziano ( da 600.000 a 3.000.000 di bottiglie) come fosse veramente una identità sola con un preciso obiettivo. L’invito che feci ai produttori della pianura trevigiana di esprimere non solo negatività contro le idee dei produttori docg di Asolo, Valdobbiadene e Conegliano, ma di formulare una proposta positiva, un dialogo costruttivo….sono cadute tutte nel dimenticatoio. Nessuno ha risposto. Evidentemente non ci sono elementi e condizioni per realizzare un percorso di confronto diretto e costruttivo.

 

Lasciamo la parola, la penna, … la tastiera a Giampietro Comolli.

Più passa il tempo più si vengono a delineare due posizioni che hanno senso “solo” in una ottica di strategia di lungo periodo, di gestione di un binario passo per passo, di una unica programmazione produttiva e di mercato che consenta il giusto rapporto valore/identità e non qualità/prezzo che finora ha calmierato al ribasso il prezzo allo scaffale. La sensazione è che – tranne i piccoli produttori della quota alta docg – nessuno vuole toccare il non-equilibrio odierno perché guidato da un oligopolio di grandi cantine con forti interessi nel dare/avere contemporaneamente su docg ( immagine) e doc ( volumi e guadagni). Questo in brutale sintesi quanto emerge, ma la cosa nuova è la mitica alleanza fra il piccolo di Vidor e il grande  imbottigliatore del Terraglio.

Tutti i produttori  storici del “Superiore”, nessuno escluso mi confermano che trovano necessario e strategico che il Prosecco doc Spumante abbia un valore preciso e giusto, in base alle condizioni contrattuali dei vari mercati e canali, perché qualche differenza è capibile sia sui volumi che sulle fasce.  E’ giusto anche che stravinca verso i concorrenti stranieri nei mercati di prima fascia, dove si concentra il consumo della doc.

Oggi sono diversi i produttori sia docg che doc, ma il prezzo è ben distinto all’interno dei propri listini. Il problema nasce sul raffronto doc-doc di diverse origini territoriali. Con ciò tutti sottolineano che il doc di collina non è detto che valga di più o sia migliore a prescindere. La docg deve volare più alto, dicono, deve essere in grado o deve essere supportata da un ente consortile che faccia riconoscere il valore superiore come è stato fatto fra il Chianti Classico e il Chianti, fra Brunello e Rosso, Barolo e Nebbiolo.

Lo stesso ragionamento è valso per il  Franciacorta già 15-20 anni fa quando il consorzio non ha pensato ai “volumi” ma alla strategia, alla impostazione, a tempi lunghi. Quello che tutti sottolineano, sia i puristi del docg che i doc-puri  interpellati, è la necessità di rispetto oggettivo oltre che evidentemente soggettivo. Alcuni si spingono a proporre un unico mega-consorzio per fondere equilibri di territori viticoli, differenze, scale, gradini, strategie unificate per marchio.

I più preparati fra gli intervistati (ndr: giovani imprenditori fra i 30 e 40 anni, già titolari o co-titolari di impresa, impegnati al 100% nelle vigne) portano come esempio i 100 milioni di bottiglie di Asti Spumante docg di 10-14 anni oggi scesi a 70 milioni, con il 90% destinato all’estero, dove il valore medio delle uve è pressochè identico per tutti i viticoltori. Il rischio della “piramide Prosecco”  è di fare la stessa fine, dicono. Oramai il viticoltore di Moscato fa vino fermo, chi è in territori eroici  ha un contributo di mantenimento.

Per il Prosecco docg vorrebbe dire perdere spirito, valore aggiunto, identità collinare.  Dalle parole degli intervistati emerge il desiderio di portare in simbiosi le zone viticole con un vero controllo della produttività per entità marginale, dando a ciascuno un equilibrato e scalare riconoscimento storico, culturale, lavoro, qualità. I giovani ortodossi dei Colli e delle Rive sono i primi però a dire sempre che la doc può e deve essere un vagone veloce e trainante la docg, ma è anche vero che se la doc all’inizio del 2016 è senza scorte, si è potuta permettere di far lievitare i prezzi alla spedizione e al consumo (dal 5 al 15% in media per bottiglia) è grazie all’immagine secolare e foto delle vigne eroiche, dei colli, delle mani con i calli, delle ceste per trasportare l’uva, dei carretti di legno.

Il vino non è un bullone, il vino è cultura, asseriscono. Senza le colline “ben tenute” difficilmente la doc venderebbe 450/500 milioni di bottiglie l’anno, ed è già – al di là delle sparate a salve – un ottimo risultato per fare “squadra Prosecco” e studiare un indirizzo comune, anche pianificando senza avere paura di usare i termini economici-territoriali giusti.

Per le vigne di Glera, urge la scrittura di un PRG viticolo e un PLV vinicolo, ovvero una zonazione intelligente fatta da un non veneto!

Conclusione molto precisa, chiara. A quando la mossa dei vertici? Ringrazio i giovani produttori di docg e doc per la sincerità e intelligenza dimostrata in barba a tutte le relazioni e condivisioni consociate che si possono celare in un grande sistema interprofessionale di filiera chiuso in una area ben definita.

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