Prosecco docg – doc – superiore… diaspora diatriba fra i consorzi by Giampietro Comolli

Prosecco docg – doc – superiore… diaspora diatriba fra i consorzi by Giampietro Comolli

Prosecco docg-doc- superiore… diaspora diatriba fra i consorzi by Giampietro Comolli

La piramide, il mondo, il sistema “prosecco” è un castello consolidato. In 22 anni si è passati da 120 milioni di bottiglie più o meno anonime a 850 milioni. La Plv e la somma del fatturato delle aziende è cresciuta di 10 volte. Qualcuno vuole distruggere tutto o è solo semplice incompetenza?

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Data:
9 agosto 2022

Giampietro Comolli

Premessa:

Non voglio essere autoreferenziale “l’avevo detto!!” ma … l’avevo detto!

La piramide, il mondo, il sistema “prosecco” è un castello consolidato. Toccarlo vuol dire fare del male ed essere inopportuni e non competenti.
E’ stato tirato con l’elastico? E’ diventato il primo vino DO italiano? Esistono diritti acquisiti. In 22 anni si è passati da 120 milioni di bottiglie più o meno anonime a 850 milioni. La Plv e la somma del fatturato delle aziende è cresciuta di 10 volte. Qualcuno vuole distruggere tutto?
Trovo interessante, ma anche discutibile, anacronistico e  eccessivamente personalizzato, il testo o lettera aperta pubblicata da Benito Mantovani (vedi testo integrale in calce all’articolo)  il 6 agosto scorso sulle motivazioni che portano, in Italia, al logoramento della protezione di un brand, in questo caso collettivo come una Dop e una Doc, al punto di diventare “proibizionismo” incentrato sulla “diaspora” fra i consorzi di tutela Doc Prosecco da una parte, e i consorzi di tutela delle Docg Prosecco di Cartizze, Asolo, Valdobbiadene e Conegliano.  Il tutto in riferimento a un incontro con data e ordine del giorno scritto, saltato all’ultimo momento, formulato dal Ministero (Ministro?) delle Politiche Agricole con i presidenti dei consorzi di tutela in merito a due questioni, a dir il vero interessanti, ma non in perfetto allineamento con le consolidate e accettate norme nazionali e UE. Il Consorzio Doc ha sollecitato a più riprese il ministero o il ministro a proporre una soluzione (proponendo una ipotesi unilaterale non condivisa) in merito alla eliminazione del termine Superiore per i vini Prosecco Spumante Docg e al divieto di fare comunicazioni e dichiarazioni comparate fra le due DO in modo da far intendere che la Docg sia un gradino superiore della Doc. Due temi importantissimi, ma non cogenti con le motivazioni addotte dal proponente, del tutto non-inerenti alle leggi nazionali e europee sui vini DO-IG, ancora diverse rispetto i processi consortili delle Dop. Infatti fino a poco più di un decennio, le norme di riconoscimento, tutela, vigilanza, certificazione, controlli terzi, designazione in etichetta, presentazione sul mercato fra i vini e gli alimenti hanno seguito metodi e linee politiche e istituzionali diverse.
Per il vino italiano, la classificazione, la certificazione, la valorizzazione e il valore economico qualitativo si basa su più gradini della Denominazione d’Origine (DO). In Francia e Spagna, per esempio la categoria è unica “Aoc o Aoq”, con una più ampia possibilità di autodefinire all’interno dei singoli territori e aziende vitivinicole una piramide qualitativa dettata da caratteristiche fondamentali e basilari che, per chi non ha mai vissuto il Mipaaf o chi si interessa di vino da poco perché di moda e tendenza, la sostanziale differenza fra i vini italiani con la “G” (G di garantito e non di generico) e quelli senza, è dettato da più norme in regolamenti tutt’ora in vigore che si possono riassumere nell’assioma: un vino Doc nel tempo può diventare Docg perché riconosciuto di valore superiore, perché più noto, perché testimone e simbolo di un prezzo maggiore della vigna e dell’uva, perché al controllo tecnico (di terzi o di controllori deputati e autorizzati) ha caratteristiche chimico-fisiche-organolettiche-sensoriali “migliori”. Fin ora questa norma o prassi o validazione tecnica  non è mai stata cambiata: anzi il Comitato Vini Nazionale di Desana, di Fregoni, di Margheriti, di Rivella, dagli anni 1980 al 2010, fu molto attento nelle concessioni delle Docg. Io stesso fui sempre contrario ad un autocontrollo dei consorzi stessi, scegliendo un unico ente pubblico di Unioncamere, mai nato! Il  termine “superiore”, concedibile sia a una Docg e a una Doc, è dettato da motivazione di legge ben precisa: una titolazione volumetrica di almeno  mezzo grado superiore dello stesso vino ottenuto in vigna e caricato in registro di cantina. Il termine “superiore”, fino ad oggi (ma il cambio climatico potrebbe determinare qualche riflessione aggiuntiva a seguito dei tempi sperimentali necessari), è stato concesso ai vini ottenuti più in zone collinari e montane o terrazzate che non in pianura, con qualche degnissima eccezione per i vini rossi e bianchi fermi, notoriamente vini che non possono ottenere nessun aiuto titolometrico durante la elaborazione. Anche i termini “riserva”  e “classico” sono utilizzati in “speciali e specifici” vini o invecchiati e affinati in modo particolare o provenienti da una area “antica” di impianto delle vigne e di  produzione delle uve. Ma per gli spumanti, è sempre stato vietato l’uso del termine classico perché già utilizzato per identificare un metodo di produzione: persi anche questa battaglia in tempi passati e non sospetti.
Da qui, quando (dal 2004 al 2014) sono stato direttore del Consorzio di secondo grado Altamarca-CollinedelProsecco e fondatore del Forum Spumanti d’Italia di Valdobbiadene (dal 2004 al 2012), la presentazione della mia proposta negli anni 2006-2008 della piramide del Prosecco Spumante Docg, Doc, Igt  basata sulla legge 164/1992 e sul Reg.UE che consentiva menzioni speciali ufficiali. Io puntavo sul termine “classico” per le aree antiche collinari di Asolo, Conegliano, Soligo, Valdobbiadene, Vidor, Farra …mentre fu scelto “superiore” che non dava garanzie di continuità e di certezze nell’applicazione della norma. Ma il 100%, unanimità assoluta, dei viticoltori, cantine sociali, vinificatori, imbottigliatori, sindaci, coldiretti, confcoltivatori, confagricoltori, assessorati regionali, vertici della Regione Veneto e Friuli….decisero che il termine “Prosecco Superiore” fosse assegnato per i soli vini Docg e il termine d’area grande della 9 province compreso la restante provincia di Treviso fosse solo “Prosecco” (e non Glera o Igt diverse come prima)  proprio come summa della differenza del territorio collinare (il Cartizze fu designato come Valdobbiadene Superiore Docg Superiore di Cartizze), di rese ad ettaro, di valore delle uve e del vino, di titolazione, di territorio antico. Superiore, fu indicato come summa di tutto. Per cui è sempre bene, soprattutto chi ha responsabilità istituzionali e riveste una carica collettiva, essere non solo super partes, ma coerente, culturalmente e tecnicamente preparato, conoscitore della storia…per non alterare a piacere la realtà e la legge. Anche nel vino la “legge è uguale per tutti”. Se poi un termine abbia compensato o interpretato “al meglio” una volontà unanime e la politica nazionale e comunitaria abbia accettato, diventa difficile cancellare un diritto acquisito, dare nuova interpretazione, fare i finti tonti, passare la palla ad altri, nascondere la manina.
Infatti l’incontro dei tre presidenti  è saltato perché qualcuno ha informato il Ministro Patuanelli (Triestino di nascita e di collegio elettorale, proprio quello dove esiste il comune friulano Prosecco) o suoi consiglieri o il gabinetto che un accordo era possibile visto che i consorzi ne avevano parlato. Per questo che la iniziativa e presenza “romana” avrebbe aiutato a portare in porto le richieste:  eliminazione del termine Superiore nelle etichette Docg e divieto di scrivere, dire, fotografare cha Asolo, Valdobbiadene, Conegliano e Cartizze sono nel territorio antico, quello di collina, dove si produce meno uva ad ettaro e è più difficile lavorare e vendemmiare,  le uve hanno qualche caratteristica in più….dove forse nasce una diversa qualità che è trasferita nella bottiglia del Prosecco Superiore Docg. “Comparazione o comparativa” fa o non fa la differenza nella enunciazione di un dato di fatto da cui si deduce che uno dei due spumanti può essere superiore all’altro Prosecco?  E’ giusto rimarcare che c’è una differenza fra un terroir e un altro, come spiegato da decenni in tutte le facoltà di enologia? Concorrenza leale è o non è competizione di mercato fra due brand? Quale altra documentazione oggettiva o soggettiva o collettiva è necessaria? Cosa dovrebbe dire il Chianti vs il Chianti Classico, il Brunello di Montalcino vs il Rosso di Montalcino? Tutto il castello è di sabbia. E’ sviante, sbagliato, chiamare in causa Luca Zaia, presidente della Regione Veneto e artefice nel 2009-2011 del risultato politico e…concreto  ottenuto per centinaia e migliaia di viticoltori. Un successo che ha moltiplicato cantine, imprese, ricavi e reddito per migliaia di famiglie. Forse oggi, vendemmia 2022 alle porte, invece di beccarsi nello stesso pollaio  “… non c’è differenza fra Docg e Doc come detto dal direttore del Consorzio Doc”, sarebbe più intelligente, più professionale, più dirigenziale  puntare a strategie tecniche-produttive-vigilanza del reciproco distretto che potrebbero comunicare al consumatore le due tipologie di spumante, addirittura arricchire e migliorare merceologicamente le motivazioni e le valutazione su Docg e Doc. Spazio c’è: basta essere un esperto viticoltore, capace vignaiolo, corretto enologo e ragionare in modo autonomo sulle potenzialità tecniche e commerciali  del proprio vino, ridisegnare una transizione ecosistemica e agronomica e non “denigrando pubblicamente l’altro” credendo di essere più furbo, prendendo una scorciatoia, fornendo a dirigenti ministeriali informazioni incomplete. Non esiste una adesione neanche minimale da Asolo a Conegliano alle proposte Doc. La mia Altamarca, dopo 15 anni, sembra rinata forte compatta in difesa del Superiore, del Cartizze, del Docg.

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Benito Mantovani:

PROIBIZIONISMO INTERESSATO

Ma senti Questa! di Benito Mantovani

Lettera aperta 8 agosto 2022

Nell’agroalimentare, il protezionismo si è logorato al punto di trasformarsi in proibizionismo

Il Gazzettino di Treviso, datato 19 luglio 2022, con il titolo: Prosecco, bollicine roventi: salta il vertice – riporta la notizia, a firma della signora Alda Vanzan, dell’annullamento della riunione tra i Consorzi, da parte del Ministero.

(sempre dal Gazzettino) – I tre Consorzi – il Doc e i due Docg – dovevano trovarsi il 26 luglio per firmare un accordo relativo alla comunicazione dei propri vini. Due i temi caldi: l’eliminazione del termine “Superiore” da parte delle Docg e il divieto di fare “comparazioni dirette, non comparative”, con altre Denominazioni, tali da far ritenere che le Docg siano migliori della Doc.

In sostanza, se ho capito bene, il Consorzio del Doc contesta, giustamente, ai Consorzi delle Docg di promozionare i loro vini come “superiori”, rispetto a quelli Doc, senza una documentata comparazione oggettiva.

L’opposizione del Consorzio del Doc alla scelta delle Docg di pubblicizzare i propri vini con delle attribuzioni qualitative soggettive, prive di comparazioni oggettive, non solo la ritengo giusta, ma doverosa.

Anche se mi permetto di dissentire le affermazioni del signor Luca Giavi, direttore generale del Consorzio di tutela Doc Prosecco, che ha dichiarato che il Prosecco Superiore non esiste.

L’asserzione: il Prosecco Superiore non esiste” – del signor Giavi la condivido, se fa riferimento alla mancata documentazione qualitativa oggettiva delle Docg, e alla faziosità della qualità simulata in generale dalle certificazioni di processo, rilasciate da un Ente privato, pagato dal controllato.

Però, con tutto il rispetto, credo che la posizione del Giavi sia inquinata da ipocrisia per motivi d’interesse, vista la sua posizione di Direttore del Consorzio di tutela della Doc, il quale si avvale di una stessa certificazione volontaria di un Ente privato.

Però mi sento in dovere, signor Giavi, di ringraziarla, anche a nome di tutta la collettività, per aver fatto, seppure inconsapevolmente ed involontariamente chiarezza su ciò che io sto cercando di fare, da sempre inascoltato, per dei modelli produttivi certificati, finalizzati esclusivamente a plagiare i produttori e i consumatori, con attestati di marchi falsamente comprovanti caratteristiche simili e costanti, di produzioni diverse, perché prodotte su terreni con caratteristiche differenti.

Un aspetto questo che non ha nulla di ideologico, ma che rappresenta una pietra miliare inconfutabile dell’agronomia, la quale, giustamente, attribuisce ai terreni coltivabili, la capacità di trasmettere delle caratteristiche strutturali diverse, anche alle medesime coltivazioni, in funzione della loro tessitura e della loro collocazione orografica e microclimatica.

Pertanto, da un punto di vista della qualità strutturale oggettiva delle produzioni, non sono sconfessabili le affermazioni del signor Giavi :“nessuna differenza qualitativa tra il Prosecco Doc e quello Docg”, visto che sono entrambi certificati da un Ente privato, pagato dagli stessi Consorzi ( stesso ente), senza alcuna caratterizzazione qualitativa, oggettiva, ma solamente mediante un’etichetta dissimile e con la scritta “superiore per il Docg”.
È bene precisare che le disuguaglianze devono essere oggettive e documentate in modo realistico e credibile.

Pertanto, signor Giavi, come Lei dovrebbe sapere, sempre gli studi agronomici ci assicurano la diversità tra i vini prodotti in pianura rispetto a quelli prodotti in collina. Anche se, nello specifico, non dobbiamo confidare più di tanto sulle credenziali agronomiche, perché la realtà può essere diversa. Per assurdo, vini di pianura migliori di quelli di collina.

Di conseguenza, la qualità delle produzioni agroalimentari non va millantata, autopromozionandola con i termini: qualità, superiore, eccellenza, produzione propria, e chi ne ha più ne metta, ma dimostrata con delle analisi specifiche.

Ritengo irrispettoso sfruttare la buona fede dei consumatori e, soprattutto dell’economia familiare, consigliando loro l’acquisto di un prodotto normale, contrabbandandolo come se fosse in possesso di caratteristiche gustative, ed anche sanitarie particolari ed ottimali. Un modello promozionale che non dovrebbe, giustamente, consentire ai Consorzi Docg di utilizzare in etichetta l’aggettivo “superiore”, senza poter dimostrare in modo oggettivo la superiorità qualitativa dei loro vini.

Solo così si può scongiurare l’oscurantismo produttivo agroalimentare, non solo del Prosecco, ma di tutti i prodotti certificati, indotto a surrogare il protezionismo motivato, con il proibizionismo. Un movimento di tendenza che ha provocato, tra l’altro, enormi proteste da parte delle associazioni professionali agricole, dei Consorzi di tutela del Prosecco, sopra specificati, di cui Lei signor Giavi e il Governatore Zaia vi siete aggregati, per impedire che un vino bianco appassito Croato, possa identificarsi con il nome Prosek, rivendicando il diritto di impedire legalmente la tentata e fantasticata imitazione del nome Prosecco.

“Di fronte all’Ungheria abbiamo dovuto rinunciare al nome del Tocai, nonostante fosse prodotto anche da noi – asserisce il Governatore Zaia -. In questo caso non si deve assolutamente cedere sotto il profilo identitario. La difesa non è solo un atto di protezionismo agricolo, economico o commerciale. E’ una difesa della nostra storia e della nostra identità: il Prosecco non è un vino nato pochi giorni fa; è un vino che si identifica con la nostra storia, i nostri territori, le nostre regioni e l’Italia.
I Croati sono nostri vicini di casa e amici, abbiamo ottimi rapporti. Ma ci sono temi sui quali non si può transigere e uno è questo. Bisogna impugnare questo provvedimento a tutti i livelli”.

Credo che il Governatore Zaia, senza offesa, abbia pronunciato queste parole in un momento di disorientamento, visto che confonde una fantasiosa imitazione identitaria del termine prosecco con Prosek, con quello di una copiatura reale del nome Tocai.

Signori Zaia e Giavi, con tutto il rispetto, credo sia per fino offensivo credere che i consumatori non siano in grado di distinguere un vino passito (Prosek) da uno spumante (Prosecco).

Ritenendo giusto e doveroso contestualizzare il termine qualità, faccio presente che J.E. Aswall, Direttore Regionale per l’Europa della Organizzazione Mondiale della Sanità, ha affermato che per promuovere una Politica Nutrizionale aderente alle problematiche alimentari bisogna assicurare:

  •   che le politiche di produzione agroalimentare si impegnino a rendere più facilmente disponibili alimenti promotori di salute;
  •   che le politiche dei prezzi e quelle che regolano le pubblicità, la preparazione e la vendita degli alimenti indirizzino il consumatore ad acquistare alimenti sani;
  •   che le politiche di educazione incentivino il consumatore all’acquisto di alimenti protettivi e all’adozione di abitudini alimentari sane.

Inoltre, la nota SG ( 98) D/ 1618 del 24 febbraio 1998, inviata ai Governi degli Stati membri dalla Commissione Europea, con la quale ha formalizzato alcune “ condizioni vincolanti” alle quali l’adozione e l’applicazione dei marchi di qualità nell’agroalimentare devono risultare conformi e che possono essere così sintetizzate:

a) i prodotti devono avere caratteristiche intrinseche oggettive e riscontrabili;

b) – nessun requisito riferito all’alimento può essere limitato all’origine o alla provenienza geografica e, quindi, al territorio in quanto sarebbe contrario all’art. 30 del Trattato.

Purtroppo, quasi sempre, la “qualità e le eccellenze sono supposte da enti privati, pagati dal controllato, con delle certificazioni di processo ipotetiche, sostenute e promozionate dai ribaldi dell’agroalimentare, e regolate da leggi sistematicamente, disattese, come ad esempio la “Circolare n. 5 del 15 ottobre 2001 del Ministero delle Politiche Agricole e Forestali, che recita:

“Un prodotto identificato con un marchio privato, infatti, non necessariamente indica che sia di qualità diversa o superiore rispetto ad analoghi prodotti non coperti da marchio. Né può in alcun modo considerarsi sufficiente a dimostrare una specifica qualità di prodotto la semplice certificazione volontaria di processo o l’attestazione di rispondenza della produzione alle norme generali vigenti in materia sanitaria, zootecnica, industriale, ecc., anche se tali norme sono contenute in protocolli operativi stabiliti a livello professionale o interprofessionale (cosiddetti manuali di buona pratica agricola), allorché le norme stesse non prevedono requisiti significativamente superiori a quelli cogenti”.

Il mio collega e collaboratore Tubia Punar, commentando i contenuti dell’articolo del Gazzettino, aggiungeva, tra l’altro: mi piacerebbe che il Governatore del Veneto Luca Zaia, visto che ha frequentato l’Istituto Enologico di Conegliano (TV) e che in passato ha giustificato il bagno di un Rapper in una vasca da bagno piena di Prosecco, se il vino era Doc, oppure Docg.

Sarei, inoltre, molto interessato ad avere una risposta dal Governatore, sostenitore compiaciuto delle produzioni certificate Dop, Igp, Doc, Docg, ecc. presenti in Veneto e in Italia, tanto da identificarle come eccellenze, sul significato oggettivo del termine.

  • –  sulle peculiarità che distinguono il Prosecco Doc e Docg dai vini normali simili;
  • –  del perché i vini Prosecco Doc e Docg, prodotti in quantità maggiore per ettaro, rispetto a quanto previsto dai rispettivi disciplinari di produzione, perdono le loro caratteristiche, tanto da dover essere commercializzati come vini normali, perdendo la qualifica di eccellenza, ma impersonando quella delle contraffazioni. Un esempio per tutti, riportato dai media. “Venezia, 26 luglio 2021 – Cinquemila litri di prosecco contraffatto finiti sotto sequestro dalle Fiamme Gialle, insieme a una tonnellata di zucchero destinato alla sofisticazione di vino bianco comune spacciato come “bollicine” Doc.”

– del perché i vari vini Doc e Docg, dovrebbero avere le stesse peculiarità qualitative oggettive, indipendentemente dal terreno e dalle operazioni di vinificazione adottate dai vari produttori, visto che sono rappresentati con dei marchi che li accomunano;
– del perché un vino Prosecco costruito con dei prodotti inquinanti cancerogeni ( v. protteste abitanti del luogo), è considerato un’eccellenza. Se escludiamo gli operatori del settore vitivinicolo della zona, incoraggiati dal profitto, non credo che i residenti si sentano gratificati di dover vivere in un habitat in cui le patologie tumorali, attribuite ai pesticidi utilizzati per la produzione del Prosecco, sembrano essere in continuo aumento.

Effettivamente, sembra che gli abitanti non siano interessati al fatto di vivere in un’area eletta Patrimonio dell’Umanità, anche se questa investitura ha esaltato ed inorgoglito il Presidente della Regione Veneto, Luca Zaia e, naturalmente, i viticoltori, fiduciosi di poter aumentare i loro profitti. E non sembra nemmeno che gli stessi abitanti siano gratificati dal sapere che per il futuro saranno sospesi i trattamenti con i pesticidi cancerogeni, e che le irrorazioni saranno effettuate a più metri di distanza dalle vie di comunicazione e dalle abitazioni.

– del perché, di fronte alla delibera della Giunta Regionale del Veneto che dà attuazione alle richieste formalizzate dal Consorzio alla Regione del Veneto e alla Regione Friuli Venezia Giulia, che assumono uguali provvedimenti di attuazione dell’attingimento straordinario alla DOC Prosecco di una superficie massima di 6.250 ettari. Il provvedimento, che però, non autorizza il passaggio da Glera a Prosecco in nuove superfici coltivate, ma esclusivamente su aree vitate, potenzialmente idonee, realizzate dalla campagna meno recente e comunque non oltre la campagna 2017/2018. Ciò di- mostra, Governatore Zaia, la facilità di produrre, con un atto politico, con una varietà viticola specifica (Glera) e una certificazione di processo, pagata dal controllato, le Sue tanto decantate eccellenze, senza “subire il ricatto” della ricerca, della sperimentazione, dell’innovazione, della professionalità e della genialità imprenditoriale.

– del perché il business del Doc e del Docg è legittimato ad ignorare la salute e le aspettative gustative dei consumatori inconsapevoli, tra l’altro, finanziatori promozionali delle stesse;

– del perché non si è mai accorto che i vini Prosecco, indipendentemente dalla loro etichetta Doc o Docg, pur essendo della stessa categoria merceologica, non hanno assolutamente caratteristiche uguali, anche se fanno parte del medesimo Consorzio;

– del perché non spiegare ai cittadini che la nomina di “Patrimonio dell’Unesco” non si riferisce ai filari di Prosecco, ma alle colline coltivate a Prosecco. E che, pertanto, si tratta della rappresentazione di un … “quadro bucolico”, sponsorizzato dalla politica, con il quale viene valorizzata la cornice, non la …  “tela del quadro”. Lo dimostrano le manifestazioni di protesta della popolazione residente. Faccio presente che su questo argomento, poco tempo fa, scrissi: “…  i media hanno riportato la notizia della protesta di circa 500 abitanti di Valdobbiadene e dintorni, contro l’uso di pesticidi nei vigneti del Prosecco, accusati di procurare delle neoplasie per gli abitanti della zona. Aspetto questo, denunciato da alcuni anni anche dalla trasmissione Report di Rai 3, a cominciare dall’ultima del 21 giugno 2021;

– del perché si continua far credere che una certificazione di processo rilasciata da un ente privato, pagata dal controllato, possa trasformare un prodotto normale in eccellenza;

– del perché non riconoscere che non sono le certificazioni agroalimentari a creare le eccellenze, ma le produzioni ecosostenibili con caratteristiche funzionali oggettive esclusive, ottenute con la ricerca, la sperimentazione, l’innovazione, la genialità e la professionalità. Un principio questo che vale per tutte le produzioni Dop, Igp, Doc, Docg, Biologico, ecc.

Esauriti tutti i suoi perché, Tubia Punar, mi ha detto: ritieni proprio sbagliate le mie considerazioni? Risposi che è sbagliato contestare senza proporre. Ma noi, ribatté Tubia, stiamo proponendo alcune filiere produttive agroalimentari innovative e ecosostenibili, da circa trent’anni ai Governatori Veneti, ai relativi Assessori all’Agricoltura e addetti del settore, con incontri, con convegni, con relazioni e con la presentazione di progetti per il PSR (Piano di Sviluppo Rurale). Non solo, ma anche con inviti ai citati responsabili pubblici del settore, a visitare le nostre aziende improntate all’ecosostenibilità e alla personalizzazione qualitativa documentata delle produzioni, purtroppo senza alcuna risposta. Ciò nonostante, rinnoviamo l’invito al Governatore e al suo Assessore all’Agricoltura a far visita a qualcuna delle aziende a cui facciamo consulenza.

 

lì 06.08.2022
Nel frattempo, vorremmo essere smentiti su quanto è stato affermato sulle certificazioni e sulle produzioni “cosiddette di qualità”, classificate come delle “eccellenze”.

Appare sempre più evidente che le certificazioni private di processo delle produzioni agroalimentari costituiscono un incentivo per le contraffazioni.

Distinti saluti

Benito Mantovani:

 Redazione Newsfood.com
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