Prezzi: maiali a rischio dieta in piazza

Gli allevatori della Coldiretti hanno portato i maiali in città a Torino di fronte all’impossibilità di farli crescere ad un prezzo che non consente di coprire le
spese di mantenimento in stalla, dopo i rincari di petrolio e mangime. Per effetto dell’aumento del 40 per cento nel costo per il gasolio agricolo e del 30 per cento dei mangimi, ai quali non
è corrisposto un aumento dei prezzi alla stalla, gli allevatori perdono dai 30 ai 40 euro per ogni animale allevato. Una situazione insostenibile con il rischio concreto di
estinzione per i maiali destinanti alla produzione ed al consumo di carne, salami e prosciutti Made in Italy.

Il caro cibo riguarda dunque anche gli animali con il record storico fatto registrare dalle quotazioni di soia e mais che rappresentano la principale fonte per l’alimentazione degli animali
negli allevamenti ed hanno fatto schizzare alle stelle le spese nelle stalle dove i maiali – sottolinea la Coldiretti – vengono pagati poco piu’ di 1,2 euro al chilo, ben al di sotto dei costi
di produzione, mentre i cittadini sono costretti a pagare oltre 24 euro al chilo il prosciutto.

Il prezzo del maiale dalla stalla alla tavola – precisa la Coldiretti – moltiplica per cinque se si acquista la braciola, per dieci se si compra il salame e per oltre venti volte se
̬ il prosciutto a finire nella busta della spesa, La carne Рcontinua la Coldiretti Рrappresenta oggi la prima voce di spesa alimentare degli italiani alla quale viene destinato un
quarto del budget per un valore di 106 euro dei 467 spesi in media ogni mese dalle famiglie per l’alimentazione. Ma mentre aumenta la spesa del 2,4 per cento si riduce dello 0,2 per cento la
quantità di carne suina e salumi presente sulle tavole nel primo trimestre dell’anno e sono a rischio di chiusura le stalle italiane, con una crisi che va dal campo alla tavola.

Nella forbice tra prezzi alla produzione e al consumo c’è – secondo la Coldiretti – un sufficiente margine per garantire una adeguata remunerazione agli allevatori e non aggravare i
bilanci delle famiglie, ma occorre lavorare sulla trasparenza dei prezzi e della informazione ai consumatori.

Negli scaffali dei negozi italiani – stima la Coldiretti – ben due prosciutti su tre provengano da maiali allevati in Olanda, Danimarca, Francia, Germania, Spagna senza che questo venga
chiaramente indicato in etichetta e con l’uso di indicazioni fuorvianti come “di montagna” e “nostrano” che ingannano il consumatore sulla reale origine. Serve dunque una carta
d’identità per il maiale italiano dal campo alla tavola.

In Italia infatti sono arrivati in un anno quasi 40 milioni di cosce fresche di maiale dall’estero per essere stagionate e divenire prosciutto in Italia, dove rischiano di essere spacciate come
Made in Italy e per questo – chiede la Coldiretti – è necessario estendere immediatamente alla carne di maiale e ai suoi derivati l’obbligo di indicare la provenienza in etichetta,
che al momento vale solo per i prodotti della salumeria a denominazione di origine.

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