Piatti ricchi e piatti poveri: Identità Golose e Beggar’s Food

Piatti ricchi e piatti poveri: Identità Golose e Beggar’s Food

By Redazione

Di “Identità Golose 2010” vi racconteremo tutto poichè  Newsfood.com+WebTV seguirà il Congresso – che vede riuniti 50 dei più grandi Chef da tutto il
mondo-, per tutti i tre giorni ma ci ha incuriosito quest’evento “povero”, in controtendenza, che fa da contraltare…e ve lo vogliamo presentare.

Abbiamo contattato Claudia D’Alonzo, l’addetta stampa per Digicult dell’evento, che  ci racconta:
Si tratta di una performance, aperta al pubblico,  dell’artista Franca Formenti dal titolo Beggar’s Food, in programma per martedì prossimo, 2 febbraio, dalle ore 17.30 a Piazza
Argentina, Milano.

Beggar’s Food fa parte del ciclo di performance Food Power, una serie di lavori di Franca Formenti nei quali il pubblico è invitato a partecipare liberamente a “situazioni” create
dall’artista per invitare i partecipanti a riflettere sui meccanismi di potere instaurati attraverso il cibo.
Franca Formenti sta infatti da qualche anno portando avanti una ricerca sul significato del cibo nella cultura occidentale, di quanto delle strutture economiche e sociali, passi attraverso il
cibo.
Le invio in allegato la cartella stampa dell’evento, ……….”
Cordialmente
Claudia D’Alonzo
Digicult – Press Office


Beggar’ s Food – Ho fame / Hai Fame?
Martedì 2 febbraio 2010 alle ore 17.30 

Gli chef di Beggar’s Food offriranno al pubblico che parteciperà alla performance un piatto di zuppa, piatto legato alla tradizione della cucina povera.
Esempio di social diet, la zuppa è in grado di sedurre il gusto, dare conforto e rifocillare dal freddo invernale in modo genuino ed economico.

Beggar’s Food è un evento legato al cibo e al piacere del palato, ma allo stesso tempo vuole essere un prototipo per la creazione di un nuovo modello economico, un’inversione del
meccanismo di domanda / offerta per chi vive situazioni di disagio economico e sociale.

‘Ho fame’ è un’affermazione, ma al tempo stesso una domanda, che affolla in maniera problematica le strade di città come Milano: marciapiedi, metro, tram, sono teatro delle
richieste sempre più pressanti di chi ha fame, di chi non ha un tetto, di chi non ha neanche il minimo indispensabile per poter sopravvivere.
La richiesta di cibo passa attraverso la pulizia del vetro al semaforo, il gadget dell’ambulante, la rosa al tavolo del ristorante, echi petulanti di una domanda che si moltiplica in maniera
incontrollabile. La risposta è spesso estraneità e distacco verso queste richieste, in molti casi, sfruttamento.

In un’economica liberista le relazioni economiche sono regolate dalla legge della domanda e dell’offerta. Per domanda di un bene s’intende la sua richiesta da parte della collettività ad
un certo prezzo e in un determinato momento.
Il povero non ha denaro, non può corrispondere un prezzo, ed è per questo che la sua domanda resta esclusa dal mercato. Esclusione economica che diventa esclusione sociale e
alimenta meccanismi di sfruttamento della forza lavoro. La forza lavoro è infatti l’unica offerta che il povero può fare giocando al ribasso del proprio costo. L’immigrazione,
fenomeno che forse più di altri alimenta la crescita del numero di poveri nelle economie occidentali, diventa una sacca di patrimonio umano dal quale le aziende manifatturiere traggono
profitti con costo del lavoro, cioè manodopera immigrata, a bassissimo costo.

La riduzione del costo della manodopera è uno delle strategie tramite le quali le aziende possono ottimizzare i guadagni: pagando meno il costo del lavoratore possono ridurre le spese e
quindi incrementare il guadagno finale.
Per far questo molte aziende manifatturiere delocalizzano la produzione, cioè spostano la propria produzione fuori Italia, in paesi, come quelli dell’Europa dell’Est, che hanno un costo
della manodopera più basso che nella nostra nazione.

Alcuni tipi di aziende manifatturiere non possono applicare questo meccanismo di delocalizzazione proprio per la natura stessa della propria produzione, che prevede ad esempio una coincidenza tra
il momento della produzione e quello della vendita.
Questo tipo imprese manifatturiere utilizzano strategie differenti per ridurre il costo del lavoro rimanendo in Italia.

Tra questo tipo d’attività rientra, ad esempio, la ristorazione, nella quale molto spesso si fa uso di migranti e nuovi poveri, che si offrono sul mercato a prezzi stracciati e senza
minime garanzie contrattuali.
Di fronte quindi all’impossibilità di sfruttare il migrante nel proprio paese, attraverso la de-localizzazione della produzione, alcuni tipi di produzione escogitano modalità, per
la maggior parte illegali, di sfruttarlo ‘in casa nostra’.

Il problema della domanda ‘Ho fame’ e le sue conseguenze sono al centro del concept di Beggar’s Food.
La performance prende il titolo dalla pièce teatrale L’Opera da tre soldi di Bertold Brecht, a sua volta tratta dalla commedia satirica L’opera del mendicante di John Gay del 1727.
Nel testo originale, Gray rende i poveri, i mendicanti, i reietti della società, eroi di un mondo alla rovescia.
Gray innesca un ribaltamento dei valori della Londra a lui contemporanea per presentare, di riflesso, l’immagine di corruzione e immoralità del sistema politico e dell’alta
società.

Allo stesso modo, la performance Beggar’s Food, isola il fenomeno sociale dell’escluso, del povero, lo rende azione di strada, situazione

nella quale imbattersi, provocando però un ribaltamento delle regole alle quali giocare.
Beggar’s Food, infatti, inverte la domanda assillante del povero plasmandola fino a diventare un’offerta: ‘Ho fame’ diventa ‘Hai fame?’.
Grazie alle competenze e all’esperienza di Massimo Bernardi e dello staff di Dissapore, il povero entra nel mondo del food, diventa autore di un’offerta invece che vittima della propria
domanda.

Chissà che dopo tre giorni di leccornie  non ci venga voglia di un buon piatto di zuppa!
Andate a vedere, e poi ci raccontate.
Redazione Newsfood.com
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