Occupazione, sintomi allarmanti per il 2009

Occupazione, sintomi allarmanti per il 2009

By Redazione

Il Rapporto 2009 sulla condizione occupazionale ha coinvolto quasi 300mila laureati di 47 università italiane. In particolare l’indagine, conclusa nell’autunno 2008, ha riguardato tutti
gli oltre 140mila laureati post-riforma nell’anno solare 2007, intervistati a un anno dalla laurea: 105.439 di primo livello, 30.355 laureati specialistici (3 2), 7.715 laureati specialistici a
ciclo unico (medicina, veterinaria, giurisprudenza, ecc.). Sono stati indagati, anche 79.761 laureati di primo livello nel 2005, intervistati a tre anni dalla laurea. Infine, il Rapporto ha
coinvolto circa 64mila laureati pre-riforma, in particolare quelli delle sessioni estive 2007, 2005 e 2003 indagati a uno, tre e cinque anni dal conseguimento del titolo. L’indagine, nel
complesso, ha riguardato quasi i due terzi dei laureati post riforma usciti nel 2007 dal sistema universitario italiano. Nel caso dei laureati specialistici biennali è la prima volta che
il Rapporto restituisce la documentazione sulla loro condizione occupazionale a un anno dalla laurea. Si tratta dei primi risultati, inediti nel panorama nazionale per consistenza numerica e
affidabilità.  

Laureati e mercato del lavoro
Dal 2001 al 2008 cala il tasso di occupazione: meno 6 punti percentuali. Il 2008 è stato un anno “non facile”, anche se i laureati si sono dimostrati più competitivi. I sintomi
della crisi sono allarmanti per il 2009 Delineare l’andamento del mercato del lavoro in questa fase di crisi risulta decisamente difficoltoso.
E’ certo, tuttavia, che non si tratta di una bolla destinata ad esaurirsi nell’arco di breve tempo. In questo contesto, è bene ricordare che il periodo di osservazione delle indagini
AlmaLaurea, concluse nell’autunno 2008, ha solo sfiorato la crisi più acuta, ma i suoi segnali sono già stati intercettati nel Rapporto che viene presentato.
Più allarmante è ciò che emerge da un altro significativo punto di osservazione, sensibile alle tendenze più recenti. I segnali indicano che la crisi sta riguardando
in modo robusto anche i laureati. Lo rivelano le richieste di laureati inoltrate dal mondo produttivo alla banca dati AlmaLaurea che costituisce sotto questo profilo la base di un vero e proprio
indicatore congiunturale. La banca dati AlmaLaurea, infatti, mette a disposizione on line oltre un milione e 200mila curricula dei laureati dei 52 Atenei aderenti e nell’ultimo anno ha ceduto ad
aziende italiane ed estere oltre 460mila curricula.
Il primo bimestre 2009, rispetto al corrispondente bimestre dell’anno prima, mostra un calo nelle richieste di laureati del 23%; una contrazione della domanda che coinvolge titoli di studio
solitamente al vertice dell’occupazione (meno 35% nel gruppo economico-statistico, meno 24% in Ingegneria). In questa situazione le opportunità occupazionali vanno potenziate, giocandole
su scala internazionale.
Per questo AlmaLaurea, dall’autunno del 2008, si è proiettata sui mercati esteri: tutta la documentazione e i curriculum vitae, che consentono la comparabilità delle discipline di
studio a livello europeo, sono disponibili in lingua inglese. I servizi di ricerca e di selezione sono stati predisposti al fine di agevolare nell’utilizzazione le aziende di tutto il mondo. Una
valutazione puntuale circa le chance occupazionali dei laureati non può prescindere dal contesto socio-culturale in cui maturano le scelte dei giovani.
L’aumento consistente del numero di laureati nell’ultimo decennio, principalmente per effetto dell’avvio della riforma, ha accreditato la convinzione che la loro consistenza sia diventata perfino
superiore al livello registrato nel complesso dei paesi OECD.
Non è così. Un approfondimento specifico contenuto nell’XI Rapporto ne dimostra l’erroneità. Dalla vigilia della Riforma ad oggi il sistema universitario italiano ha
licenziato un numero di laureati doppio: sono oltre 300mila nel 2007 rispetto ai poco più di 152mila nel 1999 (in realtà parte del raddoppio è dovuto alla duplicazione dei
titoli: lauree di 1° livello e lauree specialistiche). Ma la crescita, raggiunto il massimo nel 2005, si è già arrestata: il numero di laureati risulta sostanzialmente stabile
negli ultimi due anni ed è destinato a contrarsi nel prossimo futuro per effetto del calo degli immatricolati, ridottisi negli ultimi cinque anni di oltre il 9%. Né lo scenario
è destinato a migliorare, tenuto conto dell’evoluzione della popolazione giovanile in Italia. Dopo aver perduto il 42 per cento della propria popolazione giovanile nell’intervallo
1984-2007 nei prossimi 10 anni, da qui al 2017, i giovani di età 19-24, nonostante l’apporto robusto di popolazione immigrata, si ridurranno ulteriormente di oltre il 3%. Nel 2006, secondo
la documentazione OECD, fra i giovani italiani di età 25-34 i laureati costituivano il 17%.
Poco più della metà della media dei paesi OECD (33%) mentre in Germania erano 22 su cento, nel Regno Unito 37, in Spagna e negli USA 39, in Francia 41, in Giappone 54 su cento. Che
l’Italia possa puntare alla ripresa economica ed a competere nella società della conoscenza sul terreno dello sviluppo, dell’innovazione e della ricerca con una dotazione di capitale umano
di questa consistenza appare difficilmente immaginabile. A meno che non si pensi ad una divisione internazionale del lavoro in cui l’Italia è destinata ad occupare un ruolo ancillare sia
nella manifattura che nei servizi.
Cosa si può dire sull’andamento del mercato del lavoro per i laureati? Per rispondere, occorre circoscrivere l’analisi ai soli laureati pre-riforma, gli unici che, sebbene rappresentino
ormai la “coda” di un sistema universitario in via di esaurimento, consentono un’analisi di medio periodo, data la disponibilità di una documentazione pluriennale.
L’evoluzione della condizione occupazionale è stata analizzata dal 2001, anno prima dell’avvio della riforma, al 2008, con un rigoroso esercizio di ricostruzione delle serie storiche:
tutti i laureati delle generazioni in esame sono stati posti nelle medesime condizioni di partenza in termini di regolarità negli studi, condizione occupazionale alla laurea e percorso di
studio compiuto. In conclusione, ad un anno dalla laurea: – il tasso di occupazione risulta in calo, nell’ultimo anno, di 0,5 punti percentuali; – il tasso di disoccupazione, nell’ultimo anno,
aumenta di 3 punti percentuali; – negli ultimi sette anni la quota di laureati occupati si contrae di 6 punti percentuali (di analoga entità risulta anche l’aumento del tasso di
disoccupazione).
La contrazione della quota di occupati non si è tradotta, tuttavia, in un minor numero di neo-dottori assorbiti dal mercato del lavoro, dato il forte aumento dei laureati usciti in questo
periodo dal sistema universitario. Escludendo coloro che già lavoravano al momento della laurea, l’ammontare dei laureati che ha fatto il proprio ingresso nel mercato del lavoro è
salito di oltre il 35% (da circa 55mila nel 2001 a 74mila nel 2007). Resta confermato che al crescere del livello di istruzione, cresce anche l’occupabilità e il reddito.
Il mondo del lavoro guarda indubbiamente ai laureati con crescente attenzione; d’altronde i laureati sono in grado di rispondere meglio ai mutamenti del mercato del lavoro.
Nell’intero arco della vita lavorativa (25-64 anni), la laurea risulta premiante: chi è in possesso di un titolo di studio universitario presenta un tasso di occupazione di oltre 10 punti
percentuali maggiore di chi ha conseguito un diploma di scuola secondaria superiore (78 contro 67% – Fonte: ISTAT).
Anche il reddito premia i titoli di studio superiori: misurato per la stessa classe di età (25-64 anni), è più elevato del 65% rispetto a quello percepito dai diplomati di
scuola secondaria superiore (Fonte: OECD).
La documentazione AlmaLaurea conferma che, a cinque anni dal conseguimento della laurea, la stragrande maggioranza dei laureati è inserita nel mercato del lavoro:
– il tasso di occupazione, per i laureati del 2003, seppure lievemente in calo nell’intervallo, è pari all’84,6% (ma altri 7,4 proseguono gli studi);
– la stabilità del lavoro coinvolge il 70% degli occupati;
– l’efficacia del titolo nel mercato lavoro è elevato (il titolo conseguito è almeno “abbastanza efficace” rispetto al lavoro svolto per il 91% dei laureati occupati);
– nota dolente è rappresentata dalle retribuzioni che, nell’ultimo quadriennio, seppure superiori a 1.300 euro, hanno visto il loro valore reale ridursi di circa il 6%.

Laureati al Nord e al Sud: chi guadagna di più?

A cinque anni dalla laurea (pre-riforma), le retribuzioni nominali dei laureati al Nord risultano decisamente più consistenti rispetto a quelle rilevate nel Centro e nel Sud. Il guadagno
mensile netto infatti si attesta sui 1.392 euro rispetto a chi lavora nelle regioni centrali (1.314 euro) e soprattutto nel Mezzogiorno (1.188 euro).

Ma una valutazione più precisa, realizzata attraverso una simulazione che ha tenuto conto del diverso costo della vita delle differenti aree geografiche, mostra una riduzione
considerevole dei differenziali Nord-Sud: appena il 2% contro il 17% nominale. Così, se intermini nominali, un laureato che lavora al Nord-Ovest guadagna in media 1.416 euro, tale
retribuzione corrisponde, in termini reali, a 1.272 euro. Per i colleghi che lavorano al Nord-Est il guadagno nominale di 1.358 euro mensili si contrae fino a 1.228 euro. Nelle aree centrali la
riduzione è decisamente più contenuta (da 1.314 a 1.262), mentre al Sud, tenendo conto del costo della vita, il guadagno nominale di 1.188 euro sale addirittura a 1.230 euro!

Laureate, lavoro e figli

La scelta delle laureate di diventare madri modifica il loro approccio nei confronti del mercato del lavoro? L’approfondimento riguarda le laureate del 2003, intervistate a cinque anni dalla
laurea. E rileva che le laureate con figli, per lo più coniugate e residenti al Sud, sono penalizzate dal punto di vista occupazionale, non solo perché meno occupate (74% contro
84% delle laureate senza figli), ma anche perché escono dal mercato del lavoro una volta divenute madri (17%). E se comunque riescono a continuare a lavorare ricorrono al part-time (31%
contro 17%). Inoltre le caratteristiche del lavoro svolto influenzano la tendenza delle donne a fare figli. Tra le donne che già ad un anno dalla laurea potevano contare su un lavoro
stabile, la maternità è significativamente più elevata: nel quinquennio successivo alla laurea, il 22% delle laureate contrattualmente stabilizzate ha scelto infatti di
divenire madre, rispetto al 14% rilevato tra le donne ancora precarie.

Tutto ciò conferma la fragilità delle politiche a sostegno delle famiglie e l’inadeguatezza di normative a favore della crescita demografica, collocando l’Italia tra gli ultimi
posti dell’Unione Europea sia per numero di figli per donna che per investimenti in servizi di cura all’infanzia.

Il cambiamento delle imprese nella percezione dei laureati

Che opinione hanno i laureati dell’azienda in cui risultano occupati rispetto ai livelli di concorrenza, competitività, innovazione ed investimento in formazione? A rispondere sono i
laureati pre-riforma del 2002 assunti con contratti alle dipendenze.

Il settore più critico appare la pubblica amministrazione che agli occhi dei laureati risulta operare in un contesto statico, prevalentemente locale, in assenza di concorrenza,
innovazione e investimenti in formazione. Giudizi lievemente migliori si associano ai settori istruzione e ricerca e sanità: qui concorrenza, innovazione e competitività sono
giudicate ridotte (invece che inesistenti).

Nell’area caratterizzata da aziende (prevalentemente private) inserite nel mercato globale, dove i giudizi dei laureati che vi lavorano sono generalmente positivi, si ritrovano i settori della
chimica ed energia, del credito e assicurazioni, della metalmeccanica e meccanica di precisione e dell’industria manifatturiera. In quest’area è elevato il grado di innovazione,
l’investimento in formazione, la competitività e la concorrenza. Concorrenza e competitività elevate, secondo i laureati, caratterizzano anche i settori della comunicazione e
telecomunicazione, il commercio, i servizi alle imprese e di consulenza e l’informatica; si tratta di aziende che operano soprattutto a livello nazionale, principalmente al Nord.

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