Nuova legge urbanistica piemontese

Torino, 11 Ottobre 2007 – “Prendiamo atto che la sinistra ha finalmente riconosciuto che la legge 56 è superata, ma non vorremmo che le nuove norme anzichè semplificare,
come promesso, finissero per complicare ancora più la gestione urbanistica”.

Così Ugo Cavallera, consigliere regionale di Forza Italia, commenta l’iniziativa della Giunta, annunciata oggi a Torino, di presentare un disegno di legge di riforma delle norme della
“Astengo”, che ha ormai trent’anni di vita. “In tema di urbanistica – sottolinea Cavallera – servirebbe anche una revisione del quadro della normativa nazionale, se pensiamo che la legge
attuale risale addirittura al 1942. Ora, in un contesto completamente diverso, si sono consolidati dei rapporti tra la parte pubblica, che detta le regole, e quella privata che ne dà
attuazione. Si deve tenere conto del fatto che oggi la competizione è fra territori, per cui le norme urbanistiche non devono rappresentare un ostacolo agli insediamenti produttivi e
abitativi, che altrimenti si localizzano altrove. Così, nel ridefinire le regole per il Piemonte, si dovrà necessariamente tener conto di ciò che prevedono Lombardia e
Liguria, per evitare una penalizzazione del nostro territorio”.

La proposta avanzata dalla Giunta, da un primo esame, aggiunge Cavallera “non sembra soddisfare completamente queste necessità di snellimento dei tempi, di semplificazione delle
procedure che è richiesta a gran voce da amministratori locali, imprese e cittadini. Se solo pensiamo che l’attuale piano territoriale regionale viene scomposto in quattro documenti,
dalle sigle spesso astruse come Qgt, Ptr, Ppr e Dst, ecco che sorgono forti dubbi sulla possibilità di rendere più agevole la programmazione”.
Le norme prevedono che i Comuni, anziché essere legati come oggi al Piano regolatore generale, approvino un Piano strutturale locale, seguito da un Regolamento urbanistico e da un Piano
operativo locale. Secondo l’esponente azzurro, l’anello più debole della catena “continua ad essere il Comune, perché bisogna considerare che il Piemonte conta 1.206 Comuni, molti
dei quali di piccolissime dimensioni. Aver spezzettato la programmazione comunale in tre parti, costringe a un dispiego di energie, che impegnerebbe per lungo tempo gli enti. Il ruolo dei
Comuni, che peraltro la riforma costituzionale del titolo V ha rafforzato, rischia di essere indebolito anche dal sistema delle Conferenze di programmazione, ovvero la sede di confronto con gli
enti superiori, Regione e Provincia”.

Cavallera ipotizza una situazione in cui “dai livelli superiori possa giungere un forte condizionamento verso i Comuni, anche nella fase di redazione dei piani, ora invece più autonoma,
con indicazioni di tipo “politico”, che discendano da atti delle Giunte o degli uffici, più che da decisioni vere e proprie di programmazione. Condivido invece l’aspetto de perequazione
urbanistica, cioè della necessità di “spalmare” su un più vasto territorio i benefici che derivano a un singolo Comune da insediamenti di diverso genere, produttivi
commerciali”.
Per favorire un più graduale passaggio alle nuove regole, Cavallera suggerisce dunque di valutare a fondo i risultati della sperimentazione delle nuove procedure, avviata con la legge
1/2007, “a cui – precisa – non ci siamo opposti perchè, al di là dell’ impostazione teorica, ci dovrebbe dare la possibilità di verificare l’effettivo funzionamento di
queste conferenze di programmazione. Occorre andare verso un superamento della 56, evitando però l’incognita di un periodo transitorio in cui le novità non ancora assimilate
provochino un ulteriore ritardo o blocco che rallenterebbe quel processo di sviluppo che invece si dice di voler favorire”.

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