Mimmo Rotella. Lamiere

L’inaugurazione del MARCA, il Museo delle Arti Catanzaro, coincide con un omaggio al più celebre degli artisti catanzaresi, Mimmo Rotella scomparso nel 2006 all’età di 88 anni,
per la prima volta, in uno spazio pubblico italiano, viene presentata una mostra esclusivamente dedicata alle opere su lamiera.

L’esposizione, curata da Alberto Fiz, organizzata in collaborazione con la Fondazione Mimmo Rotella, propone una serie di grandi opere realizzate tra il 1980 e il 2004.
Il maestro del décollage, attraverso questa serie di lavori, ha avuto la capacità di rinnovare radicalmente il suo linguaggio.
Come ha scritto Fiz nel catalogo edito da Electa «l’artista, giunto all’età di settant’anni, rimette indietro le lancette dell’orologio ed è nuovamente pronto a stupirsi,
come se quei fogli di metallo sottili su cui sono attaccati i manifesti non fossero altro che gli appunti di un diario segreto ancora tutto da scoprire».
Non c’è più lo slancio ideologico degli esordi, ma la medesima volontà d’interpretare i crepitii della materia, le lacerazioni anonime della strada, i trascinamenti
segnici, le impronte stratificate e contingenti. Tutto questo in perfetta sintonia con quanto aveva affermato Rotella nel 1957: «Non potrei sopportare di essere schiavo di un’arte
prevedibile e scontata. La mia ricerca si affida non all’estetica, ma all’imprevisto, agli stessi umori della materia. E’ come una tromba, un tamburo, un sassofono che suonino da soli. Io
sostengo la tromba, il tamburo, il sassofono».

In tal senso, le opere su lamiera rappresentano un ciclo a se stante dove il supporto entra direttamente in causa partecipando al rinnovamento linguistico. A Catanzaro, dove Rotella era nato
nel 1918, sono esposte alcune opere fondamentali come Senza titolo del 1981, un blank, ovvero una copertura monocroma di sei metri di lunghezza o La lezione di
anatomia del 1987 dove i messaggi della strada caratterizzano una composizione fortemente trasgressiva ponendo Rotella in diretta relazione con Robert Ruaschenberg e Jean-Michel
Basquiat.
Ma al Marca non mancano nemmeno gli omaggi ai maestri del futurismo come dimostra Formula 1 del 1988 o a Giorgio De Chirico con un manichino visto di spalle catapultato dalle
Piazze metafisiche al contesto urbano. L’universo rotelliano, poliedrico e multidirezionale, spazia da San Sebastiano alle immagini del circo, da Elton John allo spettacolo sul
ghiaccio Holiday on Ice.
Rotella non si limita a strappare i manifesti dai muri, come faceva negli anni cinquanta, ma s’impadronisce fisicamente e psicologicamente del contesto urbano, inteso esso stesso come spazio su
cui interagire con il proprio gesto.
Insieme ai manifesti, si appropria delle scritte sui muri, di ogni forma di segnale o d’impronta più o meno casuale estendendo la dimensione spaziale ben oltre il
décollage tradizionale in base ad una costruzione dove le traccia della pittura e quelle del manifesto stampato creano una parcellizzazione degli elementi compositivi. In questo
senso, appare emblematica un’opera come Virus del 1987 dove l’artista si rifà esplicitamente ad un messaggio dei writers scritto con rabbia sui muri.

Insomma, nell’ambito di un’estetica globale, l’artista concepisce la sua operazione in termini di architettura ambientale.
Che si tratti di una nuova virata nel percorso, lo sottolineava con chiarezza nel 1987 Pierre Restany, il teorico del Nuoveau Réalisme il movimento a cui Rotella partecipa come
unico artista italiano: «Dopo tante versioni dello strappo e tante interpretazioni della fenomenologia lacerante, Mimmo Rotella ci propone oggi un nuovo concetto operativo di intervento
fisico sul manifesto strappato. Sulle lamiere metalliche destinate all’affissione pubblicitaria in città e ricoperti di frammenti di carta – avanzi della memoria dei messaggi tipografici
anteriori – l’intervento grafico di Rotella segna il marchio vitale del discorso urbano. I graffiti rotelliani si presentano come una calligrafia mimetica del discorso anonimo della
città».
Le lamiere, insomma, rappresentano il mezzo più idoneo per riconquistare nuovi spazi in una fase di profondi cambiamenti. Gli anni ottanta segnano il ritorno alla pittura intesa come
recupero di un’identità storica soggettiva dove il segno, nella sua persistenza, decreta l’annullamento del tempo storico in base ad un orizzontalità linguistica. «Nel caso
di Rotella», afferma Alberto Fiz, «le lamiere rappresentano il luogo dove i manifesti squarciati convivono con le interferenze di una pittura sovraesposta e rapsodica,
apparentemente casuale e anonima, nata dal desiderio di mimetizzarsi con le infinite stratificazioni del metallo che assorbe, nelle pieghe, ogni forma di tracciato».

Sovrapitture e décollage raggiungono la loro sintesi espressiva compiuta nel contesto dialettico delle lamiere dove i differenti elementi creano un ritmo sincopato, obliquo e
provocatorio. Sono scoppi imprevisti della materia, segnali devianti in un contesto disarticolato dove lettere e parole sono incise sulla superficie indelebile. La lamiera, del resto, nella sua
discontinuità e nel suo ritmo accidentato, appare come il ricettacolo di ogni forma di scrittura, di ogni intreccio multisensoriale. Nell’ultimo capitolo di quell’immenso romanzo sulla
strada iniziato nel 1953, Rotella ipotizza il deragliamento finale del segno sfidando con le sue lamiere la società globalizzata.
Il museo MARCA dedicherà a Rotella uno spazio permanente a cura di Alberto Fiz dove si svilupperà un programma di mostre e d’iniziative culturali destinate a valorizzare e ad
approfondire l’indagine dell’artista calabrese.

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