Lo Sputnik compie cinquant'anni

Roma – Tripudiavano i russi dalla pianura ucraina a Vladivostok, e con loro decine di milioni di comunisti in tutto il mondo, quanto a Nikita Krusciov, rideva a bocca larga mettendo in
mostra i suoi denti di metallo, «gli statisti borghesi», andava ripetendo a ogni incontro con le delegazioni dei «partiti fratelli», «si facevano beffe dell’Urss.

Dicevano che noi sovietici andiamo in giro calzando sandali di corteccia, e che trangugiamo rumorosamente minestra di cavolo portandocela alla bocca con quegli stessi sandali. Ridevano della
nostra cultura, delle nostre scienze. Poi all’improvviso, capite, quelli che secondo loro mangiavano la minestra di cavolo nei sandali di corteccia, hanno conquistato per primi lo
spazio».

Ed era vero. Verissimo. Inaspettatamente, il 4 ottobre 1957 l’Urss aveva infatti messo in orbita il primo satellite artificiale, una specie di piccola luna fabbricata dall’uomo. Il satellite
era poco più grande d’un pallone da calcio, si chiamava Sputnik – che in russo vuol dire compagno di viaggio – e il bip-bip della sua minuscola radio risuonava nello spazio, rompendone
per la prima volta il silenzio eterno, come un inno alla gloria dell’Unione Sovietica e del comunismo. Lo Sputnik compiva un’orbita in un’ora e trentacinque minuti a un’altezza di novecento
chilometri, e in tutto il pianeta la gente poteva alzare lo sguardo e vedere, a naso in su, quel puntino luminoso che scorreva nel cielo. Io mi trovavo a Milano, e per tutta la notte non
riuscii a dormire: da una sezione del Pci a due passi dal mio albergo venivano infatti possenti (e col passare delle ore sempre più avvinazzati) i cori dell’Internazionale.

Tutto quel che l’anno prima, il ’56, aveva sconvolto e ferito l’universo comunista (il rapporto Krusciov, l’invasione dell’Ungheria), sembrava adesso dimenticato. Da Cerignola a Lille, dal
Cairo a Damasco e a Calcutta, dal Nordeste brasiliano alle miniere cilene, in ogni angolo del mondo dove aveva attecchito l’utopia marxista-leninista, folle enormi ritrovavano la fiducia e
l’amore per l’Urss, «la patria del socialismo», «il paradiso dei lavoratori».

Già qualche mese prima Krusciov aveva rilanciato la sfida al capitalismo. Aveva rinfocolato la certezza – per dirla con le parole dello storico del Pci, Paolo Spriano – «che il
socialismo, come ideale e come formazione economico-sociale, era possibile, era realizzabile, anzi, era una realtà». In un discorso del maggio ’57, Krusciov aveva infatti
assicurato l’immensa comunità dei «fedeli» che l’Urss avrebbe presto superato la produzione pro-capite di carne, latte e burro degli Stati Uniti. E adesso era venuto il
miracolo dello Sputnik, il socialismo nello spazio.

A Mosca, sospeso tra i due lati della via Gorkij, c’era un grosso modello di razzo con una fila di luci multicolori che ne imitavano i gas di scarico. Le vetrine dei negozi di giocattoli erano
piene d’astronauti di celluloide e ricostruzioni in carta pesta dei pianeti Venere e Marte. Ovunque nella capitale, enormi pannelli colorati recavano la scritta: «Gloria al popolo
sovietico». E da un giorno all’altro venne rispolverata una frase – forse autentica, forse inventata – di Lenin stesso: «Qualcuno», avrebbe detto infatti nel 1921 il fondatore
della Russia comunista, «non crede al futuro della cosmonautica. Mentre io credo fermamente che tra venti, trenta o quarant’anni un uomo viaggerà nello spazio. E quest’uomo
sarà sicuramente un sovietico».

Dai vertici del partito a Mosca sino ai contadini ancora col fango alle ginocchia nelle campagne, l’esultanza dei russi al lancio dello Sputnik fu dunque più che comprensibile. Né
l’Urss intendeva fermarsi lì, al bip-bip del suo primo satellite artificiale. La produzione di carne, latte e burro restava dov’era, nella morta gora delle altre penurie del comunismo, e
quanto alla cultura, alle libertà, basta pensare che due mesi dopo il lancio dello Sputnik ci fu l’espulsione di Boris Pasternak – colpevole d’aver pubblicato all’estero, e precisamente
in Italia, il Dottor Zivago – dall’Unione degli scrittori sovietici. Ma l’avanzata nello spazio, quella continuò.

Poco dopo lo Sputnik I venne infatti messo in orbita uno Sputnik II, di dimensioni molto più grandi e con all’interno una cagnetta di nome Laika, primo essere vivente a viaggiare – e a
morire – nello spazio. Due anni dopo fu lanciato il Lunik, che fotografò la faccia nascosta della Luna. L’America, che intanto aveva montato in gran fretta la struttura della Nasa,
inseguiva affannosamente i successi sovietici. Ma la gara per la conquista dello spazio sembrava ormai vinta dalla «patria del socialismo». Il 12 aprile del ’61 il mondo
sbalordì infatti per la seconda volta, e le masse comuniste dei quattro continenti si sentirono di nuovo vicine alla meta, a un passo cioè dal trionfo sul capitalismo e la
società borghese. L’Urss aveva messo in orbita, stavolta, un uomo: il maggiore dell’aviazione Yuri Gagarin.

Le foto del giovane, sorridente Gagarin inondarono i giornali e le riviste del pianeta. Krusciov, che nel frattempo aveva eliminato i suoi avversari all’interno del Politburo, straparlava:
«I nostri successi spaziali provano che il socialismo ha vinto la competizione tra paesi socialisti e paesi capitalisti. Ormai è chiaro, infatti, che la gestione dell’economia, la
scienza, la cultura, il genio creatore del popolo in ogni ambito della vita, si sviluppano più a pieno e più rapidamente nella società socialista». Erano fandonie, ma
l’Unità in Italia e le altre centinaia di giornali comunisti in tutto il mondo, le presero per oro colato: ancora senza un dubbio, la minima incertezza, sull’imminente disfatta della
borghesia e dell’«impero americano».

Gli stupefacenti successi delle imprese sovietiche nello spazio erano dovuti, così come la rincorsa degli Stati Uniti a quei successi, a una folta schiera di scienziati e ingegneri
tedeschi andati a lavorare, dopo la Seconda guerra mondiale, alcuni in America e altri nell’Urss. Furono loro, non pochi dei quali avevano alle spalle un passato di ardenti nazisti, a portare
l’esperienza missilistica delle V-2 (i razzi con cui Hitler aveva sperato sino all’ultimo di vincere la guerra) nella ricerca spaziale sovietica e americana. I russi, come s’è visto,
partirono più veloci, seminando per tre o quattro anni sconcerto e timori nel mondo scientifico e in quello politico degli Stati Uniti. Ma ben presto tra la Nasa e i centri di ricerca in
Urss si profilò una cruciale diversità: lo scarto nella snellezza ed efficienza dell’organizzazione, e il divario tecnologico.

I sovietici avevano al lavoro nella ricerca spaziale oltre un milione di tecnici e manager, i quali dovevano ricevere i fondi dalla piramide di enti economici organizzati nel Gosplan, l’organo
della pianificazione centralizzata, oltre che rendere conto del loro operato, a ogni passo, alle autorità politiche. Gli americani disponevano della metà degli addetti, ma la Nasa
riceveva i finanziamenti direttamente dal Congresso e non aveva tra i piedi commissari politici cui dare troppe spiegazioni sui lavori in corso. In più, la ricerca tecnologica americana
veniva valutata dagli esperti dieci – quindici anni avanti a quella dell’Urss.

Questo il quadro in cui, dopo i primi successi sovietici, si collocò la gara tra le due superpotenze per la conquista dello spazio. Da una parte l’elefantiasi burocratica del
«socialismo reale» (con gli enormi sprechi di risorse che affliggevano ogni altra attività, comprese quelle scientifiche, in Unione Sovietica), dall’altra la sveltezza e
flessibilità dei meccanismi capitalistici. Venne infatti calcolato che al tempo degli Sputnik i russi spendevano, è vero, un po’ meno degli americani: quattro milioni e mezzo di
dollari d’allora, contro i cinque della Nasa. Ma il Pil degli Stati Uniti, la ricchezza nazionale, era esattamente il doppio di quella sovietica.

Dunque una gara che alla lunga (come si vide nell’estate ’68 con lo sbarco americano sulla luna) sarebbe stata inevitabilmente persa dai russi. E questo mentre la produzione di latte, carne e
burro, invece d’aumentare, diminuiva precipitosamente. Ogni nuovo missile o testata atomica costava infatti all’«homo sovieticus» altre penurie, negozi sempre più vuoti, le
condizioni di vita più dure d’ogni altro popolo di pelle bianca sulla terra. Il comunismo non funzionava, gli Sputnik furono il suo canto del cigno.

Sandro Violaa
(21 settembre 2007)

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