L’Italia del Vino: consumi interni ancora in calo, è giusto puntare tutto sull’export?

L’Italia del Vino: consumi interni ancora in calo, è giusto puntare tutto sull’export?

 

ITALIA MERCATO INTERNO.

Osservando con attenzione il mercato italiano interno del vino, sembra quasi di vedere quello cinese, in modo più diffuso territorialmente e per fasce sociali, oltre che per punti vendita.

L’Italia che è un grande Paese produttore di vino, forse il primo al mondo, il secondo per fatturato dopo la Francia ( se la Spagna non ci supera), non può dimenticarsi del consumo nazionale e puntare “tutto” sui mercati esteri.
Da quanto si legge sembra che tutti siano orientati all’export come unica soluzione.

Da un punto di vista contingente, per i manager-capi, per il bilancio d’impresa non si può non essere d’accordo, ma occorre urgentemente non mollare e non rinunciare al consumo in Patria. Certo che crisi economica, chiusura di fabbriche e imprese, commercialisti alla carica, ristoratori sempre più cari, paura di multe in auto, sicurezza stradale sono fattori difficili da superare o modificare da soli, come impresa ma anche come settore e comparto.

Vendere all’estero il 60-65% va bene, vendere il 5-9% in cantina va ancora meglio e va incrementato ancor di più, ma un “BelPaese” ovvero un Paese che punta su un recupero di territorio agrario, sullo sviluppo a 360° di ogni faccia del turismo, difende e reclama un marchio vero del made in Italy, decreta un no-Ogm, parla e sparla su filiera corta e Km zero, vuole eliminare frodi, agro-piraterie e vini fatti con polverine, vuole schiacciare i global-wine-kit  ( tutti si strappano le vesti su questi temi e anche i vertici politici si sono accorti) come fa , questo Paese, a non attivare un insieme di atti ufficiali strategici, concreti, attivi che percorrano un percorso di migliore posizionamento dei consumi attenti, sicuri, onesti, di misura?!

Il consumatore nazionale è sempre più fai-da-te, discontinuo in acquisti e consumi, attento a dove e come consuma, precario sotto tutti i punti di vista, non butta via soldi, decreta una scala di priorità (la vacanza viene prima del ristorante, per esempio) quindi occorre mettere insieme la “mentalità” italiana ( diversa da quella svedese, danese, inglese e tedesca su questo tema) con la “strategia” di consumo. Le malattie sono diverse, così pure le patologia, altrettanto le ricette e i rimedi.

I grandi consumatori sono in calo da 10-12 anni, gli innamorati-appassionati di grandi vini sono stazionari se non in calo intorno a 1,1 milione su 16,9 milioni di italiani consumatori fra abituali e occasionali. Quest’ultimi in crescita: sono raddoppiati in 10 anni.

Tutti hanno smesso di essere guidati dalle guide, solo 1 su 28 acquista una copia, tutte le info sono assunte via web o passa parola o da amici, o fai-da-te. Questi pochi dati, e altri che abbiamo monitorato dal 2010 grazie a Ovse, consigliano produttori e distributori ( e politici) di cambiare metodo, passo.

Innanzitutto la vendita diretta, anche a prezzo più basso, è fondamentale, come anche il recapito a casa, come pure definire contratti in cui il prezzo finale non abbia ricarichi fuori luogo, come concentrare il numero di etichette e prodotti, fare in modo che a un territorio, una denominazione corrisponda una tipologia leader perché l’ampia gamma incide su ricavo e costi marginali abbassando il bilancio aziendale.

Sicuramente una vera politica attiva, dinamica e continua “sul” territorio con filiera corta è oramai indispensabile. Viceversa “lontano” dal territorio produttivo occorre cambiare totalmente approccio, strategia. Occorrono presidi sul campo, figure di chiaro riferimento aziendale e di marca,  bisogna che il prodotto vada incontro al consumo. Il luogo di consumo non è più discriminante, il metodo non fa la differenza, lo slogan non paga più, il ricarico monetario e intellettuale non risponde più ad una esigenza collettiva o associativa di consumo e luogo e orario, ma tocca il vivo della quotidianità, della soggettività e della privatezza dei consumi, tutti molto più ridotti, privati e risparmiosi.

Quindi un consiglio:
per far crescere il consumo del vino sul territorio nazionale occorre una politica che , con paletti chiari sicuri e controllati, non accompagni la paura e il distacco al consumo come pure una comunicazione che non associ la pericolosità di un hard-drink da 50 gradi con un soft-drink di vino a 12 gradi. Controlli severe nei punti vendita, nei luoghi….dentro al problema, non in agguato.  Infine, importantissimo, i produttori, piccoli e grandi, non hanno ancora monitorato la rivoluzione in atto sui consumi di vino e bevande in generale che impone, obbliga a una “ presenza” fisica continua, dinamica, smart e a un prezzo giusto per il vino quotidiano.

La forbice fra vino top e vino quotidiano si sta allargando sempre più: il primo è stabile con qualche passo indietro, il secondo deve recuperare presso bevande alternative per motivazioni culturali, ma anche per capacità imprenditoriali di adeguarsi giorno per giorno alle nuove domande. L’offerta statica ha perso terreno. Provare per credere.

Giampietro Comolli
Newsfood.com

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