L'Italia al tempo della crisi: welfare, gli italiani lamentano poca tutela per le famiglie con figli
5 Dicembre 2008
Roma – Sono oltre 11,4 milioni le famiglie con figli in Italia, con una riduzione di quasi il 2% dal 2001, mentre un calo più brusco riguarda quelle con 2 figli
(-4,9%) e quelle con 3 o più figli (-5,3%). Spicca invece il balzo della tipologia più vulnerabile, le famiglie monogenitoriali ( 11,3%). Le famiglie con figli fino a 3
anni sono 1,6 milioni, il 14% circa del totale di quelle con figli. La capacità ricettiva dei servizi per la prima infanzia (pubblici e convenzionati) può essere stimata
intorno all’11% della domanda (oltre il 9% negli asili, il 2% negli altri servizi) con oscillazioni regionali molto ampie. Considerando gli asili nido comunali, la spesa media
sostenuta dai comuni per ciascun bambino è poco meno di 600 euro al mese (valore che oscilla tra 890 euro in Valle d’Aosta e 283 euro in Basilicata). La quota a carico
delle famiglie è pari mediamente al 40% (con un massimo del 56% in Basilicata e un minimo del 17% in Campania). La spesa media mensile sostenuta dalle famiglie è di 285
euro al mese (406 euro in Trentino Alto Adige, 118 euro in Calabria). Il 23% delle domande presentate finisce però in lista di attesa. Considerando l’affido non inferiore a
tre ore quotidiane, le madri lavoratrici con figli fino a 3 anni ricorrono nel 52,3% dei casi ai nonni, nel 27,8% agli asili pubblici o privati, nel 9,2% alle baby sitter, nel 7,3%
all’altro genitore, nel 3,4% a parenti e amici. Quindi le soluzioni familiari coprono il 63% delle esigenze. Il 28% delle madri lavoratrici rinuncia all’idea di mandare i
figli all’asilo: il 19,5% afferma che non ci sono posti disponibili, il 17,4% che non ci sono asili nel comune di residenza, per il 7,1% gli orari sono scomodi, per il 4,8%
l’asilo è troppo distante.
Donazione e trapianto: quando funziona la rete dei servizi. Sul diritto di scegliere l’interruzione delle cure dei malati terminali si dichiara favorevole il 49,9% degli
italiani. La donazione e il trapianto di organi in Italia rappresentano un caso di eccellenza a livello internazionale. Il tasso di donatori effettivi ci colloca al terzo posto tra i
grandi Paesi europei. I trapianti sono passati da 2.162 nel 1999 a 3.043 nel 2007 ( 40,7%). Il 70% dei donatori segnalati (le persone in condizione di morte encefalica in terapia
intensiva) è diventato donatore effettivo. Ma le regioni meridionali sono ancora un nodo critico: nel 2007 hanno fatto registrare 27,5 donatori per milione di abitanti contro i
37,3 della media nazionale.
Italiani maturi nel rapporto con i farmaci. Il rapporto tra italiani e farmaci sembra avviato verso una nuova maturità in termini di consapevolezza e capacità di
fruizione, come esito della rinegoziazione dell’intera gamma delle strategie di tutela della salute, nelle quali il farmaco conquista sempre maggiore centralità.
L’80% degli italiani ritiene che i farmaci aiutino a convivere con le patologie croniche ( 26% rispetto al 2002), il 76% li considera strumenti per il miglioramento della
qualità della vita ( 15,7%), il 54% ne sottolinea il contributo nella sconfitta delle malattie mortali ( 14%). Rispetto ai propri genitori, il 54% degli italiani si sente
più informato sulle corrette modalità di assunzione, oltre il 52% ritiene di avere più dimestichezza su quando e come utilizzarli, più del 51% conosce meglio
i rischi di un eccessivo consumo e degli effetti collaterali. Inoltre, il 56,6% è favorevole a un allargamento dei soggetti preposti alla vendita dei farmaci, ma ritiene
essenziale la presenza di un esperto, mentre il 30,4% pensa che i farmaci vadano venduti esclusivamente in farmacia.
Trent’anni di Servizio sanitario nazionale: come è cambiata l’Italia e la salute degli italiani. Tra il 1978 e il 2008 la spesa sanitaria è
aumentata del 138,3% in termini reali, un incremento doppio rispetto alla crescita del Pil. Le dinamiche demografiche e i progressi delle tecnologie hanno accompagnato le trasformazioni
delle esigenze di salute dei cittadini, parallelamente agli interventi nella gestione organizzativa e finanziaria dell’offerta (su tutti, l’aziendalizzazione e la
regionalizzazione). All’avvio nel 1978 del Servizio sanitario nazionale, universale e pubblico, è seguita negli anni ’80 la mutazione culturale della domanda, legata
al netto miglioramento della salute degli italiani, alla quale risponde però un sistema di offerta con nodi critici sempre più evidenti. Nel decennio successivo prosegue
il diffondersi della cultura della salute e si consolida la consapevolezza nei cittadini dei nessi tra benessere, stili di vita e comportamenti preventivi. Gli anni ’90 hanno
visto forti mutamenti dell’offerta, con la razionalizzazione e il taglio della spesa, in particolare di quella farmaceutica pubblica. Con la devolution si apre una sfida durissima
per le implicazioni finanziarie e le nette differenziazioni regionali.
Il fragile pilastro della previdenza complementare. Dopo il 43% del 2007, nei primi sei mesi del 2008 il numero di iscritti alla previdenza complementare è tornato a un
risicato 3,8%. Quali motivazioni spingono ad aderire ai Fondi pensione? Per il 34,2% conta la fiducia nel soggetto di offerta, per poco meno del 29% il contributo da parte
dell’azienda, per il 28% il buon rendimento, per il 19,2% i costi di gestione bassi rispetto ad altre forme di investimento. Oltre il 64% degli intervistati si aspetta rendimenti
certi anche se bassi. Tra chi invece decide di non aderire ai Fondi pensione emerge che il 23,6% non ha fiducia negli strumenti della previdenza complementare, il 16,6% non vuole
impegnarsi in scelte che considera irreversibili per il futuro. Contano poi la percezione di essere poco informati (38,5%), la scarsa trasparenza sugli esiti dei versamenti (22,8%) e
l’insicurezza sulla restituzione di quanto versato (21,4%).




