Liceo classico: non è una moda, è una domanda sull’uomo
3 Marzo 2026
By MM
di Masetto da Lamporecchio
Solo il 3%: il dato che fa rumore
In Lombardia il liceo classico è oggi scelto da circa il 3% degli studenti. Fino a pochi anni fa era al 4,2%. Nel frattempo crescono altri indirizzi, in particolare le Scienze umane, mentre lo Scientifico mantiene numeri solidi e tecnici e professionali intercettano metà degli iscritti. I numeri sono chiari. Il classico perde terreno.
Ma sarebbe un errore leggere questo fenomeno come una questione di mode. Non siamo davanti a un cambio di tendenza come nel prêt-à-porter scolastico. Il problema è più radicale e riguarda l’idea stessa di formazione.
L’epoca dell’“a cosa serve?”
Viviamo in un tempo in cui tutto si misura sotto la logica dell’utilità. Mi serve o non mi serve? Mi porta qualcosa o non mi porta qualcosa? Mi garantisce un ritorno oppure no?
Non è un dettaglio che uno degli strumenti più usati oggi – utilizzato da oltre il 34% della popolazione italiana – apra con una domanda rivelatrice: “Come posso essere utile?”. È una formula educata, ma è anche la sintesi di un paradigma. L’utilità diventa il criterio fondamentale.
Quando questo schema entra nella scuola, la scelta dell’indirizzo si trasforma in un calcolo. Studio per guadagnare? Studio per avere più possibilità? Studio per essere competitivo? Sono domande comprensibili, ma bastano a definire il senso della cultura?
Studiare per fare bella figura o per vivere?
Qui il tema non è secondario. Leggo per fare bella figura, come ironicamente suggerisce il titolo di un noto podcast “Cenni storici per fare lo splendido”, oppure per qualcosa di diverso? Studio per accumulare capitale simbolico o per trasformarmi interiormente?
Charles Baudelaire lo diceva con una chiarezza che oggi appare quasi scandalosa: non bisogna leggere “per fare bella figura come fanno gli ambiziosi, né per divertirsi come fanno i bambini, ma per vivere”. Non è un invito estetico. È un’affermazione antropologica. La cultura non è decorazione. È condizione di vita.
Se la formazione viene subordinata esclusivamente all’utilità economica, allora il liceo classico appare inevitabilmente svantaggiato. Se invece la cultura è un modo per vivere meglio e più consapevolmente, la questione cambia.
Una formazione più antica della modernità
Il liceo classico non nasce ieri. Affonda nella formazione medievale e nel rispetto per le cosiddette lingue morte, che morte non erano affatto. Fino all’Ottocento l’università insegnava in latino. Non era archeologia, era normalità accademica.
Nel XIX secolo e poi all’inizio del Novecento, con la riforma Gentile, il liceo classico assume la forma che conosciamo: centralità di greco e latino, filosofia, storia, letteratura. Ci piacciano o non ci piacciano quei modelli, il fine non era l’utilità immediata. Bisognava avere una formazione per essere uomini consapevoli. Bisognava conoscere. Bisognava provare meraviglia e rispetto per libri, scrittori, esperienze.
Era una formazione elitaria, spesso spocchiosa verso altre scuole. Ma era anche straordinaria nella sua ambizione.
Non era un ostacolo alla scienza
Per decenni questa formazione non è stata un impedimento a diventare bravi matematici, fisici, chimici. L’idea che gli studi umanistici siano in conflitto con le STEM è una costruzione recente e superficiale. La disciplina mentale richiesta dal greco e dal latino non impediva la precisione scientifica; la sosteneva.
Il problema non è scegliere tra Omero e l’algoritmo. Il problema è decidere se vogliamo tecnici efficienti oppure persone capaci di interrogarsi sul senso del proprio agire.
L’otium romano e la profondità
Il liceo classico era anche un appello all’otium romano. Non pigrizia, ma tempo dedicato alla cultura per se stessi. Tempo sottratto alla pura produttività. Tempo di profondità.
In un’epoca dominata dalla performance, dall’aggiornamento continuo e dall’obsolescenza delle competenze, questa dimensione appare quasi sovversiva. Molte delle cose oggi utili finiranno in cantina tra pochi anni. La formazione interiore, invece, non scade con la prossima innovazione tecnologica.
Non la scuola per “imparare a pensare”
Si sente spesso dire che il liceo classico è la scuola per imparare a pensare. È uno slogan sbagliato. Si può imparare a pensare anche altrove. Il punto non è la superiorità intellettuale. Il punto è la qualità dell’esperienza umana che quella scuola propone.
Non è la scuola per fare bella figura. Non è un marchio sociale. È una proposta esigente: studiare non per uno scopo immediato, ma per diventare più umani.
Il vero tramonto
Il 3% non è solo un dato. È un segnale. Se la cultura viene valutata esclusivamente in base alla sua utilità economica, allora gli studi umanistici sono destinati a ridursi.
Eppure in un tempo di confusione, di superficialità informativa, di polarizzazione permanente, la capacità di leggere in profondità, di comprendere la complessità, di collocare il presente dentro una storia è tutt’altro che inutile. Non produce dividendi immediati, ma produce uomini meno fragili.
La questione non è difendere il liceo classico per nostalgia. La questione è decidere se la scuola debba essere soltanto addestramento oppure anche formazione dell’uomo. Studiare non per uno scopo esterno, ma per vivere e vivere bene. In questo senso il liceo classico non è una moda che passa. È una domanda che resta.
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