Agroalimentare: La qualità non basta, bisogna saperla comunicare

Agroalimentare: La qualità non basta, bisogna saperla comunicare

Fra comunicare e informare corre un abisso. Quello del cuore. In tanti informano (spesso a sproposito), pochi comunicano. E’ il caso delle grandi ‘bufale’ dell’agroalimentare, un settore dove i top manager, le multinazionali del disgusto, come mi piace chiamarle, vanno a nozze. A suon di milioni. Le tivù ci imbottiscono da sempre di messaggi fuorvianti, informazioni fasulle. Tanto “l’ha detto la televisione” e la gente giù a pagare e a cibarsi di veri e propri veleni -magari con le carte in regola per le leggi in vigore.

Qualche esempio? L’olio di semi sarebbe più leggero e digeribile (messaggio fuorviante: più dell’extravergine di oliva) e poi saltiamo la staccionata con abilità. La mia minerale è quella con il minor apporto di sodio, quando sai benissimo che poi ti basta un boccone di pane o un biscotto per imbottirti di sale quanto venti litri d’acqua.

Non bisogna friggere con l’olio d’oliva, che ha un ‘punto di fumo’ più basso, e via sciocchezze del genere. Invece bisognerebbe informare correttamente, cioè comunicare. Come fanno alcuni coraggiosi pionieri che, a dispetto della pubblicità e dei ‘marchettari’ televisivi, decidono di offrire al cliente un prodotto alimentare non solo gradevole alla vista e al
gusto, ma anche genuino, senza additivi chimici, prodotto con onestà e rispetto. In una parola, senza trucchi. Ma poi si riesce a comunicarlo senza avere dietro i tanti quattrini di chi ha invece interesse a omologare, ad appiattire i sapori, a inebetire la massaia? Volendo sì, magari anche solo col passaparola o con mezzi piccoli, efficaci, come internet. Alla fine il
buonsenso prevale, le buone intenzioni vengono a galla e la voce si spande.

In questo modo tanti piccoli produttori sono riusciti a emergere e a comunicare l’eccellenza del loro prodotto, l’onestà del loro lavoro. Spesso anche a livello globale. ‘Think local, work global’, diceva qualcuno. E aggiungo: sarebbe il caso di imbastire un rinascimento della bontà, ma autentico, con prodotti veramente ecologici, onesti, buoni, rispettosi
della natura e del lavoro del prossimo. E non fintamente. Mi spiego. Ha ancora senso, ad esempio, la bottiglia dell’olio sul tavolo del ristorante?

Quando non si tratta di un anonimo contenitore unto e bisunto con un liquido di dubbia qualità e provenienza, sono contrario anche alla bottiglia dell’extravergine di alta qualità certificata. Voglio dirlo chiaro e forte: chiamare extravergine un olio che dovrebbe essere chiamato olio d’oliva è fuorviante, disonesto, cavilloso. E perché invece l’olio d’oliva, com’è oggi, non è altro che un intruglio chimico di bassa qualità, forse addirittura pericoloso per la salute? Ecco il primo imbroglio.

Il secondo, dicevamo, la bottiglia. Che può inquinare se non smaltita correttamente, e che invece dovrebbe essere abolita in funzione di un pratico distributore di olio dove servirsi (pagando il giusto) scegliendo quello più appropriato.
Esistono distributori di birra, di vino, di acqua minerale. Perché non di olio che è alla base della cucina mediterranea? Quanti clienti sarebbero ben felici di ritrovarsi qualche euro in più nel conto sapendo che possono scegliere da un distributore automatico l’olio che preferiscono, in un contenitore piccolo, trasparente e non usato da altri. L’aggeggio in
questione già esiste, l’ha inventato il toscano Paolo Pasquali, amico e patron dell’albergo-ristorante Villa Campestri (www.villacampestri.it).

Si chiama OliveTolive e porterà presto alla rivoluzione sulle nostre tavole. Se e quando saremo capaci di comunicare la nostra voglia di cambiare. In meglio. Buon gusto a tutti!

 Redazione Newsfood.com

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