La Libia dice no allo “sbarco” di Maroni
24 Settembre 2008
La Libia contro Maroni. Dopo il tragico precedente di Roberto Calderoli, un altro ministro leghista entra nelle mire di Tripoli per il suo fare da neocolonialista. Roberto Maroni aveva
accusato Tripoli di non aver frenato gli sbarchi di clandestini malgrado l’accordo italo-libico firmato lo scorso 30 agosto, annunciando uno stop agli aiuti previsti dalle intese.
Secca la replica del governo libico. Replica che mette in evidenza tutta l’inadeguatezza del ministro dell’Interno. “Non abbiamo mai chiesto aiuti all’Italia nel
contrasto ai flussi irregolari”, replica attraverso una ruvida nota l’ambasciata di Tripoli a Roma. Che fa sapere come la Jamahiriya sia pronta a “cooperare assieme agli
altri paesi interessati”, ma come non abbia affatto gradito l’annuncio del titolare del Viminale di voler arrivare in ottobre nel Paese a bordo di una delle sei motovedette
italiane promesse per i pattugliamenti congiunti.
La nota si fa ancora più dura: “Informiamo Maroni che la Libia rifiuta il suo arrivo in questo modo spettacolare”, fa sapere l’ambasciata. “Se desideriamo
riceverlo saremo noi ad indicare la data e il modo in cui potrà arrivare”. Lo scarso feeling tra Tripoli e gli esponenti della Lega Nord si arricchisce così di un
altro capitolo. A finire nel mirino dei libici, in passato, era stato infatti Roberto Calderoli, al centro di due vere e proprie crisi diplomatiche tra Roma e Tripoli.
La prima, nel febbraio 2006, quando da ministro delle Riforme mostrò in diretta tv una maglietta con sopra una vignetta anti-islam, appiccando così il fuoco delle proteste
contro il consolato italiano a Bengasi: il bilancio fu di 11 morti, 35 feriti e le dimissioni del ministro leghista. Due anni più tardi, dopo la vittoria di Berlusconi alle
elezioni di maggio 2008, fu il figlio del colonnello, Saif El Islam, a minacciare “ripercussioni catastrofiche” nei rapporti tra i due Paesi se Calderoli fosse tornato su
una poltrona ministeriale.
Italia e Libia, dopo anni di estenuanti trattative condotte in gran parte dal governo Prodi, sono riuscite lo scorso 30 agosto a firmare un accordo ‘storico’ per chiudere
definitivamente il contenzioso coloniale. I cinque miliardi di dollari che Roma si è impegnata a versare in 20 anni ai libici a titolo di indennizzo per i danni del colonialismo
(l’ex ministro degli Esteri Massimo D’Alema stava trattando sulla base di tre miliardi di dollari, ma il governo Berlusconi ha ritenuto le casse dello Stato sufficientemente
cariche per chiudere a cinque milioni) dovrebbero essere compensati con una maggiore penetrazione delle imprese italiane nel ghiotto mercato energetico libico e da un occhio molto
più attento della Jamahiriya nel contrasto all’immigrazione clandestina.
Stefano Cagelli





