La democrazia in America non sta bene ma forse la colpa non è tutta di Trump
Alla statale di Milano l’intervento del giurista James P. Kelly
di Saverio Fossati
Preoccupate ma non disperate. Così sembrano apparire le istituzioni statunitensi nella temperie dello scontro elettorale, mai così incandescente e, almeno per noi europei, disorientante.
Tavolo dei relatori
Se ne è discusso il 18 marzo all’Università Statale di Milano, dove il Dipartimento di diritto pubblico italiano e sovranazionale ha organizzato il convegno “Constitutional issues pertaining to the 2024 u.s. presidential election”.
Antonella Baldi
Dopo i saluti di Antonella Baldi, prorettore all’internazionalizzazione, e l’introduzione di Lorenza Violini, ordinaria di diritto costituzionale, la parola è passata a James P. Kelly, Federalist Society Director of International Affairs (Of Counsel) e membro, come ha ricordato all’inizio dell’intervento, della Commissione europea per la democrazia attraverso il diritto (Commissione Venezia).
Il tema centrale affrontato da Kelly era la risposta alla domanda “Democrazia attraverso il diritto o democrazia attraverso la lawfare?” (cioè l’uso di sistemi e istituzioni per delegittimare un avversario politico), esaminando tra l’altro la natura delle accuse contro l’ex presidente Donald Trump, la presunta “morte della democrazia e l’atteggiamento delle agenzie federali. Così ha illustrato le varie controversie che vedono protagonista l’ex presidente, senza giungere e una risposta definitiva alla questione, che ha in sostanza rinviato alle decisioni finale delle corti che le stanno affrontando.
James P. Kelly
Sulla questione della “morte della democrazia”, un tema molto presente nel dibattito politico, Kelly ha registrato che la strategia chiave di Biden e dei democratici è di sostenere che i repubblicani costituiscono una minaccia per l’esistenza della democrazia, proprio come in Europa il mainstream centrista delegittima i movimenti populistici o nazionalisti. Kelly ha poi accennato a due correnti di idee, il Rinnovamento democratico e il movimento per il nazionalismo cristiano, di cui vede le radici nel pensiero di Giuseppe Mazzini.
Mazzini, secondo Kelly, rifiutava gli sforzi per eliminare il sentimento patriottico dal cuore del popolo in nome di un astratto cosmopolitismo propugnato da alcune correnti liberali. E ha citato la replica di Ross Douthat a chi accusa il nazionalismo cristiano di teocrazia: “I conservatori religiosi di oggi sono soprattutto normali cristiani americani che fanno una normale politica cristiana americana, non fanteria della nascente teocrazia”.
Nicolò Zanon
Kelly ha poi esaminato, criticandolo, l’atteggiamento del Dipartimento di Stato circa la censura sui media digitali e sull’uso, da parte della pubblica amministrazione, dei dati dei cittadini aventi diritto al voto che le si rivolgono per i servizi essenziali. E ha concluso il suo intervento citando le libertà elencate da Mazzini: personale, di movimento, di credo religioso, di opinione su qualunque argomento e attraverso la stampa o qualsiasi mezzo pacifico, di associazione, di commercio della produzione intellettuale e manuale.
Sono poi seguite alcune domande da parte dei docenti presenti e degli studenti, che in generale vertevano sulla possibilità di avere fiducia nel sistema giudiziario statunitense, viste le premesse e, appunto, la lawfare che sembra connotare la situazione in cui si trova l’ex presidente Trump. Le conclusioni sono state tenute da Nicolò Zanon, ordinario di diritto costituzionale alla Statale, ex vice presidente della Corte Costituzionale e presidente dell’Italian Law & Liberty Circle.
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