Influenza suina: in tante parole, poca chiarezza

Influenza suina: in tante parole, poca chiarezza

Anche se negli ultimi giorni sono stati i servizi relativi alle elezioni europee, provinciali e comunali a dominare la scena, l’influenza suina ricomincia a comparire nei TG, con la cadenza di
un fastidioso singhiozzo.

E’ innegabile il richiamo e l’audience che una possibile minaccia alla salute comune può e sa suscitare…magari anche con qualche aiutino.

Le parole “peste” e “influenza” suina escono con disinvoltura (o forse disattenzione) dalle frenetiche bocche di parecchi giornalisti.

Cerchiamo invece di riflettere con calma.

Attualmente è corretto parlare di “influenza H1/N1”, dove la sigla indica il virus responsabile.

In quanto malattia virale, la sua trasmissione avviene prevalentemente per via aerogena e proprio le vie aeree sono le più interessate dai sintomi.

Il contagio può essere diretto, dovuto alla stretta vicinanza con soggetti infetti o comunque portatori; indiretto, nel caso di un contatto con carni o residui di esemplari
infetti, non adeguatamente trattati. Quest’ultimo aspetto, mai evidenziato dai media, è però, seppure indirettamente, confermato dallo stesso Ministero, che scrive:

I virus della nuova influenza umana da virus A(H1N1) non sono trasmessi dal cibo; non si può contrarre tale influenza mangiando maiali o prodotti a base di carne di
maiale
.

Mangiare carne maneggiata in maniera appropriata, carne cotta e prodotti a base di carne suina non comporta alcun rischio. Cuocere la carne a temperatura interna di 70-80° gradi uccide
il virus dell’influenza, così come gli altri batteri e virus, al pari della stagionatura.

I termini “soggetti” ed “esemplari” infetti non è, poi, casuale. Dire “suini” sarebbe stato più semplice e sbrigativo. In realtà, però, i suini sono solo capitati
nel posto sbagliato, al momento sbagliato.

L’influenza A, infatti, è il risultato della ricombinazione di agenti patogeni suini, aviari ed umani; il che rende uomini, suini ed avicoli sensibili alla malattia, senza poter
individuare, tra le tre, una precisa specie responsabile dell’epidemia.

Queste brevissime considerazioni possono alleviare, almeno in parte, il sospetto sorto nel consumatore, verso la carne di maiale.

Più volte le autorità competenti hanno assicurato non solo accurati controlli sulla carne (suina e non; importata e non), ma anche che le corrette misure igieniche ed una normale
cottura scongiurano il rischio di contrarre il virus per via alimentare.

Per quanto riguarda salumi, prosciutti cotti o stagionati, vige ugualmente un buon regime di sorveglianza, che è per altro attivo indipendentemente dal verificarsi di particolari
“momenti di crisi”, e la tecnologia di produzione stessa garantisce, tramite cottura o lunga stagionatura, la salubrità dei prodotti.

L’OMS raccomanda invece maggiore cautela, almeno a scopo precauzionale, nel consumo di carne cruda, pratica che va riservata in ogni caso ad alimenti di sicura provenienza ed assolutamente
freschi.

Tutto ciò, però, non ha meritato spazio significativo all’interno del giornalismo da sala da pranzo, ovvero il più seguito dalle famiglie riunite a tavola.

La così detta “peste suina” ha poi offerto, su di un piatto d’argento, l’opportunità di aprire qualche polemica sul metodo di allevamento di questi animali.

Certamente non si ribadirà mai abbastanza che gli illeciti e le irregolarità esistono, come in ogni campo, e che pochi esempi negativi sono (ma non dovrebbero essere) sufficienti
a minare la credibilità e la serietà di coloro che, invece, lavorano con scrupolo e dedizione.

In Italia, l’allevamento suino risponde a requisiti di sicurezza igienico-sanitaria e di rispetto e tutela del benessere animale ben definiti, nell’interesse dell’allevatore stesso, oltre che
del consumatore.

Il buono stato psico-fisico dell’animale, infatti, permette una buona resistenza allo sviluppo di malattie, una migliore crescita del capo e un minor ricorso ad interventi veterinari. Allo
stesso modo, una corretta gestione dell’allevamento coincide con un andamento positivo dell’attività.

In questi termini, la prevenzione è un elemento che non può essere trascurato.

Ciò significa che i nuovi capi vengono sottoposti a regolare quarantena, prima di essere introdotti nel resto della mandria; che mezzi di trasporto, visitatori e personale lavoratore
devono osservare norme igieniche obbligatorie; che i locali vengono puliti quotidianamente e, secondo idonea programmazione, disinfettati e disinfestati all’occorrenza, in maniera profonda; che
gli alimenti destinati al bestiame sono conservati accuratamente per evitare contaminazioni; che il microclima all’interno dei ricoveri viene mantenuto entro parametri funzionali alla salute
degli animali.

Alla prevenzione si aggiunge, dove prevista, la profilassi veterinaria delle vaccinazioni.

L’attività di vigilanza e ispezione dei capi permette, poi, di individuare eventuali positività a patologie che prevedono l’isolamento e la denuncia ufficiale, con la successiva
applicazione delle misure previste dalla normativa.

Il gran fervore con cui il made in Italy viene difeso ed esaltato nelle sue qualità appare del tutto vano se a ciò non si accompagna una formazione del consumatore completa
ed oggettiva, svincolata da facili sensazionalismi.

Per questo compito non solo il ruolo dei mass media non basta, o meglio, non risponde alle esigenze di completezza, ma anche l’informazione proveniente dagli organismi ufficiali in
materia è ancora troppo distante e ostica per il pubblico medio che rimane così preda del sentito dire e non totalmente capace di esercitare una scelta libera riguardo ai propri
consumi.

Marta Banni

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