Il vino made in Italy è troppo caro per gli italiani?

Che ci piaccia o no il vino made in Italy rischia di diventare troppo caro per gli italiani, a spiegarlo sono gli andamenti economici globali e la differenza di potere di acquisto tra i
consumatori dei diversi Paesi; le bottiglie top della nostra produzione sembrano sempre più destinate ai mercati internazionali, mentre
si assottiglia il cosiddetto “ceto medio del vino” e le fasce basse di mercato sono ora più permeabili che non in passato alle produzioni che arrivano
dal Nuovo Mondo. Si parla anche di questo al Salone del Vino di Torino (26-29 ottobre), rassegna destinata ad operatori ed enoappassionati.

E’ l’effetto più pericoloso del Super-euro che, se potrebbe frenare in parte il nostro export, rischia di farci diventare importatori di vino. Un fenomeno che già si
affaccia nell’agroalimentare di qualità e pone interrogativi pressanti al nostro sistema agricolo. Un dato particolarmente significativo è quello dell’olio extravergine di oliva:
abbiamo esportato per 1,3 miliardi di valore e per circa 2,3 milioni di quintali in quantità, ma abbiamo importato quasi 5 milioni di quintali in quantità, per un controvalore di
circa un miliardo. I produttori di vino più accorti già intravedono questo scenario e corrono ai ripari. Alcuni – i gruppi più consistenti – cominciano a progettare una
possibile delocalizzazione delle produzioni di base, gli altri puntano su una forte divaricazione della gamma: da una parte il vino destinato
a solcare i mercati mondiali, dall’altro quello destinato al mercato interno. A dire che le cose stanno andando in questa direzione sono proprio i dati dell’export. A un’analisi più
attenta la conferma viene anche dalla diversità della dinamica salariale nelle diverse economie e di crescita dei volumi complessivi del Pil.

Di questi scenari si discuterà al Salone del Vino, dove non a caso protagonisti sono i vini quotidiani (attraverso la guida di Slow Food) e i vini da vitigni autoctoni, che possono
essere la risposta alla scomparsa dei vini del cosiddetto “ceto medio”. Si va verso una sorta di autarchia vinicola per cercare di contenere i prezzi, accorciando la filiera
distributiva e servendo i mercati di prossimità con produzioni locali. Le bottiglie che stanno nella fascia 10-35 euro sono quelle che sentono maggiormente la contrazione dei consumi,
mentre per i top wines – la cui produzione peraltro è ridotta nelle quantità – non si intravedono flessioni, né sul mercato interno, sempre più selettivo, né
sul mercato internazionale, che è invece in sostenuta espansione.

Vediamo in dettaglio cosa sta accadendo. Gli scenari dell’export ci dicono che il vino italiano tira. Ma è soprattutto il vino che rientra nel “made in Italy” quello che
fa immagine, quello che è determinato da grandissimi vini, ad avere tassi sostenuti di crescita. Il caso Brunello ormai è noto a tutti: 1
bottiglia su 4 del vino di Montalcino è venduta negli Usa, quasi 2 su 4 vanno all’estero. Nel complesso dell’agroalimentare i cosiddetti magnifici dieci del “made in Italy” rappresentano
il 59% delle nostre esportazioni. E fin qui tutti dati positivi, ma se si va a guardare la bilancia commerciale dell’agroalimentare si scopre che l’Italia è deficitaria . Esportiamo alta
qualità, importiamo beni di largo consumo e materie prime. E questo trend si va rafforzando. Basti considerare che – dati AC Nielsen su un panel di 9 mila famiglie – nei primi 7 mesi del
2007 gli italiani hanno ridotto i consumi alimentari dell’ 1,8% e la maggiore contrazione si è avuta nel comparto delle bevande alcoliche (meno 6,8% in volumi e meno 3% in valore). A
fronte di una spesa che in valore è rimasta costante (circa 26,5 miliardi di euro) i tagli più consistenti si sono avuti nell’aggregato delle bevande alcoliche, dove il grosso del
mercato è dato dal vino ed è concentrato per quanto attiene i consumi domestici nella fascia fino a 3 euro.

In sostanza significa che gli italiani hanno sempre meno soldi da spendere e che si orientano su prodotti di basso prezzo, tendendo a tagliare i beni non
strettamente necessari. E’ in questa fase che concorrenti come gli australiani (il 75% del loro vino viene venduto all’estero), cileni (l’80% del loro vino è esportato) e spagnoli
cercano di inserirsi per conquistare le fasce basse del nostro mercato domestico, giudicato finora impermeabile, visto che quasi 9 litri di vino su 10 consumati in Italia sono italiani. A
vantaggio di australiani e cileni c’è ora anche il cambio. Per contro, il vino italiano di grande qualità continua ad ottenere straordinarie performances sui mercati
internazionali. Il Super-euro può avere esiti negativi sul mercato statunitense e in generale sull’area dollaro. Ma è un effetto che può essere più che
compensato dai mercati emergenti e da quelli tradizionali europei. Giova ricordare infatti che il potere di acquisto degli italiani è oggi più basso di quello dei tedeschi
(rapporto 1 a 1,3), di quello degli austriaci, di quello degli svizzeri (1 a 1,2), di quello degli inglesi (rapporto 1,35) e che nel resto del mondo alcune economie stanno crescendo a tassi
compresi tra il 6 e l’8% (Filippine, Thailandia, Corea del Sud, India, Russia), per non dire dei record dei cinesi.

Probabilmente oggi i clienti dei top wines italiani stanno nel mondo e assai meno in Italia, e i clienti per il “ceto medio del vino” non ci sono più in Italia, dove il
mercato appare decisamente divaricato: la grande massa del consumo è nella fascia bassa e la quota residuale è allocata tra le “bottiglie-mito”. E ad avvertire che il mercato si
sta così orientando sono anche i piccoli produttori. Basti citare un’indagine della Coldiretti toscana, da cui si ricava che il “sentiment” è ormai consolidato: i nostri
concorrenti pensino a fare bassa qualità, il vino cinese non ci preoccupa perché loro punteranno alla quantità, a noi tocca aggredire la fascia alta di mercato. Queste sono
le voci del Chianti che pensa al consumo alto del vino. Un mercato che è però sempre meno ospitato nei nostri confini nazionali.

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