“Il conflitto d'interessi condiziona la ricerca scientifica”
29 Novembre 2007
Bassa qualità della ricerca, processo di “peer review” da rivedere, conflitto di interessi, forte influenza dei mezzi di comunicazione, accesso ristretto all’informazione. Sono questi
alcuni dei maggiori problemi che affliggono le riviste mediche e le rendono di bassa qualità.
Lo ha dichiarato oggi Richard Smith, l’ex direttore del BMJ (British Medical Journal), aprendo il IV Congresso internazionale “Scienza e Società – Etica, Conoscenza scientifica e
comunicazione” organizzato dalla Fondazione Diritti Genetici e che proseguirà fino a domani. Secondo il medico britannico, membro del Consiglio Direttivo del Plos (Public Library of
Science) – la biblioteca online per le pubblicazioni scientifiche ad accesso libero – fondamentale oggi il ruolo di Internet, che sta già permettendo di rivoluzionare la ricerca
scientifica, rendendola gratuita, maggiormente accessibile ed aperta alla condivisione.
Il primo problema, secondo il medico britannico, è la bassa qualità della ricerca. Infatti, da uno studio dell’ACP Journal Club, che ha preso in esame 100 delle maggiori riviste
internazionali, emerge che meno del 5% di esse risponde effettivamente a criteri di validità scientifica e clinica. In alcuni casi la percentuale scende addirittura al di sotto dell’1%.
In secondo luogo, ha continuato Smith, è da rivedere il sistema di certificazione della peer review – la cosiddetta “revisione dei pari” – che ormai è una vera e propria “droga”
per la ricerca scientifica, ma in realtà “fa acqua da tutte le parti, è un processo da riformare”. Lo ha dimostrato, ad esempio, lo stesso British Medical Journal, che ha dedicato
all’argomento ben 5 congressi internazionali. Spesso i revisori non si accorgono degli errori presenti nelle ricerche. Da un recente studio condotto su 300 di essi, ai quali era stato
sottoposto un testo di 600 parole contenente 8 errori, è emerso infatti che nessuno è stato in grado di individuarne più di cinque, che il 20% non ne ha riconosciuto
addirittura nessuno, e in media ne sono stati individuati soltanto due.
“Il conflitto di interesse nella ricerca è una condizione e non un comportamento – ha continuato – , nel senso che essendo essa finanziata dall’industria ne viene anche condizionata,
spesso in maniera inconscia”. La questione riguarda la maggior parte dei ricercatori biomedici, come testimoniato da uno studio comparso sul Jama (the Journal of the American Medical
Association) nel 2003, condotto su 789 articoli tratti dalle maggiori riviste mediche. Ne risulta che ben un terzo degli autori più importanti ha degli interessi economici nella propria
ricerca, ad esempio perché sono le case farmaceutiche a finanziarla.
Il problema, secondo Smith, è che spesso i ricercatori non dichiarano di essere condizionati dal conflitto d’interesse, come dimostra un suo studio pubblicato nel 2001 sul BMJ. Da un
esame di 3642 articoli su cinque delle più importanti riviste (Annals of Internal Medicine, BMJ, Lancet, JAMA, and the New England Journal of Medicine), emerge che solo in 52 casi (1,4%)
viene dichiarato esplicitamente che l’autore è condizionato. Questo fenomeno, per l’ex direttore del BMJ, non può che influenzare la ricerca, visto che ben il 70% degli
esperimenti presenti nelle cinque maggiori riviste del settore sono finanziate dalle case farmaceutiche. Un altro problema relativo al conflitto di interesse, secondo Smith, “è che molte
riviste dipendono in maniera massiccia dalla pubblicità”, osservazione che porta l’ex direttore del BMJ a domandarsi: “tutto questo influenza la loro decisione su che cosa pubblicare?
Alcune riviste pubblicano le inserzioni pubblicitarie accanto ai relativi articoli? Questo li condiziona?”
Altra problematica, ha continuato Smith, è la relazione delle riviste mediche con i mezzi di comunicazione, nel senso che “sono parte di essi ed amano essere notate”, per cui le ricerche
che compaiono sulla stampa sono più conosciute. Il sensazionalismo finisce così per avere la meglio, come nel caso di quella ricerca condotta in Galles e ampiamente ripresa dai
media, vista la sua ‘fondamentale’ importanza scientifica: segnalava che gli uomini di 40 anni che hanno 50 orgasmi l’anno vivono più a lungo di quelli che ne hanno meno.
Ufficio Stampa e Comunicazione
Fondazione Diritti Genetici





