Fiera di Reggio Emilia, i temi principali: L’eradicazione dell’Aujeszky e l’allevamento del suino intermedio

Fiera di Reggio Emilia, i temi principali: L’eradicazione dell’Aujeszky e l’allevamento del suino intermedio

Aujeszky da eradicare senza più ritardi

Il percorso verso l’eradicazione dell’Aujeszky in Italia, dopo un iniziale processo positivo caratterizzato da una regolare e costante diminuzione della sieroprevalenza negli allevamenti a
partire dal 1997 (l’anno in cui entrò in vigore il Piano nazionale di controllo), ha visto una inversione di tendenza a partire dal 2004-2005.

Proprio a partire da questi anni si è cominciato a registrare nelle aree a maggiore densità suinicola una costante risalita della sieroprevalenza negli allevamenti. Un fatto
estremamente negativo, non solo perché ha messo in chiara evidenza che il processo di eradicazione iniziato in maniera promettente si era bruscamente interrotto, ma anche perché
la conseguenza diretta di ciò è stata la recrudescenza di focolai di malattia in più di un allevamento, con forme cliniche che non si vedevano da tempo.

Ecco perché, al di là di tutti gli aspetti normativi e di possibili ripercussioni a livello commerciale sulla nostra filiera, il problema Aujeszky è tornato a farsi serio
anche sotto il profilo strettamente sanitario. Insomma, non è più tempo per passi falsi.

D’accordo con questa analisi è il prof. Paolo Martelli, del Dipartimento di salute animale della Facoltà di Medicina veterinaria
dell’Università di Parma. Un nome noto in tutto il mondo suinicolo, uno dei “padri” del Piano nazionale di controllo della malattia di Aujeszky nella specie suina, entrato in vigore in
Italia con il Decreto 1 aprile 1997. Un piano che è stato modificato e integrato con il Decreto 30 dicembre 2010, entrato in vigore il 12 febbraio 2011. Un provvedimento che presenta
novità e scadenze vincolanti.

Partiamo proprio da alcune date importanti. Ce ne sono due in particolare, come sottolinea il prof. Martelli: “Dal 1° gennaio 2013 le scrofette potranno essere introdotte in allevamento
solo se provenienti da aziende indenni, mentre il 28 febbraio 2014 sarà valutata la situazione epidemiologica negli allevamenti. Qualora la prevalenza fosse scesa adeguatamente, a una
soglia attorno al 10%, si potrà passare alla fase di eradicazione.

Questo è uno snodo fondamentale, anche in prospettiva: se alcune aree avranno raggiunto la soglia del 10% di prevalenza potranno chiedere il Piano di eradicazione alla UE. Questo anche
se l’eradicazione non fosse possibile a livello nazionale”. Cosa significhi tutto questo, e quali conseguenze potrebbe avere, è facilmente immaginabile.

“Se a quella data nel territorio nazionale si verificasse una situazione con regioni virtuose e altre inadempienti – continua Paolo Martelli – questo potrebbe tradursi in regioni indenni da
Aujeszky e altre no, con tutto ciò che ne consegue in termini di movimentazione di animali il cui transito sarebbe inibito da regioni non indenni verso regioni indenni. Senza dimenticare
che il grosso della partita si gioca a livello internazionale: solo se Aujeszky free gli allevatori potranno offrire ai macellatori e all’industria delle carni una materia prima utilizzabile
anche per le esportazioni che, per i prodotti di salumeria, sono per l’Italia tutt’altro che trascurabili e in crescita”.

Lo scenario dunque è critico, ma anche la soluzione è a portata di mano. Un’occasione importante per fare il punto su tutto ciò la offrirà la Giornata autunnale di
approfondimento suinicolo che si terrà il 25 ottobre 2011 presso le Fiere di Reggio Emilia. Il convegno della mattina – che vede la collaborazione come sponsor di Pfizer, Fatro, e IZO –
sarà dedicato proprio alla questione Aujeszky, con una approfondita analisi della situazione attuale e delle ragioni che l’hanno determinata, e uno sguardo alle scadenze e alle
novità introdotte del nuovo Piano di eradicazione.

Il prof. Paolo Martelli illustrerà il percorso compiuto in Europa negli ultimi anni verso l’eradicazione della malattia di Aujeszky, mentre la successiva relazione del dr. Giuseppe
Merialdi, direttore della sezione di Bologna dell’Istituto Zooprofilattico della Lombardia e dell’Emilia Romagna, sarà dedicata alla realtà nazionale e al nuovo percorso previsto
per l’eradicazione dell’Aujeszky. Il convegno sarà concluso da Andrea Cristini, presidente dell’ANAS.

La via stretta, ma possibile del suino intermedio

Il presidente dell’ANAS sarà presente anche nel secondo momento tecnico previsto nel programma della Giornata suinicola di Reggio Emilia. Un convegno sarà dedicato
all’approfondimento di alcuni aspetti legati alla produzione del suino intermedio da carne, con un seguito ideale del convegno svoltosi in primavera nel corso della Rassegna suinicola
internazionale.

Quello del suino da macelleria è un tipo di allevamento che è la regola in tutto il mondo, declinata in pesi leggermente differenti ma sempre lontani da quelli tipici italiani. La
novità e che, anche in Italia, sembrano ora aprirsi spazi di mercato per l’allevamento di un suino di peso intermedio, destinato alla produzione di carne fresca. Sicuramente una via
stretta, non facile, perché la concorrenza dei produttori tradizionali di questo genere di suino è uno scoglio notevole, dati i loro costi di produzione.

Di conseguenza si tratta di una produzione che presuppone la massima produttività in allevamento, sia in termini riproduttivi che in termini di accrescimento giornaliero. Il vantaggio
è una maggiore elasticità nelle scelte alimentari, non essendoci più il vincolo del disciplinare che regola la produzione del suino pesante per la produzione Dop. Come
sottolinea il dr. Kees De Roest, ricercatore del CRPA – che sarà tra i relatori al convegno del 25 ottobre prossimo, concentrando la sua relazione proprio sui costi di produzione –
l’orizzonto di riferimento deve essere quello delle suinicolture più competitive, come quella della Danimarca: il costo del suinetto prodotto deve essere simile a quello, perché
in un ciclo di allevamento più breve, come quello del suino intermedio, l’incidenza del costo del lattone è maggiore sul costo di produzione totale rispetto a un suino pesante che
ha un ciclo di allevamento più lungo.

Dunque: può essere competitivo solo con scrofaie ad altissima produttività. Altro punto critico che sottolinea il ricercatore è quello alimentare. Certo, si può
puntare all’utilizzo di alimenti non consentiti per le produzioni Dop, e quindi abbassare il costo della razione, ma, rispetto ai concorrenti del nord Europa, l’Italia sconta anche carenze
infrastrutturali che incidono anche sul costo delle materie prime: i porti italiani non consentono l’arrivo di navi di dimensioni simili a quelle che attraccano nel porto di Rotterdam, per fare
un esempio; ne consegue che il prezzo delle materie prime importate, ad esempio la soia, sarà strutturalmente maggiore in Italia. U

na ragione in più per curare al meglio la parte alimentare, argomento che sarà trattato nella relazione del prof. Gian Matteo Crovetto, della Facoltà di Agraria
dell’Università di Milano, che concentrerà il suo intervento proprio sulle modalità di razionamento più idonee per il massimo accrescimento al minimo costo. Un tema
che potrà essere ulteriormente approfondito con i tecnici della aziende mangimistiche che faranno da sponsor di questo convegno: Virbac, Progeo, G.I.Ma e Luigi Ferrari.

Redazione Newsfood.com+WebTv

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