Epifani: «c'è bisogno di una Cgil forte e autorevole»

By Redazione

Roma – «Una discussione complessiva di cui cera bisogno» che è allo stesso tempo «giusta e tardiva e che dobbiamo essere in condizione di onorare», con
queste parole il segretario generale della Cgil, Guglielmo Epifani, esordisce nel suo intervento al terzo e ultimo giorno della Conferenza di Organizzazione della confederazione, a poche ore
dalla votazione del documento conclusivo che sarà approvato con il voto favorevole di 582 delegati, 16 i contrari e 129 gli astenuti.

Dopo aver rivolto e rinnovato le congratulazioni per il lavoro svolto alla segretaria di organizzazione, Carla Cantone, e a tutto il dipartimento interessato, la relazione del numero uno della
Cgil è entrata subito nel vivo sui temi dell’organizzazione: «Adesso – ha detto – abbiamo due compiti: il primo è quello di tradurre in scelte concrete gli adempimenti, le
nuove regole e le nuove norme. Nessuna scelta del Direttivo, infatti, potrà risolvere i nostri problemi se noi non la porteremo avanti col massimo impegno». Ed è per questo
che sugli impegni e gli obiettivi che di lì a poco i dirigenti della Cgil assumeranno, Epifani esorta: «Se parliamo di rinnovamento dobbiamo essere in condizione di applicarlo, se
diciamo di voler essere di più nei territori dobbiamo farlo, se diciamo che dobbiamo contrattare di più e meglio dobbiamo farlo, e se diciamo che dobbiamo metterci al servizi
dell’organizzazione dobbiamo farlo. Non ci possiamo permettere per un’organizzazione come la nostra, con la nostra forza, dire una cosa e farne un’altra questo è il nostro destino.
Dobbiamo essere all’altezza degli obiettivi di questa conferenza e i numeri dei delegati che vi hanno partecipato danno la misura di quanto questa discussione sia sentita». Anche
perché, ha aggiunto,«quando si parla di noi, nel bene o nel male, magari con una raffigurazione non corretta, vuol dire una cosa: che questa è una organizzazione pesante la
cui autonomia da fastidio».

Dopo le esortazioni iniziali, il segretario generale prende di petto quello che definisce «il cuore della discussione»: «Discutiamo sempre e discuteremo sempre – ha detto ai
quasi mille delegati presenti presenti alla Nuova Fiera di Roma – ma si arriva ad un momento in cui bisogna arrivare ad un punto della discussione: non siamo in un congresso permanente. E
voglio affrontare da subito il cuore della discussione su un tema posto ieri da Gianni Rinaldini circa la situazione in cui versa il sindacato in Italia oggi. Voglio dire a Gianni che non ho
mai pensato che possono esserci ‘monaci poveri e conventi ricchi’, lavoratori che stanno male e sindacati che stanno bene: un sindacato dei lavoratori ha gli stessi problemi dei lavoratori e
non altri». E il malessere della condizione sociale dei lavoratori ha motivazioni legate a processi internazionali. «Siamo stati tra i primi – ha spiegato Epifani – non solo a
denunciare la necessità di nuove regole per la governance mondiale ma per primi abbiamo criticato le scelte che non provavano ad aggredire dalla parte giusta i problemi della
globalizzazione. Adesso siamo entrati in una nuova fase di questo processo e temo che potremmo avere problemi maggiori rispetto alla prima e senza gli aspetti positivi di quest’ultima. La
caduta delle barriere, l’apertura dei mercati, la delocalizzazione di attività tradizionali hanno permesso a tanti paesi di uscire dal sottosviluppo, di aumentare i redditi e le
opportunità. La globalizzazione ha creato nuove opportunità per tanti paesi ma accanto a queste conquiste in molti di questi non si è generato il rispetto per la
democrazia, a partire dai diritti dei lavoratori. Ma il mondo è mediamente più ricco di qualche hanno fa ma non dico che sia più felice».

Nella prima fase della globalizzazione, ha continuato, «il lavoratore italiano ha potuto avere due vantaggi: avere un offerta di beni e servizi di qualità a costi più bassi
e poter scegliere di più e con più convenienza. Mentre il nostro sistema produttivo delocalizzando ha ottenuto risultati positivi». Ma c’è il rischio che l’evoluzione
della globalizzazione metta a rischio i primi vantaggi: «Nella seconda fase – ha prospettato il segretario generale – questi vantaggi sono messi a rischio con un’inflazione a due cifre
per alcuni paesi del mondo, con i prezzi che continuano a salire per ragioni internazionali e per le speculazioni. Quando lo dicevo tempo fa non facevo altro che confermare quanto il dato
dell’inflazione di ieri ci ha proposto. Dietro questo aumento dell’inflazione c’è l’aumento dei prezzi delle materie prime e di quelle componenti essenziali per la vita delle famiglie:
mentre il mondo è un po’ più ricco quella parte che non si è sviluppata è ancora più povera». Un’inflazione legata a ragioni e dinamiche internazionali
a bisogno di una strategia di contrasto diversa: «Non si può pensare di combattere come facevamo vent’anni fa, riregolando un po’ i salari. Ci si presenta così un problema
inedito, che sicuramente rende il sindacato più debole, anche se, a ben guardare, rende tutti più deboli». Affrontiamo così una fase dove anche i teorici del
mercatismo senza regole rivedono le loro convinzioni: «E anche chi parlava della bellezza di un mercato senza regole – ha sostenuto Epfiani – ora si accorge che se non si crea un
contropotere i danni superno i vantaggi. E il problema vero è che dove il sindacato dovrebbe far pesare il suo punto di vista lì non c’è. Molti hanno detto che il sindacato
è frutto del secolo breve e penso che è finito quel tipo di sindacato che si è sviluppato nel novecento, oggi abbiamo bisogno di un sindacato coevo alle modifiche che
stanno avvenendo nel mondo. Se il sindacato del novecento è cresciuto intorno al mondo del lavoro oggi abbiamo bisogno di stare sul territorio e nella fabbrica e nello stesso tempo anche
a livello europeo, uscire dai quei confini che non ci sono più». Ma quanto alle risposte e agli esempi che giungono dall’estero, con le fusioni sindacali transnazionali tra gli
Stati Uniti e l’Inghilterra, il pensiero di Epifani è netto: «I problemi e gli esperimenti che si sono fatti in questi giorni con l’accordo tra i siderurgici inglesi e americani
che hanno dato vita ad un sindacato translatantico dico che non è la risposta giusta. Una risposta che tende a difendere i lavoratori inglesi e americani da altri lavoratori e da altre
imprese che ci rende più deboli e non più forti».

Epifani passa ad affrontare lo stato attuale del rapporto tra capitale e lavoro: «Qual è oggi la vera condizione del rapporto tra il capitale e il lavoro? È quella
tradizionale con interessi non conciliabili? È questo il dato prevalente? La verità è più complicata e dobbiamo avere il coraggio di vederla: abbiamo almeno altre
due di conflitti, quello tra impresa e impresa e tra lavoratore e lavoratore. Una verità ci rende più deboli. Noi manteniamo un valore alto della confederalità ma non
possiamo chiudere gli occhi di fronte a questa contraddizione». Nel ragionare su questa difficoltà del sindacato mondiale e europeo per il segretario generale il valore della
confederalià continua ad essere la risposta: «C’è qualcosa nella nostra storia che può aiutarci di fronte ad una trasformazione che non abbiamo mai vissuto? La
risposta dell’unionismo del sindacato di categoria chiuso in se stesso, dell’aziendalismo, del confine chiuso, non ci mette in condizione di preservare nel cambiamento quei valori e quegli
insediamenti del nostro patrimonio storico e culturale. Non a caso in europa, quando ci sono questi esempi, è li che il sindacato si sta spegnendo». Al contrario, ha aggiunto,
«dove invece resta in campo il sindacato confederale lì abbiamo un sindacato che, seppure in difficoltà, da prospettiva ai diversi ed è per questo che dalla nostra
storia qualcosa ci viene utile al ragionamento del documento unitario. Bisogna lottare contro ogni schematismo e genericità».

Ed è in ragione di queste considerazioni che il segretario generale della Cgil trae il giudizio sul documento unitario che detta le linee di riforma della struttura della contrattazione:
«Penso – ha affermato – che il documento unitario è una mediazione molto alta e molto importante, soprattutto sui temi della democrazia e della rappresentanza. E mi piacerebbe che
il raggiungimento di questo obiettivo, una battaglia che la Cgil fa da almeno venti anni, fosse riconosciuta da tutti: i lavoratori non sono qualcosa che vengono dopo gli organismi dirigenti.
Si può non essere d’accordo sulla mediazione che è stata trovata, ma bisogna essere onesti e raffigurare le cose per come sono effettivamente scritte, e questo non sempre è
successo. Si critichi il testo per le cose che mancano non per quelle che ci sono ma vengono raffigurate male». Il quadro che è davanti appare difficile. «E se la
difficoltà esterna a noi è cosi grande, e di questo siamo tutti coscienti, bisogna restare uniti e far vincere le cose per cui ti sei speso. Non bisogno giocare in difesa. E’
inutile chiudersi in una casa matta quando il tetto viene giù, bisogna rischiare, dare una risposta motivata a chi è in difficoltà. Il sindacato confederale o da
prospettive e speranza o altrimenti si inaridisce e muore. Bisogna essere convinti delle nostre argomentazioni soprattutto quando i fatti ci danno ragione e portarle avanti con coerenze e
determinazione. Il nostro compito, ora, è quello di favorire al massimo la discussione nelle assemblee con lavoratori e pensionati sulla piattaforma. Avremo problemi ma ci sono
difficoltà e contraddizioni anche negli altri». E nella convinzione di affrontare le questioni dalla parte della ragione che Epifani ritorna sul confronto con il ministro Brunetta:
«La questione che abbiamo posto, definita ‘di metodo’, è in realtà di sostanza. Noi siamo pronti ad affrontare tutti i problemi, ma non lo si può fare con la legge,
tornando agli anni settanta, con la politica che s’impadronisce di tutto. Ma lo sapete che il 95 per cento delle cose che Brunetta ha inserito nel suo documento sono già normate nei
contratti nazionali? Sono già fatte, bisogna soltanto esigere che vengano rispettate. La nostra è una battaglia non di retroguardia. Da questo punto di vista siamo noi a
pretendere un confronto sulla parte normativa dei contratti con le categorie e le confederazioni». E tra le prossime mosse Epifani ha annunciato che ‘presenteremo la nostra proposta
unitaria sul fisco prima del Dpef«: spiegando che la vera priorita’ non era rappresentata dall’azzeramento dell’Ici e dalla detassazione degli straordinari, ma «partire dalla
restituzione fiscale per lavoratori dipendenti e pensionati».

Il segretario è poi passato ad affrontare la campagna anti sindacato, condotta da alcuni organi di stampa in questi giorni, denunciando un caso clamoroso di mala informazione. Il 28
maggio scorso, infatti, sulla pagine del Sole24ore, il segretario della Fillea-Cgil Liguria, Venanzio Maurici, viene associato (come ipotetico cugino) al pluripregiudicato, Giacomo Maurici,
nato a Riesi in provincia di Caltanissetta. Per questa improvvida associazione Venanzio Maurici viene perciò accusato di essere contiguo alla Mafia. «Mi sono subito
allertato», ha raccontato Epifani aggiungendo: «Ho chiamato Carla che mi ha rassicurato, sentendo la Liguria, che fosse solo un caso di omonimia, come viene infatti spiegato oggi
con una lettera dell’avvocato di Maurici pubblicata sul Sole. Ho chiamato il direttore del Sole24ore e gli ho detto di stare attento nel trattare queste vicende. Oggi la risposta sul Sole
è stata ‘Siamo contenti per lui’: non ci siamo, cosi non si fa, non è questa l’informazione di cui abbiamo bisogno». E poi ancora l’articolo apparso sul Corriere della Sera
su lavoratori edili senza casco nel cantiere della Cgil: «Com’è finita la vicenda? Che non c’è nessun cantiere della Cgil. Si prova a gettare discredito ma talvolta il
silenzio è meglio di tante risposte ma è bene che si sappia che coviamo una profonda indignazione per tutto ciò».

Infine, il passaggio sulle prossime nomine in segreteria e su quello che sarà il futuro stesso del segretario: «Occorre completare il rinnovamento nelle strutture. C’è
bisogno di dare un segno forte in segreteria per dire che siamo tutti a disposizione dell’organizzazione e non c’è un organizzazione a servizio di ciascuno di noi. Dobbiamo, se sono
condivisi questi indirizzi programmatici, scegliere con un principio fermo: qualsiasi scelta sarà fatta, questa sarà fatta nel rispetto assoluto dell’autonomia della nostra
organizzazione. Avanzerò al comitato direttivo una proposta di criteri e di nomi per chiudere in fretta questa fase. E rassicuro tutti che il segretario generale è qui e, se
volete, qui resterà». E nel sottolineare la necessità del paese di avere un’organizzazione sociale con la forza e con il rigore della Cgil che il segretario generale
Guglielmo Epifani conclude: «Il paese ha bisogno di una Cgil forte e autorevole, unita anche quando esprime punti di vista diversi. Occorre tenere fermo il rapporto con Cisl e Uil,
radicarci di più nei luoghi di lavoro e nei territori. Occorre rioccupare dal basso incontrando migranti, giovani, donne, aprirsi e lasciarli entrare perchè il seme del
ringiovanimento entri nella Cgil. Tenendo sempre fede ai nostri due valori più importanti, la solidarietà e la passione morale e civile che mettiamo in questa attività, le
uniche risorse che un’organizzazione forte nei valori, libera, democratica e aperta, deve mantenere per avere un futuro all’altezza della propria storia».

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