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Dipendenti pubblici: «un altro tabù pronto a cadere?»

By Redazione

Roma, 5 Ottobre 2007 – Viviamo tempi in cui alcuni tabù della sinistra sembrano dissolversi rapida-mente, è il caso della sicurezza dei cittadini o della scoperta
del merito, solo per citare gli ultimi casi più visibili.

Da tempo il dibattito politico si occupa delle condizioni in cui si trova la nostra Pubblica Amministrazione: troppo costosa, qualità dei servizi scadente, eccessivamente e spesso
inutilmente invasiva, vecchia nel modo di operare, in-somma bisognosa di un grande progetto di modernizzazione per trasformarla da handicap del nostro sistema-paese a fattore di sostegno per lo
sviluppo della nostra economia. Una buona pubblica amministrazione non serve però solo all’economia, ma anche a ridare fiducia ai cittadini nel modo di operare dello Stato e di come sono
spesi i soldi delle tasse.

Purtroppo l’attuale governo si sta muovendo in modo confuso, con provvedimenti contradditori, aumentando in molti casi la burocrazia e le spese, senza un chiaro disegno di cosa si vuole
realizzare. Né certamente possono basta-re i circoscritti tagli che immancabilmente sono proposti ad ogni finanziaria. In verità nella maggioranza non mancano i cosiddetti
“volenterosi” che hanno avanzato alcune proposte, senza però toccare il cuore del problema.
Nella nostra Pubblica Amministrazione, compresi tutti i livelli, operano tra i tre milioni e mezzo e i quattro milioni di persone (il numero preciso è uno dei segreti meglio custoditi in
Italia). Le retribuzioni e i relativi costi necessari per poter mettere queste persone in condizione di operare rappresentano la quasi totalità della spesa corrente, esclusi i
trasferimenti ai cittadini ed alle imprese. Parlare di ridurre i costi della macchina burocratica amministrativa, per consentire una riduzione delle tasse, significa in altre parole ridurre il
numero dei dipendenti pubblici. E non basta certo individuare i cosiddetti “fannulloni”, che al massimo possono essere nell’ordine di qualche migliaio, per affrontare e risolvere il problema.

D’altra parte, se si ponesse mano ad un grande progetto di modernizzazione dell’apparato pubblico, che tutti a parole dicono di volere, che realizzasse una grossa semplificazione con scomparsa
di tanto carico di lavoro negli uffici, la digitalizzazione delle attività amministrative, l’eliminazione di enti inutili, l’accorpamento di quelli esistenti, il ricorso all’efficienza
del mercato per tutte quelle attività non “core” dell’amministrazione, un’organizzazione più razionale che eviti sovrapposizioni e duplicazioni ed altre azioni similari che ogni
struttura di qualsiasi genere è chiamata a realizzare per migliorare la propria efficienza e qualità, si porrebbe subito il nodo dell’impiego pubblico.
A fronte di un serio impegno a ridurre sostanzialmente la spesa corrente e a mettere in atto azioni del genere di quelle appena indicate occorre far cadere il tabù che considera il
numero dei dipendenti pubblici un’intoccabile variabile indipendente.

Non si tratta di introdurre licenziamenti nella Pubblica Amministrazione, ma di formulare programmi di esodi incentivati su base volontaria e di conseguenti piani di mobilità
territoriale e funzionale (altri tabù). Non è assolutamente sufficiente proporre iniziative che riguardano esclusivamente i dipendenti che sono vicini alla pensione. Bisogna che
con questi programmi i lavoratori pubblici trovino l’opportunità di entrate nel mondo delle imprese private, di iniziare un’attività in proprio o di dedicarsi ad altri settori.
Solo così i risparmi conseguibili potranno essere importanti.

Il ministro Nicolais ha toccato due o tre volte, direi timidamente, l’argomento della riduzione del personale pubblico ricevendo oltre al “niet” dei sindacati anche il rifiuto di molti suoi
colleghi di governo. Intanto Spagna, Germania e da ultimo Francia hanno affrontato questo nodo con programmi che prevedono ciascuno la riduzione di alcune centinaia di migliaia di posti di
lavoro. L’Italia è in ritardo. Sono certo che prima o poi anche questo tabù dovrà cadere nel nostro Paese? speriamo prima!

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