Dieta mediterranea vs cucina francese. All’UNESCO è sfida tra piatti

Dieta mediterranea vs cucina francese. All’UNESCO è sfida tra piatti

Anche le pietanze litigano e combattono. Dal 14 al 19 novembre, la città di Nairobi, in Kenya, sarà teatro dello scontro tra dieta mediterranea e la cucina francese. In palio, il
riconoscimento da parte dell’UNESCO come ” patrimonio mondiale culturale”, dell’umanità e dell’UNESCO stesso.

Nonostante il compito non sia per nulla facile, la delegazione italiana guidata dal professor Pier Luigi Petrillo ostenta ottimismo e gode del sostegno della classe politica.

Ad esempio, così il ministro Galan: “Auguro buon lavoro ai funzionari del mio ministero che saranno impegnati in questo difficile negoziato. Sono convinto che la delegazione italiana,
guidata dal professor Pier Luigi Petrillo, riuscirà a portare a casa questo risultato tanto importante per il nostro Paese”.

Non tutti sono però così ottimisti: anzi, alcuni ritengono la posizione italiana in parte deludente, e puntano il dito sul diverso modus operandi degli attori.

La cucina transalpina concorre da sola: la squadra del presidente Sarkosy si è messa in gioco per ridare al Paese un blasone ed una leadership offuscata da qualche scivolone.
Ironicamente, tale decisionismo ha suscitato le preoccupazioni di qualche buongustaio, per cui un eventuale vittoria trasformerebbe la cucina francese da tendenza viva e vitale a feticcio da
museo.

Diversamente, spiegano i critici nostrani, l’Italia ha tradito la sua anima “alimentare”, alleandosi con Spagna Marocco, e Grecia per creare la coalizione della dieta mediterranea. Quindi, in
caso di approvazione, il premio verrebbe diviso tra una varietà di prodotti, con poca (o nessuna parentela).

Allora, continuano gli scettici, basta un vago stile ed una vicinanza geografica per giustificare l’ammucchiata ? I prodotti italiani sono spesso in concorrenza con i loro vicini, non sempre
disposti a rispettare la legge, come nel caso dell’olio d’oliva extravergine taroccato , spacciato come made in Italy. Commercio a parte, alcune pietanze di oltre confine hanno ben poco in
comune con le preparazioni nostrane.

Perciò, conclude tale corrente di pensiero, è un peccato che l’Italia, sfruttando il crescente consenso di piatti ed attori nazionali, non abbia avuto il coraggio di “ballare da
sola”.

Matteo Clerici

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