Dalla Roma Imperiale ai cocci del rione Testaccio… poveri Romani… poveri Italiani

Dalla Roma Imperiale ai cocci del rione Testaccio…  poveri Romani… poveri Italiani

 

Il Monte dei Cocci, dalla prima discarica controllata della Roma imperiale al rione popolare di Testaccio

 

Testi e Foto Maurizio Ceccaioni
per Newsfood.com

 

Povera Roma, sempre alle prese con i tanti problemi della quotidianità, a cominciare dai rifiuti, un tempo mandati in discarica a Malagrotta e oggi spediti un po’ di qua e un po’ di là dopo la sua chiusura a ottobre 2013. Ma l’ultimo dei siti di stoccaggio della Capitale, ha avuto un precedente illustre in Mons Testaceus: Monte Testaccio.

Pianta area Testaccio-Monte dei Cocci (su elaborazione immagine da Google Hearth)

A due passi dalla Piramide Cestia e Porta San Paolo, tra le Mura aureliane e la sponda sinistra del Tevere, il cosiddetto Monte dei Cocci – come lo hanno da sempre chiamano gli abitanti del popolare rione romano di Testaccio, a cui ha dato anche il nome – non fu una discarica qualsiasi. Ne furono certi gli archeologi guidati da Heinrich Dressel, che verso la fine del XIX secolo capirono che quella collinetta artificiale ricoperta di cocci (testae) di anfore, altri non era che la più antica discarica ordinata storicamente conosciuta.

Piramide Cestia e Porta San Paolo – Monte Testaccio, visita guidata – Stratificazioni dei cocci sul versante nord, via Galvani

Con una circonferenza di poco più di 1000 metri e una struttura stratificata con la logica dei muretti a secco che ancora resistono sui terrazzamenti collinari, si è formata tra il I e il III secolo d.C. un’altura di 36 metri dal piano strada (54 slm), rivelatasi poi un vero archivio a cielo aperto con quei frammenti ordinati spesso segnati o marchiati, che hanno dato una nuova chiave di lettura della storia economica dell’Antica Roma, da Augusto in poi.

Monte Testaccio – Tabella monitoria del 1744 sulla casa accanto al cancello di accesso

Molto amato a livello popolare ma lungamente sottovalutato a livello archeologico, secondo le stime della Soprintendenza capitolina, Monte dei Cocci conterrebbe i resti di circa 53 milioni di anfore. Reperti studiati metodologicamente da Heinrich Dressel dal 1872, che hanno dato senso e significato a questo luogo che nel nostro immaginario di ragazzini – sulle orme dei personaggi che presero vita dalla penna di Salgari o avendo come guida ‘I ragazzi della via Pál’ di Ferenc Molnár – era uno dei mondi fantastici per noi da scoprire.

Dressel, tedesco di nome ma romano di nascita, era da tempo impegnato nello studio delle anfore, poi classificate per tipo e forma in una tabella che porta il suo nome. Ma, da allievo di Theodor Mommsen (1817-1903), s’interessò anche del materiale epigrafico rinvenuto sui frammenti, studiando i ‘bolli’ impressi su una delle anse o le annotazioni scritte a pennello o con il ‘calamo’ sul corpo dell’anfora: i ‘tituli picti’.
Theodor Mommsen, autore di molti studi sulla storia di Roma, nel 1847 fu messo a capo del comitato istituito dall’Accademia delle Scienze di Berlino per raccogliere tutte le iscrizioni latine conosciute nei secoli, ed inserirle in una collezione organizzata, poi chiamata ‘Corpus Inscriptionum Latinarum’ (Cil). Gli studi di Dressel sulle iscrizioni del Monte dei Cocci, poi riportati nel XV volume del ‘Cil’, hanno permesso di dare una chiave di lettura strutturata a quei materiali, rivelando il contenuto, l’appartenenza e la provenienza delle anfore.

Basilica S. Maria in Cosmedin-Bocca della Verita’

La discarica di Monte dei Cocci non fu realizzata lì a caso, a poca distanza dal Tevere e a qualche centinaio di metri dal ‘Foro boario’, il mercato del bestiame situato nell’area presso la basilica di Santa Maria in Cosmedin, sede della famosa ‘Bocca della Verità’, e di cui rimangono oggi a testimonianza i templi di Ercole, Portunno e l’arco di Tito.

Quella zona era il cuore del commercio della Roma di allora, con il ‘Porto fluviale antico’ o dell’Emporium realizzato nel II secolo d.C., dove arrivavano dai porti di Ostia antica e di Traiano (oggi accanto all’aeroporto di Fiumicino), i prodotti dalle regioni mediterranee dell’Impero. Erano marmi, avorio, tessuti, legni pregiati e generi alimentari come cereali, vino e il prezioso olio d’oliva, bene principale per la vita quotidiana dei romani. Quello meno pregiato, proveniente dalla provincia romana di ‘Betica’ (attuale Andalusia) o dal Nordafrica, era usato anche per unguenti, cosmesi e illuminazione.
I “ricchi palati” si potevano permettere l’Oleum ex albis ulivis proveniente principalmente sia da Venafro (Molise) che dalla Liburnia, l’attuale costa istriano-dalmata.

Alle spalle del porto i prodotti andavano in parte nel mercato giornaliero dei romani, quella piazza dell’Emporium, oggi chiamata dell’Emporio, in mezzo alla quale fino a pochi anni fa troneggiava la Fontana delle Anfore, realizzata nel 1927 da Pietro Lombardi e oggi collocata nella sua sede naturale di Piazza Testaccio.

La piazza s’affaccia su Ponte Sublicio, che la collega a Porta Portese, quella che un tempo fu la Porta Portuensis (V sec. d.C.). È omonimo del più antico ponte di Roma costruito in legno qualche centinaio di metri più a monte e ricordato nei libri di storia per le gesta di Orazio Coclite, che nel 508 a.C. fermò gli etruschi guidati da Porsenna, dando il tempo ai compagni di abbattere il ponte alle sue spalle.

Le derrate alimentari che arrivavano, venivano scaricate nei magazzini (horrea) del ‘Porticus Aemilia’, i cui resti sono visibili tra la sponda sinistra del Tevere proprio accanto a Ponte Sublicio e via Rubattino, dove all’ingresso del parco pubblico si vedono ancora i resti delle arcate.
Alimenti che non servivano solo per il commercio, ma erano usate come scorte annonarie per la distribuzione periodica al popolo per “tenerlo buono”, secondo l’espressione ‘Panem et circenses’ (pane e divertimento), attribuita al poeta romano Giovenale.

Monte Testaccio – acccumuli di cocci

L’edificio del ‘Porticus Aemilia’ è descritto sul sito della Soprintendenza archeologica di Roma come «Un vasto complesso di magazzini situato nella zona retrostante l’Emporium. Nell’aspetto simile ad un capannone lungo m. 487 e largo m. 60, il portico era internamente diviso, tramite 294 pilastri, in sette navate longitudinali digradanti a due a due verso il fiume e in cinquanta navate trasversali, coperte da serie di volte ortogonali alla facciata» (www.sovraintendenzaroma.it).

Ma più commercio equivaleva dire più rifiuti da smaltire, specie quelle anfore olearie impregnate di residui irranciditi e non più utilizzabili. Da qui la nascita di quello che per tutti i ‘testaccini’, come lo fu l’indimenticabile Gabriella Ferri, è da sempre il ‘Monte dei Cocci’.

Testaccio-Casa di Gabriella Ferri

Si ritiene che a gestire ordinatamente la discarica ci fossero dei funzionari statali, detti ‘curatores’. Un po’ meno ordinati furono invece quelli che dal 1938 al ’42, la usarono per scaricarvi sul lato sudovest, il materiale di risulta dello scavo del Circo Massimo, deturpandone la morfologia e favorendo lo sviluppo di alberature.

Cancello di accesso a Monte Testaccio

Il sito è in carico alla ‘Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali’, ma il cancello si apre solo in occasione di visite organizzate dalle associazioni accreditate, per gruppi organizzati (massimo 30 persone). La data e l’ora la stabilisce un funzionario comunale, ma quei 60 minuti in tutto sono pochi per fare apprezzare ai visitatori questo luogo storico tagliato fuori dalle rotte turistiche tradizionali.

Una limitazione contestata da operatori e cittadini, che hanno sottoscritto una petizione lanciata tempo fa su Change.org Italia da Irene Ranaldi, sociologa urbana e presidente dell’associazione culturale Ottavo Colle, che vive e lavora a Testaccio da oltre trent’anni. Ma se l’obiettivo era di sensibilizzare le istituzioni e in primis il Mibact e la Sovrintendenza per i beni architettonici e paesaggistici del Lazio, per trasformare il Monte dei Cocci in un parco urbano aperto a tutti i cittadini, finora tutto è rimasto com’era, nell’immobilismo atavico della burocrazia capitolina.

Monte Testaccio – Tabella monitoria del 1744 sulla casa accanto al cancello di accesso

Entrando dal cancello su via Nicola Zabaglia, si passa accanto a una casa con accesso comune, abitata da non si sa chi. Sulla facciata una lapide datata 1744, ricorda come lì fosse vietato lo scavo e il pascolo, pena il pagamento di 50 scudi d’oro. Si sale sulla stradina di cocci lato nordovest, forse la stessa percorsa dai carri che portavano le anfore e fino in cima, da dove si può osservare gran parte di Roma.

Monte Testaccio – Vista sul versante sudest di Roma

Ma non quella raffigurata nelle stampe di Jakob Wilhelm Mechau o rappresentata negli acquerelli di Ettore Roesler Franz. Al suo posto la Roma dell’urbanizzazione degli anni 60-80 del XX secolo e simboli dell’industrializzazione ormai dismessi, come il Gazometro, il Ponte dell’Industria (Ponte di ferro), l’ex Mattatoio, i vecchi Mercati generali, di fronte ai quali c’è la centrale elettrica Montemartini, primo impianto di produzione elettrica a Roma dopo quello di Acquoria (Tivoli) e oggi sito museale capitolino.
E anche il rione Testaccio, un tempo “operaio” è cambiato, diventando uno dei centri principali dell’invisa movida romana, che ha snaturato luoghi storici e culturali all’insegna della sbandierata liberalizzazione del commercio.

Attività commerciali ai piedi di Monte Testaccio

Monte Testaccio ha un passato che va ben oltre il III secolo d.C., con storie che raccontano delle feste del carnevale, i ‘Ludus Testaccie’; l’apertura dei primi ‘grottini’, osterie ricavate scavando i cocci alla base del monte, diventati oggi locali alla moda.
Da lassù, durante la Repubblica Romana del 1849, le milizie guidate da Garibaldi sparavano sulle truppe francesi con una batteria di cannoni posta a difesa della città. Sempre sullo spiazzo in cima, i più anziani raccontano dell’antiaerea della Seconda Guerra Mondiale, la cui base circolare si vede ancora accanto alla croce in ferro posta sul Monte dei Cocci il 24 maggio del 1914.

Monte dei Cocci, croce

Una croce messa lì dagli abitanti del rione, che la portarono in processione per sostituire quella in legno bruciata anni prima da ignoti. Perché questo luogo fu anche il “Monte Calvario” di una ‘Via Crucis’ che tanti anni fa partiva dalla zona vicino al Teatro di Marcello, sotto il Campidoglio. Monte dei Cocci fu teatro di battaglie tra tra le formazioni gappiste e i soldati resistenti, con i nazi-fascisti dopo l’8 settembre 1943, ma anche testimone muto d’incontri fugaci di innamorati al sole del tramonto e set cinematografico per film come ‘Accattone’ (1961) di Pier Paolo Pasolini. Un luogo che, pur restando chiuso ai cittadini, sarà sempre il simbolo del Rione popolare di Testaccio.

Monte dei Cocci – Pier Paolo Pasolini sul sul set di Accattone (1961)-archivio storico Paolo di Paolo

Informazioni per l’accesso al sito: www. 060608.it

Maurizio Ceccaioni
Corrispondente da Roma
Newsfood.com

Leggi Anche
Scrivi un commento