Cassazione: non è licenziabile il lavoratore che risponde al capo “Chi ti credi di essere?”

Cassazione: non è licenziabile il lavoratore che risponde al capo “Chi ti credi di essere?”

Non si può licenziare il lavoratore che, nell’ambito di un litigio, dica al suo superiore “Chi cazzo ti credi di essere?”. 
La Cassazione ha convalidato la decisione con la quale la Corte d’appello di Napoli aveva detto ‘no’ al licenziamento di un ausiliario di una clinica privata, che si era rivolto così al
suo capo durante una discussione.
La Suprema corte – con la sentenza 6569 del 2009- ha dato per buono il verdetto dei magistrati napoletani, che ha giudicato una simile espressione “irriguardosa ma non minacciosa” e da
considerarsi come “effetto di una reazione emotiva ed istintiva del lavoratore ai rimproveri ricevuti” dal capo, escludendo che il fatto possa costituire vera e propria insubordinazione, tale da
meritare il licenziamento.
Contro questa decisione, la casa di cura ‘Alma mater’ di Napoli ha protestato in Cassazione, sostenendo che Saverio M. doveva essere licenziato per il suo comportamento. Per due giorni
consecutivi il lavoratore, incaricato di portare con un carrello le stoviglie per il vitto dei pazienti, ospitati in diversi piani, aveva rotto tutti i piatti e i bicchieri, perché
pretendeva di portare il vasellame in un solo giro, e il terzo giorno aveva fatto sbattere il carrello contro le bombole d’ ossigeno. L’amministratore delegato, Fabrizio C., lo aveva rimproverato
e Saverio gli aveva risposto per le rime. In Cassazione, la clinica ha sostenuto che ciascuno di questi tre episodi, compreso quello culminato con la frase incriminata, poteva giustificare il
licenziamento. Ma la Suprema corte ha detto ‘no’, ritenendo che nessun episodio, considerato a sé stante, poteva giustificare la perdita del posto

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