Risiko dell’olio, il presidente di Redoro: «Carapelli torni italiana e riparta dall’extravergine italiano»
27 Agosto 2026
La possibile cessione di Deoleo riapre la partita per il controllo di alcuni dei marchi storici più conosciuti dell’olio d’oliva. Interpellato sul tema, il presidente di Redoro Frantoi Veneti invita imprese e istituzioni italiane a fare squadra: «Non è sovranismo, ma politica industriale».
La possibile vendita di Deoleo, multinazionale proprietaria di marchi storici come Carapelli, Bertolli e Sasso, riaccende il confronto sul futuro industriale dell’olio d’oliva e sulla capacità dell’Italia di difendere nomi che continuano a essere associati, in tutto il mondo, alla tradizione agroalimentare del nostro Paese.
Secondo quanto riportato da ItaliaOggi, dopo il ritiro di BF sarebbero rimasti in campo due principali pretendenti: la cooperativa spagnola Dcoop, con un’offerta di circa 470 milioni di euro, e il gruppo italiano Coricelli, che avrebbe rilanciato fino a 500 milioni attraverso la holding spagnola Farmers Elite Global.
Una contesa che non riguarda soltanto le cifre. In gioco ci sono marchi dalla grande notorietà internazionale, reti distributive consolidate e il controllo di una parte rilevante del mercato mondiale dell’olio d’oliva. Soprattutto, si confrontano due differenti capacità di considerare il comparto olivicolo come un settore strategico.
La Spagna difende la propria filiera
Il governo spagnolo e le istituzioni dell’Andalusia si sarebbero mobilitati per sostenere Dcoop e mantenere in Spagna il controllo di Deoleo. La società viene infatti considerata una componente importante della filiera nazionale, nella quale produzione agricola, cooperazione, industria e distribuzione riescono spesso a muoversi in maniera coordinata.
La posizione italiana sarebbe stata finora più prudente. Le istituzioni avrebbero invitato gli operatori della filiera a trovare un accordo e a costruire un fronte comune, senza tuttavia assumere un ruolo diretto nella partita.
La differenza è significativa. La Spagna è il maggiore produttore mondiale di olio d’oliva e ha costruito nel tempo un sistema capace di unire grandi volumi produttivi, organizzazione industriale e presenza sui mercati internazionali. L’Italia può invece contare su una straordinaria varietà di territori, cultivar e produzioni di qualità, ma continua a scontare una filiera più frammentata e una produzione insufficiente rispetto alle necessità del consumo interno e dell’esportazione.
Il caso simbolico di Carapelli Firenze
Al centro della vicenda c’è soprattutto Carapelli, marchio nato a Firenze e ancora oggi immediatamente associato alla Toscana e all’Italia. Il nome continua a evocare nel mondo gli oliveti italiani e la cultura alimentare mediterranea, nonostante da anni appartenga a un gruppo controllato da capitali stranieri.
Già quindici anni fa un articolo di ItaliaOggi aveva evidenziato quanto sarebbe stato importante mantenere Carapelli sotto il controllo italiano, prima della sua cessione agli spagnoli per 127 milioni di euro. Quella riflessione ritorna oggi di attualità, davanti alla possibilità che un gruppo italiano possa partecipare al riassetto di Deoleo.
Riportare Carapelli in mani italiane avrebbe un forte significato industriale e simbolico. Il valore dell’operazione, tuttavia, non potrebbe esaurirsi nel cambio di proprietà o nel recupero di un marchio storico: dovrebbe essere accompagnato da un progetto concreto per rafforzare la produzione olivicola nazionale.
Il presidente di Redoro: «Fare squadra, senza chiusure»

Interpellato sul tema, Daniele Salvagno, presidente di Redoro Frantoi Veneti, sottolinea come il possibile ritorno di Carapelli sotto un controllo italiano non debba essere interpretato come una contrapposizione tra Paesi o come una forma di chiusura economica.
«Oggi non si tratta di dividere la filiera, alzare bandiere o assumere posizioni sovraniste. Occorre invece fare squadra con tutti i possibili partner, italiani ed europei, purché vi sia un obiettivo industriale chiaro: riportare Carapelli Firenze, uno dei marchi che maggiormente rappresentano nel mondo l’immagine della Toscana e dell’Italia, sotto un controllo italiano».
L’acquisizione, secondo il presidente di Redoro, avrebbe però pienamente senso soltanto se segnasse anche il recupero di un legame più forte tra il marchio e la produzione nazionale.
«Non basta riacquistare un nome prestigioso e applicare idealmente il tricolore sull’etichetta. Bisogna creare le condizioni perché all’interno di quelle bottiglie possa esserci sempre più olio extravergine di oliva italiano, ottenuto da olive coltivate e frante nel nostro Paese».
Non basta recuperare il marchio
La questione sollevata va oltre la singola operazione societaria. L’Italia possiede alcuni dei marchi agroalimentari più conosciuti al mondo, ma negli anni ne ha ceduti numerosi a gruppi stranieri, continuando spesso a fornire loro un patrimonio immateriale fatto di storia, territori e reputazione.
Nel settore oleario questa contraddizione appare particolarmente evidente. Un marchio può continuare a evocare Firenze, la Toscana o l’Italia anche quando la proprietà, l’organizzazione industriale e una parte consistente della materia prima provengono dall’estero.
Recuperare Carapelli rappresenterebbe quindi un passaggio importante, ma non sufficiente. Il vero obiettivo dovrebbe essere quello di ricostruire una relazione riconoscibile e trasparente tra proprietà italiana, marchio italiano e olio extravergine italiano.
Per raggiungerlo servirebbe innanzitutto aumentare la produzione nazionale. Ciò significa investire nella cura e nel recupero degli oliveti, sostenere i produttori, favorire nuovi impianti, modernizzare i frantoi e costruire accordi di filiera capaci di garantire quantità, qualità e una remunerazione adeguata agli agricoltori.
Una questione di politica industriale
L’eventuale acquisizione italiana di Carapelli non dovrebbe dunque essere letta come una rivendicazione puramente identitaria. Si tratta piuttosto di comprendere se l’Italia voglia ancora esercitare un ruolo industriale in un comparto che rappresenta una parte essenziale della sua reputazione agroalimentare.
«Negli anni troppe risorse sono state distribuite attraverso interventi frammentati e contributi a fondo perduto, senza costruire una strategia organica per l’olivicoltura. Dobbiamo investire negli oliveti, sostenere i produttori e promuovere accordi di filiera di lungo periodo», osserva Salvagno.
La conclusione è netta: «Riportare uno dei più noti marchi italiani sotto un controllo nazionale non è sovranismo economico: è politica industriale, tutela del lavoro e valorizzazione della nostra produzione agricola. Carapelli deve ricominciare dall’olio extravergine di oliva italiano».
La partita per Deoleo si giocherà inevitabilmente sul terreno finanziario, ma il suo significato supera il valore delle offerte presentate. Dietro il risiko societario si intravede una domanda più ampia: se l’Italia intenda limitarsi a prestare la propria immagine ai grandi marchi dell’olio oppure tornare a costruire intorno a essi una filiera nazionale più forte, organizzata e capace di competere.
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