Beaujolais Nouveau e Vino Novello: due fratelli divisi da un confine (mentale e doganale)

Beaujolais Nouveau e Vino Novello: due fratelli divisi da un confine (mentale e doganale)

By MM

Due vini, due filosofie

C’è un terzo giovedì di novembre che, in Francia, sa di festa, bistrot e risate. È il giorno in cui “Le Beaujolais Nouveau est arrivé!” riecheggia dalle cantine alle piazze, accompagnato da fiumi di vino giovane e di entusiasmo.

In Italia, invece, la stessa data passa quasi inosservata: qualche supermercato espone un modesto “vino novello”, privo di fanfare, come un parente timido che arriva tardi a un pranzo di famiglia e si siede in fondo al tavolo. Eppure, tra il Beaujolais Nouveau e il nostro Vino Novello, la distanza è più di tono che di sostanza.

Il Beaujolais Nouveau, figlio del vitigno Gamay e della tradizione francese, nasce da un rito collettivo. La fermentazione è brevissima, la macerazione carbonica rapidissima e l’imbottigliamento immediato. È un vino che non si prende troppo sul serio, e proprio per questo diventa un simbolo: giovane, fruttato, da bere insieme, senza analisi né pretesti.

Il Vino Novello italiano, invece, è regolamentato dal D.M. del 6 ottobre 1989. Almeno il 40% deve provenire da macerazione carbonica, mentre il resto può essere vinificato con metodi tradizionali. Può essere commercializzato dal 30 ottobre fino al 31 dicembre dell’annata. In teoria, è l’equivalente del fratello francese; in pratica, è rimasto orfano di entusiasmo.

Il Novello, nella maggior parte dei casi, è un vino onesto, piacevole, a basso tenore alcolico, perfetto per accompagnare i piatti d’autunno: caldarroste, salumi, formaggi. Tuttavia, gli è sempre mancato ciò che ai francesi non difetta mai: la capacità di trasformare una consuetudine enologica in un mito collettivo.

Il Beaujolais è diventato evento; il Novello è rimasto prodotto.

Il peso del marketing e della cultura

In Francia, ogni terzo giovedì di novembre diventa una liturgia laica. Aerei carichi di bottiglie decollano di notte, le vetrine si addobbano, i bistrot organizzano serate a tema. Il vino giovane diventa protagonista e si celebra il piacere della leggerezza.

In Italia, al contrario, la cultura del vino si fonda sull’età, sul territorio e sulla complessità. Un vino che “non invecchia” e “va bevuto subito” appare, per molti intenditori nostrani, come un difetto strutturale. Tuttavia, proprio questa immediatezza potrebbe essere la sua forza: il Vino Novello non ha la pretesa della profondità, ma possiede il dono, oggi raro, della convivialità.

Infatti, se il Beaujolais Nouveau incarna la gioia dell’attimo, il Novello potrebbe rappresentare l’autenticità del momento condiviso. Ciò che in Francia è rito collettivo, in Italia è rimasto occasione privata.

Un auspicio: il ritorno del vino semplice

Forse, tra tante discussioni su terroir, barrique e decanter, abbiamo dimenticato il valore di un bicchiere bevuto con allegria, senza analisi sensoriali né sottintesi culturali. Il Beaujolais Nouveau, con la sua spavalderia da vino popolare e la sua felicità contagiosa, ricorda che il vino nasce per essere condiviso, non per essere collezionato.

Di conseguenza, sarebbe bello se anche in Italia tornasse la festa del vino semplice e giovane. Non come imitazione francese, ma come riscoperta di un’idea antica: il vino come rito comunitario, come simbolo dell’anno che ricomincia, come piccolo lusso accessibile a tutti.

Un vino democratico, che costi poco, non pretenda troppo e restituisca — almeno per una sera — la sensazione di una tavola rumorosa e allegra, dove conta solo il brindisi.

Se il Beaujolais Nouveau è riuscito a farlo a Parigi, forse un giorno anche il nostro Novello potrà farlo a Milano, a Torino o a Bologna. Magari non ci sarà la scritta luminosa “è arrivato!”, ma ci sarà qualcosa di più importante: la voglia di stare insieme.

Postilla (un po’ polemica ma doverosa)

Non è una questione di disciplinari, ma di spirito. Il Vino Novello aspetta solo di essere raccontato meglio: meno tabelle enologiche e più umanità. Come accadde in Francia negli anni Cinquanta, basterebbe un pizzico di marketing, qualche osteria complice e una notte di novembre in cui brindare tutti insieme, senza pensare ai tannini.

Il giorno in cui l’Italia si concederà questo lusso di leggerezza, allora sì, potremo dire anche noi — con un sorriso — il novello è arrivato.

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