Barbera di Groenlandia, Banane del Piemonte e Champagne di Scozia

Barbera di Groenlandia, Banane del Piemonte e Champagne di Scozia

addio al chiantiSe pensate che gli accordi che si sono presi qualche tempo fa da parte dei maggiori Paesi sulle limitazioni delle emissioni dei gas serra siaNO un qualcosa che non vi tocca così tanto vicino forse vi state sbagliando.

Già perché secondo gli studi più recenti condotti da parte di un equipe di scienziati dell’Onu, le modificazioni del clima avranno dirette conseguenze sull’alimentazione umana. Infatti, a causa del progressivo innalzamento della temperatura da qui al 2050, molte specie di animali e di piante di cui noi, esseri umani facitori del nostro destino, ci cibiamo, potrebbero se non scomparire, divenire molto ma molto più rare.

Qualche esempio. Come si può leggere nel pezzo di Maurizio Ricci “Il cibo del futuro” apparso su La Repubblica, l’innalzamento delle temperature provocherà croniche siccità nelle regioni meridionali, che diverranno sempre più aride. Visto che proprio da queste regioni meridionali arriva la maggior parte della frutta e verdura che globalmente si consumano, facilmente si può capire del serio rischio di cui stiamo parlando.

Gli esperti, dato che appare improbabile che i Paesi del mondo compiano una netta sterzata sui combustili e sugli scarichi di gas serra nel breve periodo (ammesso e non concesso che anche una sterzata nettissima possa, in qualche misura, cambiare la situazione), stanno già studiando menù alternativi per ovviare alle eventuali crisi di cibo. Allora, come scrive lo stesso Ricci, si prevede per il prossimo futuro “una simpatica cenetta con antipasto di scarabei fritti, labburger (ovvero carne sintetica prodotta in laboratorio) con patate e tiramisù realizzate in casa con la stampate 3D, il tutto rallegrato da un rosatello frizzante Lapponia doc”.

ragni frittiSe state pensando di assistere ad una sorta di edizione horror di Masterchef state esagerando, ma le possibilità che per ovviare, ad esempio, alla mancanza di carne di vitello (infatti il mangime, prodotto con elementi vegetali provenienti da zone a rischio, sarà conseguibile solo a caro prezzo), si dovrà necessariamente ovviare andando ad alimentarsi in altri modi, come, già citati, gli scarabei che, al contrario dei “colleghi” di altre dimensioni e di altre specie, non soffriranno l’aumento della temperatura, anzi.

Un altro serissimo rischio, che avremo se ci auto-condanneremo ad un’interrotta grande estate-autunno senza fine, sarà quello della proliferazione, nell’ordine di miliardi di esemplari di mosche e zanzare. Con temperature più torride infatti, senza il gelo dell’inferno, le uova che covano nel terreno non moriranno in grande misura come fino ad oggi sta avvenendo, bensì si schiuderanno e già a marzo saremo invasi da sciami volanti di mosche e zanzare tali da oscurarci la vista.

Non consideriamo poi come le modificazioni del clima porteranno specie già delicate come salmoni, cozze o anche prugne ad essere molto ma molto rare. Se la “profezia” dovesse avverarsi, al posto della California avremmo un immenso deserto, senza soluzione di continuità, e al posto delle sue famose prugne o degli ottimi vini, soltanto sabbia e vento secco. Ad una Toscana con un profilo simile al Deserto dei Gobi non vogliamo neppure pensarci, come sappiamo che coltivare sulle Alpi il Greve o il Castellina non sarà la stessa cosa. Infatti per un buon vino non basta la temperatura: serve anche e soprattutto la terra.

Ecco allora come, per poter brindare ancora una volta con un bicchiere di Chianti e la più classica e succulenta delle Fiorentine, dovremo imparare ad essere meno inquinanti e invasivi su questa Terra.

Mattia Nesto
Newsfood.com

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