Arriva su Facebook il Couscous Clan

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E’ di oggi la notizia che la giunta comunale di Lucca, aggiornando una delibera del 2000, ha vietato nel centro storico “l’attivazione di esercizi di somministrazione, la
cui attività sia riconducibile ad etnie diverse”.

Com’era prevedibile, la nuova norma ha generato forti polemiche tra coloro che dicono di voler solo salvaguardare la tipicità del territorio e quelli che gridano alla
discriminazione.

Per capire un po’ di più sul valore del cibo e sull’importanza della gastronomia a livello interculturale, forse può essere utile (e interessante) andare a
curiosare su Facebook, dov’è nato il gruppo Couscous Clan.

Il gruppo è opera del celebre Chef Kumalé (nella vita Vittorio Castellani) che, da giornalista, gastronomo ed esperto di culture culinarie internazionali, spiega che il
cibo è fatto per unire i popoli, non per dividerli.

“Nel prendere le distanze da questi comportamenti e provvedimenti aberranti – scrive Castellani – vorrei sottolineare che:

“Il cibo è intriso di significati simbolici ed ha un valore sacrale in molte culture. Rifiutare i cibi degli “altri”, significa rifiutare le altre culture

Nutrirsi del cibo altrui significa introiettare un po’ del mondo degli altri, tentare di capirlo, di comprenderlo per riuscire magari un giorno ad apprezzarlo. A volte a diventarne
ghiotti! A volte capita…

Il settore della ristorazione straniera rappresenta per quanti scelgono la strada dell’imprenditoria, uno degli sbocchi occupazionali più importanti per le comunità
migranti, al fine d’integrarsi nel sistema sociale e produttivo; rappresenta una valida alternativa all’assistenzialismo, al lavoro nero e altre attività marginali

Oggi nei ristoranti italiani lavorano moltissimi immigrati, spesso sono gli unici disposti a farsi sfruttare lavorando in orari festivi e notturni a condizioni impietose

La salvaguardia delle diverse tradizioni alimentari rappresenta una fondamentale forma di conservazione della propria identità culturale, così come è stato per gli
italiani quando emigravano in Australia, in Belgio o negli States

Se è vero che il cibo è cultura, e lo è, i diversi patrimoni gastronomici rappresentano un fondamentale veicolo di conoscenza, scambio e possibile integrazione tra
le culture

Nelle società avanzate e più civilizzate la presenza di molte culture gastronomiche non rappresenta una minaccia ma una ricchezza

Il futuro, che è già iniziato, sarà caratterizzato sempre più da due linee di tendenza: la conservazione delle proprie radici e prodotti tipici, da un lato,
la scoperta di nuove culture, piatti e prodotti dall’altra. Le due cose possono tranquillamente convivere.

Il protezionismo e la xenofobia non sono la cura dei mali della globalizzazione

Il cibo “etnico” (definizione priva di senso) non rappresenta un’alternativa o il rinnegamento delle nostre tradizioni, ma un aspetto integrante e di apertura verso le nuove culture. Il
problema non è “Polenta sì, Couscous no!”, ma piuttosto “Polenta un giorno, couscous un altro!”

La storia dell’umanità come quella della gastronomia è fatta di incontri e di scambi. Non esiste un piatto sulla faccia della terra che non sia frutto della sintesi e
della rielaborazione di tecniche, prodotti e gusti di culture diverse che si sono incontrate e miscelate armonicamente nel corso del tempo.

 

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