Anziani: come è difficile vivere nelle aree rurali

L’Associazione pensionati della Cia presenta alla decima Festa nazionale in Calabria un “dossier” sulle politiche socio-sanitarie, i maggiori problemi si riscontrano nelle regioni meridionali,
chiesti interventi mirati, soprattutto per i non autosufficienti.

Per gli anziani, e soprattutto per i non autosufficienti, vivere nelle zone rurali è sempre più difficile. In tale aree nella sanità per ogni cittadino si spende meno di
quattro euro al giorno. E così i servizi sanitari e assistenziali sono assai carenti. Le liste d’attesa si allungano a dismisura. Le strutture di alta specialità sono praticamente
assenti. L’assistenza domiciliare è ai livelli minimi. Aspetti questi che si riscontrano in particolar modo nelle regioni meridionali. La denuncia è venuta dall’Associazione dei
pensionati della Cia-Confederazione italiana agricoltori nel corso della decima Festa nazionale in Calabria, dove ha presentato un apposito “dossier” sulle politiche socio-sanitarie.

La spesa sanitaria pro-capite annua a livello nazionale -è stato evidenziato- è di 1.621 euro. Le regioni con la spesa maggiore sono: la provincia di Bolzano che arriva a 2.076
euro, la Valle d’Aosta (1.857 euro), il Molise (1.854 euro), la Liguria (1.833 euro) e il Lazio (1.816 euro). Le regioni che hanno il più basso livello della spesa pro-capite sono,
invece, la Puglia (1.432 euro), la Basilicata (1.477 euro), la Calabria (1.404 euro). Questo evidenzia che il problema sanitario è più sentito nel Sud e si avverte maggiormente
nelle zone rurali. E sono proprio gli anziani a pagarne le conseguenze negative. Da qui l’invito dei pensionati Cia a garantire i livelli essenziali di assistenza sanitaria a tutti i cittadini
e su tutto il territorio nazionale. Servono -è stato rilevato- politiche sanitarie mirate che permettano di rimuovere gli ostacoli esistenti e di rispondere alle esigenze della gente.
Nel documento dell’Associazione pensionati Cia si evidenzia che il sistema nazionale sanitario italiano si mantiene, secondo la valutazione dell’Oms, tra le migliori posizioni rispetto agli
altri Paesi per sostenibilità finanziaria e servizi erogati. Quindi, non c’è un problema di spesa sanitaria, ma -è stato affermato- è il doppio livello di governo
nella determinazione degli interventi sanitari ad accrescere i problemi. Infatti, mentre il finanziamento del sistema è deciso dal governo centrale (anche se contrattato con le Regioni),
sono le Regioni che gestiscono l’offerta dei servizi. Tutto ciò rischia di rendere meno trasparente le responsabilità politiche ai diversi livelli di governo, nonché di
generare un gravoso contenzioso tra Regioni e Stato centrale.
Il risultato -avverte l’Associazione pensionati Cia- è che spesso si assiste ad un conflitto tra le Regioni, che lamentano come il governo sottofinanzi la sanità, e il governo il
quale ritiene che le Regioni non utilizzino al meglio le risorse. Sul versante, dunque, del doppio livello istituzionale, riconosciuto che gli assetti attualmente esistenti non contribuiscono
ad una efficace ed efficiente governance del sistema sanitario, occorre un maggiore coordinamento istituzionale ed un recupero centrale di controllo complessivo del sistema per meglio
razionalizzare la spesa.

Secondo il “dossier”, devono essere realizzate politiche di forte integrazione tra servizi sanitari e servizi di carattere sociale, inaugurare una nuova stagione della prevenzione per
conoscere, controllare e ridurre i fattori di rischio. La politica socio-sanitaria deve maggiormente essere orientata alla presa in carico della persona in special modo i non autosufficienti, e
garantire la continuità dell’assistenza. In una parola, la medicina delle cure primarie con il rovesciamento della piramide ospedale-territorio attraverso un’azione in rete in grado di
avvicinare i servizi al cittadino.

Il servizio sanitario nelle Regioni del Sud vive, purtroppo, una condizione di forte disagio. I servizi -si sottolinea nel documento- sono carenti e mancano soprattutto le strutture di alta
specialità. La spesa sanitaria, sia quella direttamente erogata dal Servizio sanitario nazionale che quella fornita in regime convenzionato, evidenzia la disparità di trattamento
tra Regioni del Centro Nord e quelle del Sud. Ciò comporta per i cittadini la necessità di spostamenti continui in altre Regioni. I dati sulla mobilità sanitaria sono a dir
poco preoccupanti. E questo non solo sul versante dello storno delle risorse a quelle Regioni dalle quali proviene la mobilità, ma soprattutto per quei innumerevoli disagi, sociali ed
economici, che i cittadini “migratori” sono obbligati a subire. E tra questi soprattutto gli anziani.
Va, quindi, assunta, secondo i pensionati Cia, la questione del Meridione come priorità nella riorganizzazione del sistema sanitario. E all’interno di ciò va inserito proprio il
recupero dei servizi nelle aree interne e decentrate.

Nelle regioni del Sud l’evoluzione dei servizi sanitari -ha ricordato l’Associazione pensionati Cia- ha visto una concentrazione di interventi nella costruzione di strumenti di eccellenza nelle
grandi città, trascurando l’articolazione dei servizi nelle aree a densità minore di popolazione. Si riscontrano così in molte zone interne, ed in molti comuni di piccolo
medie dimensioni, l’assenza di ogni struttura del servizio sanitario. E’ presente il medico di base, in molti casi con un elevato numero di pazienti, ma con una forte scarsità degli
altri servizi essenziali, come il pronto soccorso.
Nel campo dell’assistenza domiciliare -specialmente per i non autosufficienti- le Regioni meridionali sono a livelli minimi. E se si esaminano le singole realtà locali, si riscontra che
sono completamente assenti nelle aree, dove vi sarebbe più bisogno, cioè quelle lontane dai servizi ospedalieri.
Per quanto riguarda, invece, le lunghe liste di attesa, l’Associazione pensionati della Cia ha ribadito che perché si possa ritenere effettivamente garantito il livello di assistenza,
non basta che una prestazione sia erogata, occorre anche che sia tempestiva in rapporto al bisogno della persona. Oggi su questo versante la situazione nelle zone rurali è estremamente
precaria. Per una visita specialistica occorrono anche sei-sette mesi. Molti sono così costretti a “migrare” in altre Regioni. Ecco perché bisogna intervenire e al più
presto.

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