La Cina alla caccia del DNA del Made in Italy
28 Febbraio 2010
Il made in Italy alimentare è al centro di una partita di caccia, i cui partecipanti provengono dalla Cina ed i cui effetti sull’economia sarebbero devastanti.
Il capo-caccia è il Beijing genomic institute (Bgi), dotato di risorse come una disponibilità finanziaria di 100 milioni di dollari e 130 sequenziatori di DNA di ultima
generazione.
La preda sono le eccellenze della tavola, che gli scienziati orientali vogliono catturare (geneticamente) per poi riprodurre.
I primi bersagli saranno i vegetali e derivati, come vino ed olio d’oliva.
Come spiegano gli esperti del settore, l’operazione si potrebbe articolare in sole tre mosse.
Primo: prendere possesso dei segreti della vita del prodotto in questione. Secondo: individuare un microclima ideale per la coltivazione. Terzo: utilizzo delle tecniche di produzione italiane,
anche loro copiate.
Il risultato (potenziale)? Un made in China talmente simile al made in Italy da essere indistinguibile, però con il vantaggio della produzione di massa.
Va anche notato come gli scienziati cinesi non siano neofiti del settore: nel 2002, i cacciatori di genoma hanno catturato il DNA del riso e nel 2009.
Quindi meglio prepararsi al pericolo, come sostiene Federico Vecchioni, presidente di Confagricoltura.
Come spiega Vecchioni, in primis a rischio sono le “Produzioni tipiche italiane che potranno essere duplicate da uno dei colossi economici del mondo. Dal genoma del pomodoro, annunciato per i
primi mesi di quest’anno, al pomodoro San Marzano o a quello di Pachino il passo è breve e la procedura quasi identica”.
Giuseppe Politi, presidente Cia, prova a definire le dimensioni del problema.
Secondo Politi, i bersagli interessanti per il Bgi sono molti: “In Italia si realizza più del 21% dei prodotti a denominazione d’origine registrati a livello comunitario. A questi vanno
aggiunti gli oltre 400 vini a denominazione protetta e gli oltre 4 mila prodotti tradizionali censiti dalle Regioni e inseriti nell’Albo nazionale”; tale lista fattura al consumo 8851 miliardi
con un export di 1844. Tali produzioni, però, non sono tutelate: “A livello mondiale, però, ancora non esiste una vera difesa delle nostre denominazioni d’origine che comprendono
formaggi, oli d’oliva, salumi, prosciutti e ortofrutticoli”.
Allora, ipotizza Politi, il bottino della caccia cinese si aggirerebbe intorno alle decine di miliardi di Euro, con perdite proporzionali per l’economia legale della Penisola.
Non tutti però, vedono la ricerca dei genomi come un qualcosa di per sé negativo.
Ad esempio, afferma la Coldiretti: “La mappatura del genoma rappresenta una grande opportunità, se sarà utilizzata per valorizzare le identità territoriali dei vitigni e
per proteggerle dai tentativi di clonazione e modificazione genetica che favoriscono l’omologazione e la delocalizzazione. I risultati della ricerca dovranno dare un importante contributo alla
salvaguardia del legame con il territorio e delle specificità locali per difenderle dal rischio di contaminazioni da OGM, ma anche sostenere una lotta più incisiva nei confronti
delle frodi e sofisticazioni”.
La Coldiretti propone così, ad esempio, di creare una banca del DNA per tutti i 355 vitigni autoctoni che danno all’Italia il record mondiale della biodiversità.
Matteo Clerici
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