CIA: Prezzi e alimentazione, i rincari spingono il 60% delle famiglie a cambiare menù
19 Settembre 2008
La Cia presenta alla quarta Festa nazionale di Genova i risultati di una ricerca sulle abitudini degli italiani a tavola. Gli acquisti, nei primi sette mesi del 2008, sono scesi del
4%, ma la spesa alimentare (in media 482 euro mensili), in termini monetari, cresce del 2,5%. Nelle regioni meridionali i nuclei familiari che hanno dato un colpo di forbice ai consumi
superano anche il 50 per cento. Crescono gli acquisti negli hard-discount. E’ crollo per il pane, la frutta, gli ortaggi e la carne bovina.
I rincari cambiano i piatti in tavola per le famiglie italiane: il 60 per cento ha modificato il menù; il 35 per cento ha limitato gli acquisti; il 34 per cento ha optato per
prodotti di qualità inferiore. Il calo dei consumi, in quantità, è stato pari al 4 per cento, con una punta del 4,3 per cento nel Sud. Nonostante questa tendenza
alla riduzione, la spesa alimentare mensile (482 euro), in termini monetari, è cresciuta del 2,5 per cento. Sono questi alcuni elementi di una ricerca della Cia-Confederazione
italiana agricoltori elaborata sulla base di rilevazioni territoriali delle sue strutture e dei dati Istat e Ismea. L’indagine è relativa ai primi sette mesi del 2008 e le
variazioni si riferiscono all’andamento dei consumi registrato nel 2007.
Occasione per la presentazione del “dossier” è stata la quarta Festa nazionale dell’agricoltura in svolgimento a Genova, presso l’Area del “Porto
Antico”.
Per quanto riguarda le aree geografiche, al Nord la spesa alimentare mensile è di 458 euro (più 1,9 per cento nei confronti del 2007), al Centro è di 496 euro
(più 2,4 per cento) e al Sud è di 492 euro (più 2,8 per cento).
I consumi alimentari, sempre nei primi sette mesi del 2008, sono scesi del 3,6 per cento nelle regioni del Nord, del 4,1 per cento in quelle centrali e, appunto, del 4,3 per cento nel
Mezzogiorno.
Nel contesto dei “tagli” alimentari, si riscontra che il 40,2 per cento delle famiglie italiane ha ridotto gli acquisti di frutta e verdura, il 36 per cento quelli di pane e
il 39,5 per cento quelli di carne bovina.
Nella ripartizione geografica, notiamo che al Nord il 32 per cento delle famiglie ha limitato gli acquisti (il 39 per cento ha ridotto le “voci” pane e pesce). Al Centro la
percentuale di chi ha dato un colpo di forbice ai consumi sale al 36 per cento (il 37 per cento ha ridotto il pane, il 48 per cento il pesce, il 43 per cento la carne bovina); mentre
nelle regioni meridionali si arriva al 50 per cento (il 38 per cento ha ridotto il pane e il 56 per cento la carne bovina).
Per quanto concerne la scelta di prodotti di qualità inferiore, l’orientamento delle famiglie, a livello nazionale, ha riguardato il pane per il 40,2 percento, la carne
bovina per il 46,2 per cento, la frutta per il 44,5 per cento, gli ortaggi per il 39,7 per cento, i salumi per il 32,5 per cento.
Nei primi sette mesi del 2008, la spesa alimentare ha rappresentato in media, il 18,8 per cento di quella totale. In questo periodo è aumentata la percentuale di famiglie che ha
acquistato prodotti agroalimentari presso gli hard-discount (dal 9,7 del 2007 al 10,2 per cento). Comunque, gli iper e i supermercati restano i punti vendita dove si ha la maggiore
concentrazione degli acquisti da parte degli italiani con il 68,2 per cento (specialmente nel Centro-Nord con il 73 per cento). A seguire il negozio tradizionale (64,9 per cento), in
particolare nel Sud (77,1 per cento). Da rilevare che per la spesa nei mercati rionali ha optato il 21 per cento delle famiglie residenti nel Centro-Nord e il 31,7 per cento quelle
delle regioni meridionali.
La percentuale della spesa destinata all’alimentazione varia, tuttavia, tra le classi sociali e per condizione di lavoro. Gli imprenditori e i liberi professionisti –come si
rileva anche dall’ultima indagine Istat- spendono per imbandire le loro tavole il 14,5 per cento della spesa totale, i lavoratori autonomi il 18,2 per cento, i dirigenti e gli
impiegati il 16,1 per cento, gli operai il 19,9 per cento; mentre per i pensionati la percentuale è del 21 per cento.
Dalla ricerca risulta che nelle regioni del Mezzogiorno alla spesa alimentare è destinata più di un quinto di quella totale. Percentuale che scende sia al Centro che al
Nord. Più nel dettaglio, si riscontra che Campania e Calabria guidano la classifica della spesa per acquisti di prodotti agroalimentari (25,9 per cento del totale). Seguono
Sicilia (25,3 per cento), Puglia (23,8 per cento), Basilicata (22,8 per cento). Al Centro si va dal 20 per cento del Lazio al 17,6 per cento della Toscana. Al Nord le percentuali sono
molto più basse: dal 17,2 per cento del Piemonte al 15 per cento del Veneto.
La percentuale del 18,8 per cento della spesa alimentare su quella complessiva è così ripartita: 3,2 per cento pane e cereali, 4,3 per cento carne, 1,7 per cento pesce,
2,5 per cento latte, formaggi e uova, 0,7 per cento oli e grassi, 3,4 per cento frutta, ortaggi e patate, 1,3 per cento zucchero, caffé e altri, 1,7 per cento bevande.
Dai dati emersi dalla ricerca e in base alle tendenze oggi in atto, le previsioni per la spesa alimentare nel corso del 2008 evidenziano –secondo le prime stime della Cia- un calo
dei consumi pari al 3,8 per cento. Flessioni più marcate per la frutta (meno 3,9 per cento), per la carne bovina (meno 3,1 per cento), per il pane (meno 2,4 per cento), per il
vino e lo spumante (meno 2,1 per cento), per l’olio d’oliva (meno 1,9 per cento), per gli ortaggi e le patate (meno 1,8 per cento), per la carne suina e i salumi (meno 1,6
per cento). Dovrebbero, invece, risultare in crescita prodotti come la pasta (più 1,3 per cento), nonostante la forte lievitazione dei prezzi fin adesso registrata, la carne
avicola (più 5,7 per cento), il latte e i suoi derivati (più 0,8 per cento).





