Verona: Piero Gazzola (1908 – 1979) una strategia per i beni architettonici nel secondo novecento

 

Il 28 e 29 novembre, alla Gran Guardia, oltre quaranta tra i maggiori studiosi ed esperti italiani di restauro e conservazione dei beni monumentali percorreranno la vicenda di Piero
Gazzola in un convegno dal titolo Piero Gazzola una strategia per i beni architettonici nel secondo novecento. Conoscenza, tutela e valorizzazione nel contesto italiano e
internazionale. Il convegno è promosso dalla Regione del Veneto – che ha istituito il Comitato Regionale per le Celebrazioni del Centenario della nascita di Piero Gazzola
(1908-1979) – e dal Comune di Verona, Assessorato alla Cultura, Direzione Musei d’Arte e Monumenti.

Chi fu Piero Gazzola e perché si è sentita la necessità di dedicargli a cent’anni dalla nascita un convegno di queste dimensioni e di così notevole spessore
scientifico?

«Forse ai non specialisti il nome di Piero Gazzola – afferma Paola Marini, presidente del Comitato e direttore dei Civici Musei d’Arte di Verona – non dirà molto. Ma
nessuno certo ignora il frutto del suo lavoro e delle sue idee, a cominciare, proprio a Verona, dalla ricostruzione – dov’erano e com’erano – del trecentesco Ponte Scaligero e del
romano Ponte della Pietra fatti saltare dai tedeschi in fuga alla fine della seconda guerra mondiale. Ma l’impresa che sicuramente resta nella mente e nell’immaginario di tutti è
il progetto d’innalzamento dei templi egiziani di Ramsete II e Nefertari ad Abu Simbel quando la diga di Assuan rischiava di sommergerli per sempre».

Gazzola, piacentino di nascita, è stato uno dei protagonisti assoluti delle politiche e degli interventi per la salvaguardia dei beni monumentali in Italia negli anni tra il 1935
– quando assunse il primo incarico pubblico a Milano, per spostarsi poi in Sicilia quindi a Verona – e il 1979, anno della scomparsa.

Con la ripresa delle assise internazionali all’indomani della guerra, il suo ruolo assunse una rilevanza davvero universale: prima fu uno dei membri più attivi
dell’Internationales Burgen Institut (IBI, attualmente congiunto a Europa Nostra) e fondatore nel 1964 dell’Istituto Italiano dei Castelli, diede vita all’ICCROM (International Centre
for the Study of the Preservation and Restoration of Cultural Property), fu consulente e infine capo missione dell’Unesco nel mondo. In questa veste fu responsabile di importanti
interventi in Polonia, Iraq, Cipro, Lussemburgo, Afganistan, Perù, Messico, Egitto e Sudan. Se oggi molti siti «patrimonio universale dell’umanità» continuano
a farsi ammirare, parte del merito va proprio a Piero Gazzola. Anche in Afganistan, dove si trovavano i due celebri Budda oggi distrutti dai talebani, Gazzola aveva elaborato un
progetto di protezione.

Gazzola ha svolto infatti un ruolo importante come esperto del Consiglio d’Europa e dell’UNESCO in materia di Monumenti Archeologia e Ambiente. È stato consigliere scientifico di
Europa Nostra e membro del Direttivo del World Monuments Fund di New York, ideatore e tra i fondatori dell’International Council on Monuments and Sites (ICOMOS), braccio operativo
dell’UNESCO nel campo del restauro. Lo stesso ICOMOS, in memoria del suo primo presidente, ha istituito nel 1979, l’anno della sua scomparsa il Gazzola Prize, con cadenza triennale,
citato come «l’equivalente del premio Nobel nella conservazione del Patrimonio».

Le sue idee e le sue soluzioni per la salvaguardia dei beni architettonici, verificate quotidianamente sul campo, vengono anche fatte circolare e portate a patrimonio comune in
importanti ambiti internazionali. Ad esempio, tra il 1952 e il 1955, fu promotore e organizzatore della Conferenza dell’Aja sulla protezione dei beni culturali in caso di guerra e con
lo scritto Proposte per una carta internazionale del restauro, elaborato con Roberto Pane, fu l’ispiratore della «Carta di Venezia» che, nel 1964, ha definito le linee
internazionalmente accettate per il restauro dei monumenti.
La sua attività portò alla creazione in una decina di paesi (dalla Spagna, alla Cambogia, al Messico) di scuole di specializzazione per il restauro, materia che lo vide
impegnato in qualità di docente nelle più importanti università del mondo.

Molti i «principi» da lui fissati, che connotarono non poco gli interventi di restauro in Italia dopo i danni della guerra. A cominciare dal principio della fedeltà
assoluta al manufatto da ricostruire, ottenuta ripercorrendo artigianalmente l’antico processo costruttivo. Per la replica dei due ponti veronesi, ad esempio, si recuperarono i
materiali storici ricorrendo anche alla tecnologia originaria e a trattamenti di superficie che restituissero ai ponti la patina del tempo. Ogni intervento era preceduto da un accurato
lavoro propedeutico di catalogazione, recupero e reimpiego delle sopravvivenze rimaste dal crollo. Ma difficilmente si poteva parlare, come nel caso dei monumenti lapidei antichi, di
semplice rimontaggio di elementi, ovvero di anastilosi. L’atto creativo (cioè la fase progettuale), quid irriproducibile nell’opera d’arte pena la sua contraffazione, rimane
così intatto.

Allo studioso dobbiamo anche per buona parte una ridefinizione sociale del concetto di «monumento». Temi costanti della sua riflessione teorica rimangono infatti la
responsabilità civile nella tutela del patrimonio storico-artistico, la funzione collettiva e didattica del monumento, la trasmissione dell’eredità del passato alle nuove
generazioni. Ne è chiara espressione il progetto per la sistemazione della Cittadella dei musei di Cagliari con un centro-studi polivalente dedicato alle arti e alla storia
sarda, ideato con l’architetto veronese Libero Cecchini che ne ha curato la realizzazione dalla fine degli anni Settanta.

Peculiarità del lungimirante pensiero di Gazzola è anche il radicale ripensamento in chiave urbanistica dell’intera azione di tutela delle soprintendenze, sin dai primi
anni Sessanta, quando comincia ad affermarsi il problema della salvaguardia dei centri storici. Su incarico del Consiglio d’Europa Gazzola è fra i primi a gettare le basi per
l’Inventario di protezione del Patrimonio Culturale Europeo (IPCE), primo catalogo unificato, già di fatto concepito per l’informatizzazione, volto a classificare i beni
archeologici, storici, artistici, etnologici, naturalistici.

Rimangono ancora inesplorati alcuni aspetti particolari della sua attività e l’ultima fase della sua vita professionale, i decenni tra anni Sessanta e Settanta, tutti aspetti su
cui il convegno veronese si propone di fare ulteriore luce.

 

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