SANITÀ, GUERRA E QUALITÀ DELLA VITA: È DAVVERO UNA SPESA COMPRIMIBILE?
3 Marzo 2026
INTERVISTA A Mauro Nobile, SEGRETARIO GENERALE DI FIALS Milano
In una testata che ha nella qualità della vita la propria bussola culturale, parlare di sanità non è una deviazione tematica ma una necessità.
Con i venti di una guerra che si preannuncia lunga e onerosa anche per l’Europa occidentale, è realistico prevedere nuove pressioni sui bilanci pubblici. Difesa, energia, sicurezza: tutto chiederà risorse. In questo scenario la tentazione di “razionalizzare” la spesa sanitaria può riemergere con forza.
La domanda, allora, è diretta: la sanità è comprimibile?
Ne parliamo con Mauro Nobile, segretario generale di FIALS Milano, sindacato tra i più presenti anche sul piano comunicativo e mediatico nel panorama sanitario lombardo, attivo nella tutela dei professionisti del comparto sanitario e nella difesa degli utenti del servizio pubblico.
Segretario Nobile, in uno scenario internazionale instabile, la sanità pubblica può essere oggetto di nuovi tagli?
«La sanità può essere compressa nei documenti contabili. Ma nella realtà ogni taglio produce effetti concreti: meno servizi, più attese, maggiore pressione sui pronto soccorso. L’Italia è già tra i Paesi europei che spendono meno in rapporto al PIL per la sanità pubblica. Non siamo in una situazione di eccesso. Ridurre ulteriormente significherebbe incidere direttamente sulla qualità della vita delle persone.»
Eppure il sistema continua a funzionare. Come si spiega questa tenuta?
«Si spiega con il sacrificio del personale. Non parliamo solo di infermieri, ma di tutto il comparto sanitario: tecnici, operatori sociosanitari, fisioterapisti, ostetriche, personale amministrativo, professionisti sanitari di ogni area. Prima, durante e dopo il Covid, hanno garantito turni straordinari, ferie rinviate, disponibilità costante. Il sistema si regge sulle persone, più che sui finanziamenti.»
Quali sono oggi i numeri che descrivono la condizione economica del comparto sanitario?
«I dati più recenti indicano che il 71% degli infermieri dichiara di arrivare a fatica a fine mese. La retribuzione media annua si aggira intorno ai 32.600 euro lordi, contro una media europea di circa 39.800. In termini netti, spesso si resta tra i 1.450 e i 1.750 euro mensili. In una città come Milano questo significa vivere con margini molto ridotti. E questo dato non riguarda solo una categoria isolata, ma fotografa una fragilità diffusa nel comparto.»

Regione Lombardia ha riconosciuto un intervento importante sui pronto soccorso. Come lo giudica?
«Sui pronto soccorso è stato fatto un passo concreto. L’indennità riconosciuta, con arretrati da giugno 2023 a febbraio 2026, può superare i 10.600 euro per alcune figure dell’area professionisti del ruolo sanitario, con incrementi mensili che arrivano fino a oltre 460 euro. È un intervento significativo, reso possibile anche grazie alla pressione di sindacati responsabili come FIALS, che hanno voluto con determinazione il rinnovo contrattuale e il riconoscimento economico per chi opera nell’emergenza-urgenza. I dettagli sono consultabili nel comunicato ufficiale che illustra cifre e modalità applicative:
https://www.comunicati-stampa.net/indennita-di-pronto-soccorso-in-lombardia-a-marzo-2026-arretrati-fino-a-oltre-10-600-euro-dopo-mesi-di-confronto-ora-parlano-i-numeri/
Questo dimostra che quando c’è volontà politica – sostenuta da un confronto sindacale serio e continuo – le risorse si trovano.»
È sufficiente per affrontare i problemi strutturali del sistema?
«No. È un segnale importante, ma non basta. Il problema delle liste d’attesa non si risolve solo con nuove apparecchiature o con interventi episodici. Si risolve valorizzando il personale in modo strutturale.»
In che senso valorizzando il personale?
«Significa stabilizzare gli organici, rendere attrattive le retribuzioni, investire sulle competenze e sull’organizzazione del lavoro. Le liste d’attesa sono prima di tutto un problema di disponibilità di professionisti. Senza personale sufficiente, nessuna riforma sarà efficace.»
Lei ha parlato anche di intramoenia come possibile leva organizzativa. Perché?
«Perché, se regolata in modo trasparente e con un organico dedicato, può ampliare l’offerta complessiva senza sottrarre energie all’attività istituzionale. L’obiettivo deve essere aumentare le prestazioni, non spostarle. Se vogliamo ridurre realmente le liste d’attesa, dobbiamo creare le condizioni perché i professionisti possano lavorare di più e meglio, in modo organizzato e sostenibile.»
Dove vede oggi le principali contraddizioni nella strategia regionale?
«Da un lato si investe giustamente sull’emergenza-urgenza. Dall’altro si destinano circa 300.000 euro l’anno per tre anni – quasi un milione complessivo – a progetti di reclutamento di infermieri dall’estero, mentre restano fermi interventi strutturali come quelli sugli alloggi a canone calmierato per il personale sanitario. Il caso che abbiamo da poco evidenziato su Niguarda (progetto pronto e finanziato e Regione che non autorizza) sa di incredibile. Se non rendiamo sostenibile la vita dei professionisti a Milano, continueremo a perdere attrattività.»
Il reclutamento dall’estero non può essere una risposta alla carenza di personale?
«Può essere una misura integrativa. Ma se diventa la soluzione principale, non affronta il nodo vero: stipendi non competitivi rispetto all’Europa, costo della vita elevato, carichi di lavoro importanti. Senza intervenire su questi fattori, il problema si ripresenta.»
Qual è il rischio concreto se non si cambia rotta?
«Un’erosione lenta. Professionisti che scelgono il privato o l’estero, giovani che non vedono prospettive, reparti che faticano a coprire i turni. Non è un crollo improvviso, ma un logoramento progressivo.»
In conclusione, in tempi di guerra e di bilanci sotto pressione, qual è la scelta politica da compiere?
«Decidere che la sanità non è una voce elastica ma un presidio di stabilità sociale. La qualità della vita passa dalla possibilità di curarsi in tempi ragionevoli e con professionisti motivati. Se comprimiamo questo pilastro, comprimiamo l’intero equilibrio della comunità.»
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