Presentazione del libro di Riccardo Riccardi “Gli Spilli del Banchiere”

Presentazione del libro di Riccardo Riccardi “Gli Spilli del Banchiere”

«Una volta presidenti e direttori generali di una banca venivano nominati dalle segreterie di partito. Ora dal fato e talvolta anche dalle capacità». Non è facile capire
se un presidente di banca in carica come Riccardo Riccardi, nel 2013, sia davvero malinconicamente distaccato dal lavoro che gli ha sicuramente fatto incontrare più «imitatori
e falsari» che «artisti della banca», come desiderava Luigi Einaudi.

Di certo Riccardi – mezzo secolo passato fra Milano e Roma, fra sportelli tradizionali e finanza innovativa – ha nostalgia di un mondo in cui «per diventare banchieri bisognava prima
essere bancari» e la manualità sviluppata fra carte carbone e calcolatrici meccaniche «era direttamente collegata al cervello». Si sente che gli mancano sia i
«banchieri che sapevano di latino» sia il «direttore di filiale arrivato al vertice».

Di sé, il presidente della banca della Nuova Terra, conclude – con un pizzico di auto-ironia – di essere stato un «banchiere nel sogno». Formula sottilmente utile a
descrivere il pacifico disincanto di chi ha sognato di fare il banchiere, così come si coltiva il sogno di fare il medico o il calciatore; ma anche la disillusione più amarognola
di chi – non unico e più da vicino – ha constatato che la finanza ultra-virtuale non è affatto sinonimo di «bel sogno».

Comunque sia andata, Riccardi non s’è affatto annoiato nelle stanze dei bottoni «dov’è uso bisbigliare come in confessione». La sua raccolta di «spilli»
è anzi una sfida aperta a chi riduce – più o meno intenzionalmente – la finanza un gigantesco algoritmo. E forse il gigantesco pasticcio nel quale la finanza si è cacciata
– e ha cacciato tutti noi – da qualche anno è legato proprio al fatto che i “bankers” hanno perso interesse e intuito per la vita reale che circonda banche e Borse.

Hanno smesso di ridere dei banchieri inglesi che in Italia e «pranzano con spaghetti per primo, lasagne per secondo, cappuccino per dessert». Hanno dimenticato in fretta tutte le
lezioni lasciate dallo «zio comunista», così simile al Migliore del Pci del dopoguerra: che forse non si sarebbe sorpreso o scandalizzato della caduta del Muro di Berlino, ma
avrebbe detto che si era sollevata era «polvere di stelle».

La finanza odierna ha perso il gusto delle vedove ricche e dei tassisti saggi, della democrazia rituale delle assemblee, di accademici che, da che mondo è mondo, in banca si chiamano
“tromboni”; di cavalieri del lavoro che sembrano macchiette come “travet” di Stato ma incarnano come tutti un ruolo preciso, ineliminabile. È una “commedia umana” che non perde mai
sostanza drammatica: e Riccardi – si sente – ha vissuto gli anni di Mani Pulite. È l’unica “tranche de vie” che chiama per nome e cognome, mentre – da vero banchiere – lascia ai suoi
lettori decrittare l’imperdibile storia di «sirenetto» che si nasconde nei panni di un giornalista scrittore “tra i più brillanti e colti”.

Di una sola cosa, alla fine, il banchiere «balzachiano» si mostra «deciso»: «Scelgo e sono cattolico. Dà il senso alla nostra civiltà
occidentale».

Riccardo Riccardi, Gli spilli del banchiere, Egea, Milano, pagg. 130,

 

Redazione Newsfood.com+WebTv

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