Più carne, birra e caffè, meno legumi e frutta secca. La tavola degli italiani dall’Unità ad oggi

Più carne, birra e caffè, meno legumi e frutta secca. La tavola degli italiani dall’Unità ad oggi

Dall’Unità d’Italia ai giorni nostri, viaggiando per la tavola.

Questo il lavoro svolto dalla dottoressa Aida Turrini, ricercatrice INRAN (Istituto nazionale di ricerca per gli alimenti e la nutrizione), presentata
durate “L’orto e la tavola, storia e cultura nell’alimentazione italiana”, incontro sul tema presentato da Inea (Istituto nazionale di economia agraria) alla Città del gusto.

Obiettivo dei ricercatori, ottenere dati certi sull’alimentazione nazionale per “Cancellare falsi miti come quello ‘un tempo si mangiava meglio” e
ricordare come “E’ spesso la tradizione e la cultura a rendere tipico e a dare identità nostrana ad una pietanza, ancor più della mera provenienza del cibo”.

Allora, in generale, spiega la dottoressa Turrini, il consumo di molti alimenti è diminuito nettamente, mentre quello di altri si è mosso nel verso opposto. Tra gli alimenti in calo, il risone, segale e orzo, granturco, legumi secchi, frutta secca, il vino e le carni ovine e caprine. Invece, è costante l’aumento delle dosi di carne, ortaggi e prodotti della dieta mediterranea.

Più in dettaglio, il trittico carne-frutta fresca-pomodori diventa sempre più presente (+ 20%-50% in media). La birra diventa bevanda
comune dagli Anni Settanta, di pari passo ad altri prodotti voluttuari, caffè e zucchero, ed altri più fondamentali, come pesce, latte e formaggi e carne suina, che iniziano a
diventare “roba di tutti” dagli Anni Cinquanta, arrivando ad un aumento medio superiore al 50%.

Storia radicalmente diversa per il caffè di cicoria e l’alcol anidro: col passare del tempo, sono praticamente scomparsi.

Anche l’orto ed i suoi prodotti meritano una visione particolare: sempre presente, questi hanno cambiato frequenza ed uso.

Si va così dalle ricette di di Pellegrino Artusi alle coltivazioni “scientifiche” di legumi (i volumi di Ingegnoli) agli orti di guerra fino alla modernità, dove l’orto urbano
è sia manifestazione di coscienza ecologica e di amore per il Km 0 che metodo per risparmiare sulla spesa.

Alberto Capatti, uno degli studiosi coinvolti, ricorda come l’idea dell’orto “vitale” “Nasce col fascismo, che nel 1928, finanziò l’Associazione naturista d’Italia considerando
l’ambiente una risorsa primaria per la salute e gli orti, che venivano affittati anche nelle periferie delle città, un bacino d’aria pulita”.

In conclusione, spiega Turrini, “Nell’arco di 150 anni, risulta evidente una diminuzione dell’importanza dei carboidrati, a favore dell’aumento del
contributo percentuale dei grassi e delle proteine, e una perdita di importanza della componente vegetale a favore della componente animale delle fonti di energia”.

Matteo Clerici

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