Olio italiano, il prezzo si avvicina a quello spagnolo: cosa stiamo rischiando di perdere
7 Ottobre 2026
Il differenziale tra extravergine italiano e spagnolo si è ridotto drasticamente. Ma dietro un prezzo che tende ad avvicinarsi ci sono due modelli produttivi e soprattutto patrimoni olivicoli profondamente diversi. L’allarme di Redoro: «Facciamo di tutto perché l’olio italiano si salvi». Intanto il Veneto istituisce un Osservatorio Olivicolo. Ma cosa stanno facendo le altre Regioni?
Newsfood ha dedicato negli anni particolare attenzione al mondo dell’olio extravergine di oliva, non soltanto come prodotto fondamentale dell’agroalimentare italiano, ma come espressione di territori, salute, cultura gastronomica, biodiversità e Made in Italy.
Per questo il dato arrivato dal mercato nei primi giorni di ottobre merita qualcosa di più della semplice registrazione di una quotazione.
Prendendo come riferimento i valori di Foggia e Jaén, appena 67 centesimi al chilo separano l’extravergine italiano da quello spagnolo: 4 euro contro 3,33 euro al chilo. Un differenziale che in precedenza aveva raggiunto anche 4-5 euro.
La domanda allora non riguarda soltanto quanto costa oggi un chilo d’olio. È molto più scomoda: se il prezzo dell’olio italiano si avvicina sempre più a quello dei grandi concorrenti internazionali, il mercato continuerà a riconoscerne la differenza?
L’allarme di Redoro: non possiamo diventare uguali agli altri

A porre la questione è Daniele Salvagno, presidente di Redoro Frantoi Veneti, azienda veronese che continua a puntare sulla filiera italiana.
«Facciamo di tutto perché l’olio italiano si salvi. Se il nostro extravergine arriva sul mercato quasi allo stesso prezzo di quello spagnolo dobbiamo chiederci che cosa stiamo facendo. L’Italia ha costruito la propria originalità su centinaia di varietà di olivo, territori diversissimi e una cultura dell’olio unica al mondo. Se rinunciamo a questa differenza per scimmiottare altri modelli produttivi, non possiamo poi stupirci se il mercato finisce per considerarci uguali».
Ed è proprio qui che il tema del prezzo incontra quello della biodiversità.
Secondo il CREA, l’Italia dispone di oltre 530 varietà coltivate di olivo al netto delle sinonimie, contro 272 della Spagna, 80 della Turchia e 52 della Grecia. Un patrimonio genetico che permette una straordinaria combinazione tra cultivar, territori, climi e caratteristiche organolettiche.
Non è folklore agricolo. È un possibile vantaggio competitivo.
Superintensivo: il problema non è la singola cultivar
Il confronto con la Spagna riapre inevitabilmente anche il dibattito sui modelli di coltivazione.
Gli impianti superintensivi consentono densità molto elevate, meccanizzazione della raccolta e riduzione dei costi. Per funzionare richiedono però cultivar con caratteristiche specifiche e il numero di varietà utilizzabili è inevitabilmente molto più limitato rispetto all’enorme patrimonio presente nell’olivicoltura tradizionale italiana.
Arbosana, di origine spagnola, e Koroneiki, greca, sono state tra le cultivar sulle quali si sono sviluppati questi sistemi. Successivamente la ricerca ha prodotto nuove soluzioni, tra cui Lecciana, nata dall’incrocio tra Arbosana e l’italiana Leccino e selezionata anche per l’adattamento agli impianti ad altissima densità.
La questione, quindi, non può essere banalizzata contrapponendo una varietà “buona” a una “cattiva”.
Il problema posto da Redoro è un altro: ha senso che l’Italia insegua esattamente sul loro terreno Paesi che possono produrre quantità enormemente superiori e a costi inferiori, rischiando contemporaneamente di indebolire la propria distintività?
«Se l’unico parametro diventa il prezzo al chilo, l’Italia ha già perso. La nostra risposta deve essere esattamente opposta: origine, biodiversità, qualità, tracciabilità e territorio. Sono queste le caratteristiche sulle quali dobbiamo costruire il valore dell’olio italiano».
Difendere l’olio significa anche continuare a investirci

C’è poi una questione di coerenza. Difendere l’olio italiano non può significare soltanto invocare il Made in Italy quando i prezzi scendono.
Occorre investire nella filiera, negli oliveti, nei frantoi e nei territori.
Redoro sta cercando di farlo anche sul Garda veronese. A Bardolino l’azienda ha recuperato un antico frantoio legato alla tradizione olivicola locale, un intervento che assume un significato particolare proprio mentre si discute di come conservare il patrimonio produttivo e culturale dell’olio italiano.
«Credere nell’olio italiano significa investirci. Non possiamo difendere il Made in Italy soltanto sull’etichetta: dobbiamo mantenere vivi oliveti, frantoi, produttori, varietà e territori».
Il Veneto crea un Osservatorio. E le altre Regioni?
Proprio in queste settimane il Veneto ha istituito l’Osservatorio Olivicolo Veneto, affidandolo a Veneto Agricoltura.
Non si tratta semplicemente di un organismo promozionale. L’obiettivo è costruire una conoscenza più precisa del patrimonio regionale: localizzazione e consistenza degli oliveti, caratteristiche agronomiche e fitosanitarie, individuazione dei conduttori, oliveti storici e monumentali e soprattutto aree maggiormente esposte al rischio di abbandono.
La legge regionale prevede 1,05 milioni di euro complessivi e attività fino al 2028.
È un modello che potrebbe essere interessante anche fuori dal Veneto.
Una ricognizione di Newsfood mostra infatti una situazione italiana ancora molto differenziata.
La Sicilia dispone già di un Osservatorio Vitivinicolo e Olivicolo-Oleario regionale, inserito nell’IRVO, l’Istituto Regionale del Vino e dell’Olio. Tra i suoi compiti figurano l’analisi del settore olivicolo-oleario regionale e lo studio delle politiche e delle strategie comunitarie, nazionali e regionali.
Nel Lazio il tema è arrivato nel 2026 sul tavolo del Consiglio regionale con una proposta per istituire presso ARSIAL un Osservatorio Olivicolo del Lazio. Il progetto prevede, tra l’altro, l’individuazione dei territori coltivati a olivo e di quelli abbandonati, l’analisi delle criticità fitosanitarie e la programmazione di interventi per il comparto.
Diversa, ma particolarmente significativa, l’esperienza della Puglia, dove l’emergenza Xylella ha reso indispensabili strumenti conoscitivi molto avanzati. La Regione dispone di un Catasto olivicolo delle aree colpite, basato anche sulla localizzazione delle singole piante e sul loro stato, collegato al Piano straordinario per la rigenerazione olivicola.
Non sono strumenti identici. Ma il principio che li accomuna è importante: prima di decidere come salvare l’olivicoltura italiana bisogna sapere esattamente che cosa abbiamo, dove si trova, in quali condizioni è e che cosa rischiamo di perdere.
Un patrimonio che non si ricostruisce in pochi anni
Forse è questo il punto più importante sollevato dal crollo del differenziale di prezzo.
L’Italia può innovare i propri impianti, aumentare la produttività, sperimentare nuove cultivar e rendere più efficiente la raccolta. Anzi, per rimanere competitiva in molti casi dovrà farlo.
Ma innovazione e omologazione non sono necessariamente la stessa cosa.
L’Italia possiede un patrimonio olivicolo che si è formato in secoli di adattamento delle varietà ai territori. Se una cultivar locale scompare, se un oliveto viene definitivamente abbandonato o se chiude un frantoio storico, non basta una nuova campagna di marketing per ricostruire ciò che è andato perduto.
Da qui il giudizio positivo del presidente di Redoro sull’esperienza veneta: «Bene l’Osservatorio Veneto e benvenuta ogni iniziativa che aiuti a non smarrire questa ricchezza. Ma il punto decisivo è riuscire a far comprendere al mercato perché l’olio italiano è diverso. Se produttori, istituzioni e imprese non riusciranno a difendere e raccontare questa distintività, non sarà soltanto il differenziale di prezzo a scomparire: rischierà di scomparire la ragione stessa per cui un consumatore sceglie e paga un olio italiano».
Ed è probabilmente questa la vera sfida: non dimostrare che l’olio italiano deve costare di più perché è italiano, ma spiegare e dimostrare perché può valere di più.
Articolo aggiornato al 6 ottobre 2026. Gli articoli pubblicati sono realizzati a firma dell’Autore, o della Redazione, con il supporto di strumenti di Intelligenza Artificiale per attività di ricerca, organizzazione e revisione. L’impostazione editoriale, la selezione delle fonti e la responsabilità dei contenuti sono della Redazione Newsfood.






