New York Times sfotte l’olio extravergine e l’Italia: chi risponde?

New York Times sfotte l’olio extravergine e l’Italia: chi risponde?

Milano, 28 gennaio 2014
Qui le vignette:
https://www.nytimes.com/interactive/2014/01/24/opinion/food-chains-extra-virgin-suicide.html?_r=0.

(Nicholas Blechman è l’art director del  New York Times Book Review ed ha utilizzato come fonte  il blogTruth in Olive Oil gestito da Tom Mueller autore del libro
“Extraverginità” sullo scandaloso mondo dell’olio di oliva)
 

Ecco cosa ne pensa Franco Vergnano
giornalista economico (Sole 24 Ore), editorialista de L’Impresa e docente universitario a contratto

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Come spesso succede, la stampa anglosassone prova un piacere sadico a parlare male dell’Italia, specialmente quando possono inzuppare il biscotto in qualche tipo di frode o di “malavita”. Anche
l’ultima vignetta del New York Times sull’olio d’oliva non manca di disegnare personaggi con la mascherina nera sugli occhi, come la mitica banda Bassotti di Walt Disney.
Il fumetto sull’Extra Virgin Suicide fa di tutta l’erba un fascio. E mette insieme – con una consumata abilità giornalistica che porta a mistificare e travisare la realtà dei fatti
– mezze verità e mezze bugie, facendo man bassa di tutti gli stereotipi più usurati e triti sul made in Italy. Compreso quello sui Carabinieri dei Nas che, invece di basarsi sugli
esami di laboratorio, preferiscono fidarsi del loro “naso”: e qui – neanche troppo sottintesa – c’è anche una deriva razzista. Come dire che i nostri Carabinieri – venendo quasi tutti dal
Sud – “conoscono” il vero sapore dell’olio di oliva!!!! E poi, in Usa, parlano di “polically correct”!

Venendo nel merito. Il New York Times mischia due aspetti completamente diversi tra di loro. Il primo è che l’Italia importa l’olio d’oliva dagli altri Paesi del Mediterraneo, lo lavora,
lo miscela, lo “conserva” in maniera appropriata (tenendolo ad esempio al riparo dalla luce, esponendolo il meno possibile all’aria dove perde i preziosi polifenoli, e lo mette in un packaging
decente, il tutto mantenendo sempre il prodotto a una temperatura adeguata) e – infine – lo riesporta.

Fin qui nulla di male. Tutto nel rispetto delle leggi di mezzo mondo (FDA compresa) e delle normali relazioni commerciali. Vale anche la pena di ricordare che un famoso produttore di pasta
ripiena che è sbarcato negli Stati Uniti, dopo aver visitato le aziende del settore, è stato costretto – volendo avere uno stabilimento “a posto” sotto tutti i punti di vista,
specie quello sanitario – a costruirsene uno nuovo, partendo dal “green”.

Gli Stati Uniti (ed è solo uno dei mille esempi che si potrebbero avere) non fanno ad esempio la stessa cosa con i preziosi vitigni, “importati” dagli altri Paesi e poi messi a dimora
nelle varie Napa Valley californiane? Le aziende della Silicon Valley, ad esempio la Apple, non importano forse i chip e mille altri componenti dall’Asia? Per non parlare del rame. C’è
addirittura scappato un colpo di Stato pur di assicurarsi l’oro rosso cileno, non per tesaurizzarlo, ma per utilizzarlo nella manifattura.
E quanti Paesi importano materie prime (come appunto le olive), le lavorano e le riesportano?

I francesi non hanno forse strapazzato per lustri i mercati internazionali del vino utilizzando le navi in bulk provenienti dai vigneti siciliani, calabresi e pugliesi?
La meccanica strumentale italiana potrebbe forse raggiungere i livelli di eccellenza mondiale che tutti gli riconosco senza gli acciai speciali comprati in Germania? Infine, anche le navicelle
spaziali della Nasa contengono qualche “pezzo” o componente – peraltro particolarmente sofisticato – costruito in Italia dalle aziende italiane con i macchinari e la manodopera italiane.

C’è poi da ricordare – en passant – che l’Italia è leader assoluta a livello mondiale nei macchinari per la lavorazione dell’olio e per il suo confezionamento.
Sul punto della legittimità della lavorazione di prodotti “nati” in altri Paesi – o meglio ancora dell’integrazione della produzione nazionale con altre cultivar – non ci possono quindi
essere dubbi.

Completamente diverso, invece, il discorso sulle “frodi” alimentari. E qui, cari amici americani, sfondate una porta aperta. Avete assolutamente ragione a dire – con noi e all’unisono – che la
concorrenza “grigia” e sleale danneggia non solo i produttori onesti, ma anche i consumatori. Anche se sempre più spesso il cliente sa premiare il prodotto di qualità – magari la
monocultivar autoctona o “etrusca” come il Canino – è altrettanto vero che il “prezzo commerciale medio” dell’olio tende a non aumentare.
Mentre la cosa può danneggiare alcuni agricoltori, quelli che hanno saputo essere più attenti ai costi e realizzare nei loro campi e nei loro impianti (o nei canali di
distribuzione) una maggior “produttività industriale” risultano ancora essere competitivi sui mercati. Cioè i giudici ultimi di ogni produttore.

Tuttavia, vale il vecchio adagio di chi vede la pagliuzza nell’occhio degli altri e non la trave nel proprio. Quanti sono – negli Stati Uniti – i produttori di “falso made in Italy”?
Non parliamo dell’iperinflazionata pizza (magari ai “pepperoni”, almeno lo spelling, please) sulla quale molte grandi catene americane fanno utili a palate.
Vogliamo contare i miliardi di euro di agroalimentare “italian sounding”, dal “parmesan” in avanti?
O vogliamo andare nei lussuosi mall di Santa Monica (ad esempio su San Vicenti boulevard) dove spacciate per “champagne francese” (con tanto di nome e di etichetta) un “vino frizzante” che di
francese ha solo la “livrea”, anche se in verità deriva da un ottimo chardonnay, lavorato bene, e ad un prezzo accessibile)?

Per rimanere alla vecchia Europa, saranno invece meglio le “mozzarelle blu” (avvelenatrici) che la calvinista e granitica terra di Prussia vorrebbe esportare in Campania, facendosi un baffo dei
regolamenti Ue?
Vogliamo dirla tutta, in maniera anche un po’ brutale?
Senza essere accusato di sfruttare un luogo comune, mi sia concesso di esclamare: è proprio vero che tutto il mondo è paese, come diceva mia nonna.

Nelle scorse settimane anche New York ha “scoperto” che tra i valorosi (sia detto senza sarcasmo alcuno, ma con il rispetto dovuto a chi ha rischiato la vita per i terrorismo) pompieri dell’11
settembre, c’erano dei “falsi invalidi”. E non veniteci a dire che erano tutti italo-americani (e magari provenienti dal nostro Mezzogiorno)!!!
 
Franco Vergnano | Il Sole 24 ORE – Economia italiana | › via Monte Rosa 91 – 20149 Milano |  

Ecco il comunicato di Coldiretti:
Da: Coldiretti – Relazioni Esterne  
Oggetto: MADE IN ITALY: COLDIRETTI, NEW YORK TIMES “SFOTTE” ITALIA SU TRUFFE OLIO
Data: 28 gennaio 2014 09:31:57 CET

N.62 – 28 Gennaio 2014
 
MADE IN ITALY: COLDIRETTI, NEW YORK TIMES “SFOTTE” ITALIA SU TRUFFE OLIO
Un lungo fumetto sul “suicidio” dell’extravergine nazionale esportato in tutto il mondo
 
Le truffe dell’extravergine in Italia diventano fumetti sul New York Times dove si deridono gli inganni del falso Made in Italy che stanno provocando il “suicidio” della prodotto simbolo della
dieta mediterranea. E’ quanto afferma la Coldiretti nel commentare le vignette di Nicholas Blechman dal titolo “Il suicidio dell’extravergine – l’adulterazione dell’olio di oliva italiano” che
illustrano con una serie di 15 disegni la produzione nazionale di extravergine come un covo di truffatori, protetti dal potere politico, che importano olio dall’estero da adulterare e miscelare
con quello nostrano per poi spacciarlo come Made in Italy, in barba anche alle forze dell’ordine
 https://www.nytimes.com/interactive/2014/01/24/opinion/food-chains-extra-virgin-suicide.html?_r=0.

Nicholas Blechman è l’art director del  New York Times Book Review ed ha utilizzato come fonte  il blog Truth in Olive Oil gestito da Tom Mueller autore del libro
“Extraverginità” sullo scandaloso mondo dell’olio di oliva.
 
Secondo il prestigioso giornale internazionale la maggioranza dell’olio di oliva venduto come italiano proviene in realtà da Paesi come Spagna, Marocco e Tunisia che esportano in Italia
dove arrivano anche olio di soia ed altri oli di bassa qualità che vengono etichettati e contrabbandati come extravergini di oliva. La serie di vignette – riferisce la Coldiretti – spiega
che l’Italia è il principale importatore mondiale di olio e che nelle raffinerie italiane l’olio di oliva è miscelato con oli meno costosi e dopo l’aggiunta di beta-carotene per
mascherare il sapore e di clorofilla per dare colore, viene imbottigliato ed etichettato come extravergine Made in Italy. Le bottiglie sono spedite in tutto il mondo ed anche in Paesi come gli
Stati Uniti, dove si dice che il 69 per cento delle bottiglie vendute si ritiene manipolato. Nonostante il fatto che uno speciale corpo dei Carabinieri sia addestrato per scovare l’olio
adulterato ed i ripetuti raid dei diversi corpi di polizia nelle raffinerie, gli industriali sono raramente perseguiti anche perché molti possono contare su legami con potenti
rappresentanti del mondo politico. Il risultato di tutte queste frodi sono i bassi prezzi dell’olio di oliva italiano che di sta di fatto suicidando, conclude laconicamente il New York
Times.
 
Il racconto del New York Times – sottolinea la Coldiretti – riporta una realtà, purtroppo già nota e denunciata, di numerose frodi e contraffazioni come quella scoperta recentemente
dalla Guardia di Finanza in Toscana che ha portato al sequestro di 8 milioni di bottiglie di olio di oliva destinato al mercato, con una origine e qualità diverse da quelle presentate. A
fronte di questi fenomeni sotto il pressing della Coldiretti è stata approvata nel febbraio 2013 la cosiddetta legge “salva olio” che contiene misure di repressione e contrasto alle frodi
e di valorizzazione del vero Made in Italy. Ancora oggi la legge non risulta pienamente applicata per l’inerzia della pubblica amministrazione e per l’azione delle lobby industriali denunciate
dallo stesso New York Times, a livello nazionale e comunitario. Ora – continua la Coldiretti – c’è la possibilità in Parlamento nella discussione in corso sulla legge comunitaria di
approvare uno specifico emendamento diretto ad risponderer alle osservazioni dell’Unione Europea ed a rendere operativa la norma, ripristinando tra l’altro il tappo antirabbocco a tutela del vero
extravergine italiano anche nella ristorazione. L’Italia ha dunque l’occasione – afferma la Coldiretti – di ricostruire una credibilità internazionale e di salvaguardare il mercato di una
primaria realtà economica, occupazionale ed ambientale contro il rischio di quello che il New York Times ha chiamato il suicidio del Made in Italy
 
L’Italia – continua la Coldiretti – è il secondo produttore mondiale di olio di oliva dopo la Spagna con circa 250 milioni di piante su 1,2 milioni di ettari di terreno ma è
anche  il principale importatore mondiale. Il fatturato del settore è stimato in 2 miliardi di euro con un impiego di manodopera per 50 milioni di giornate lavorative. Le esportazioni
italiane di olio di oliva nel 2013 sono state pari a oltre 1,2 miliardi di euro e gli Usa – conclude la Coldiretti – rappresentano il principale mercato extracomunitario.
 

Redazione newsfood.com

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