Le professioni museali tra normativa e gestione

By Redazione

Archeologia e legislazione. Le Carenze normative, la formazione e le prospettive lavorative degli addetti ai «beni archeologici».

È evidente a tutti la sproporzione tra un’offerta professionale e formativa piuttosto ampia, ed un indice di occupazione molto basso nel settore dei beni culturali in Italia.

In passato non sono mancate valutazioni del mercato dei consumatori culturali in un’ottica di marketing, tuttavia, le cause principali del cattivo funzionamento di questo «meccanismo
produttivo» sembrano piuttosto da ricercare attraverso un’analisi del mercato del lavoro, sottolineando il valore delle risorse professionali in questo ambito.

La diagnosi del problema, dunque, si embrica più strettamente con il vuoto normativo per l’assenza, denunciata da tempo dalla stessa Associazione Nazionale Archeologi, di una precisa
definizione delle professionalità impegnate nel settore e, conseguentemente, dei requisiti necessari a svolgerle e delle relative modalità di impiego.

La tipologia contrattuale di questi lavoratori è sostanzialmente riconducibile a due formule: quella del pubblico impiego, disciplinata ormai dai contratti collettivi nazionali e locali,
e quella dell’affidamento di incarichi a liberi professionisti.

Per i dipendenti pubblici la non rispondenza specifica dei profili professionali alle nuove esigenze di gestione museale e, per tutti gli altri, l’assenza di associazioni di categoria e di un
organo nazionale o regionale di controllo tecnico, confermano una situazione problematica nei due ambiti lavorativi.

Restringendo il campo alla sola «realtà dei musei», si amplificano una serie di problematiche pertinenti in forma più generale alla normativa dei beni culturali. Non
sussiste, infatti, un’autonomia del museo statale dalla soprintendenza dal punto di vista organizzativo e finanziario, per cui le relative piante organiche sono adattate secondo un criterio che
il più delle volte non risponde alle effettive esigenze del singolo istituto museale.

D’altro canto, le carenze di fondi per i musei locali implicano il ricorso crescente alla esternalizzazione dei servizi, con una conseguente richiesta di flessibilità e debole
identità professionale per i lavoratori.

Con la riforma costituzionale del 2001, la rescrittura del Titolo V, parte seconda, ha introdotto una divisione tra la potestà legislativa statale in merito alla tutela, e quella a
concorrenza regionale concernente la valorizzazione dei beni culturali.

Anche alla luce delle interpretazioni di questa norma costituzionale si è tentato, quindi, di individuare quale delle due funzioni esplichi in forma prioritaria il museo, fermo restando
che sul piano legislativo la gestione dei musei rappresenta una materia a sé e, in quanto tale, è attribuita alla competenza «residuale», ovvero di piena
potestà delle Regioni (quarto comma dell’art. 117), eccetto per quelli che resteranno affidati alla gestione diretta dello Stato, mentre sul piano amministrativo (art. 118) le funzioni
attinenti alla gestione vedono protagonisti gli enti locali, secondo i criteri di sussidiarietà, adeguatezza e differenziazione.

Pur nell’ottica dei diversi modelli gestionali, via via aperti a forme di «partecipazione» e di esternalizzazione, un vero cambiamento non potrà prescindere da una diversa
organizzazione e strutturazione dei professionisti e di quanti prestano la loro opera nel e per il museo.

Non è un caso che, nella formulazione di standard di gestione per i musei da parte della commissione paritetica nazionale composta da rappresentanti del Ministero e degli enti
territoriali, concretizzatasi nell’ Atto di indirizzo Ministeriale (D.M. 10 maggio 2001), un intero ambito, il IV, sia dedicato al personale.

In esso si stabilisce la priorità dell’indicazione delle funzioni del singolo museo, a cui fa seguito l’individuazione delle professionalità atte a perseguirle assolvendo le
attività specifiche a diversi livelli di responsabilità.

Il tentativo di coniugare le direttive internazionali con le esigenze italiane prende infine forma con la stesura della Carta Nazionale delle Professioni Museali nel 2004.

In essa si riconoscono quattro grandi ambiti gestionali coordinati dalla figura del Direttore, ai quali afferiscono la ricerca, la tutela, la conservazione, la gestione, la valorizzazione,
nonché la formazione e le attività tecnico/operative, di cui si occupano, rispettivamente, professionalità ad elevata specializzazione scientifica ed operatori tecnici.

Allo stato attuale, risulta dunque fondamentale lo sviluppo di una coscienza professionale e di un ambito specifico di ricerca e formazione. Quanto alla prima, è indispensabile un
approccio ai beni ed alla cultura della conservazione, che abbandoni la logica finanziaria dell’utile immediato, privilegiata nello scorso decennio dal miglioramento dei soli servizi di
fruizione.

Il riconoscimento professionale degli operatori nel settore necessita di una educazione al valore del patrimonio, da perseguire attraverso l’integrazione dei percorsi formativi scolastici con i
servizi didattici museali e con il coinvolgimento delle agenzie di informazione per la sensibilizzazione dell’opinione pubblica.

Il processo per cui la società costruisce la propria memoria attraverso la ricerca, la conservazione e la comunicazione del suo spessore culturale, infatti, è comprensibile solo
se proiettato sul lungo termine.

D’altro canto, l’aspetto della formazione andrebbe meglio coadiuvato tra le istituzioni, quali università e soprintendenze, e gli enti, come regioni e province (tra le altre cose
preposti alla formazione tecnico/operativa ed all’orientamento professionale), per raccordare un mercato del lavoro in cui domanda ed offerta risultano oggi assolutamente scollate.

Sabrina Mutino

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