Le famiglie invecchiano, le imprese anche – Workshop Bankitalia sulle imprese familiari
7 Ottobre 2026
Le imprese familiari tra demografia e finanza: Workshop di Bankitalia su demografia, finanza e imprese familiari
7 ottobre 2026
A cura di ASSOEDILIZIA informa
Le famiglie invecchiano, le imprese anche
Workshop di Bankitalia su demografia, finanza e imprese familiari
Il direttore della sede milanese della Banca d’Italia, Giorgio Gobbi, ha introdotto con parole preoccupate il workshop “Le imprese familiari tra demografia e finanza”, svoltosi a Milano il 7 ottobre.

Pur muovendo da ambiti diversi, ha detto Gobbi, i tre studi che vengono presentati convergono sul fatto che si tratti di un capitale difficile da trasferire e replicare, non tutti sono in grado di preservare e valorizzarlo. Come le altre, le imprese familiari hanno bisogno di capitali esterni per crescere e questo si rende necessario quando i cambiamenti demografici costringono a cambiare il controllo.
Il rettore della Bocconi Francesco Billari ha illustrato una situazione definita eccezionale con dei numeri: la popolazione mondiale è la maggiore della storia del mondo; la durata media della vita, 73 anni, è la più lunga della storia e il mondo è quindi in una situazione di salute anche se non è mai stato così anziano come oggi, con il 10% oltre i 65 anni: in oltre 120 anni abbiamo guadagnato 40 anni.

La demografia è in livello di equilibrio, persino in India è sotto il 2 e le dimensioni medie delle famiglia sono le minori della storia;; un quarto dei giovani ha un titolo di studi terziario; chi vive al di fuori del proprio paese di nascita è, in numero complessivo (300 milioni) il più alto in assoluto ma non in percentuale nella storia; l’urbanizzazione è al più alto livello della storia. In Italia questi record ci sono tutti, ha detto Billari, tranne quello sulla popolazione, con 60 milioni (non è il dato più alto della storia) e con il 37% di single: le dimensioni medie della famiglie sono minime e il 25% della popolazione è composto da anziani.
Tutte situazioni da record a livello italiano e mondiale.
Ma le istituzioni non sono state disegnate per questo mondo, si pensi solo alle cariche a vita, disegnate per una vita media di 70 anni. La bassa fecondità con un tasso dell’1,14 (nel 95-96 era uguale poi è sceso).
Picco delle nascite nel 1964, oltre 1 milione a fronte di 355mila nel 2025. Abbiamo quindi poche persone in età riproduttiva. C’è quindi una riconfigurazione delle famiglie, anche con costituzione di nuove famiglie. Le famiglie di single andranno a occupare il 40% del totale.
Dalla scarsa diversità generazionale si è passati alla compresenza tra generazioni a livello sociale. Nel 2045 avremo molti 81enni, con effetti anche elettorali: così tra promuovere le pensioni e gli asili nido la colazione elettorale si presenterà diversa, tendendo alla prima opzione.
Corea e Giappone, Paesi a bassa natalità come l’Italia, hanno il 70% dei laureati (soprattutto nel settore tecnico) mentre l’Italia (dati 2021) è sotto il 30 per cento e questo non è comune tra Paesi nostri competitor. Quindi Corea e Giappone hanno utilizzato il calo demografico per investire nel capitale umano, hanno mandato le persone all’università senza fermarsi all’istituto tecnico (questo anche in Cina), che è al 70% dei laureati.
I Paesi che hanno già di base tanti laureati attirano i migranti laureati, in Canada (area di Vancouver) più della metà dei laureati residenti hanno completato gli studi altrove.
L’Italia è comunque tra le nazioni più desiderate dai migranti, quindi è un segno di attrattività.
Il mondo sta andando in città: nei prossimi anni la crescita a livello rurale segna zero.
Quanto alle imprese familiari, con una popolazione in calo sarà sempre più difficile trovare lavoratori e l’allungamento della vita media provoca la crescita di imprenditori che un tempo avrebbero lasciato il timone e oggi si sentono in gamba.
La parola è passata al pool di studiosi che hanno elaborato i lavori di ricerca. Francesco Bripi (sede di Milano della Banca d’Italia) ha illustrato il tema dei soci giovani nelle imprese familiari, sviluppato con Gobbi, citando il caso, giudicato tardivo, della successione di Warren Buffet, che a 91 anni ha passato il timone a un figlio di 71 e a un Ad di 64. Il 70% delle imprese con un fatturato sino a un milione sono familiari se si considera il permanere dello stesso cognome tra i soci. Imprese con soci di controllo giovani (tra i 18 e i 37 anni) sono il 6,7%, quelle con soci di controllo anziani sono il 13% e il resto sono intermedie. Le imprese familiari giovani sono comunque più giovani come nascita e hanno una crescita maggiore e non perché i giovani scelgono imprese più performanti ma perché sono i giovani a essere più performanti. Occorre quindi considerare l’età dei soci di controllo e non solo degli Ad.
Silvio Vismara (Università di Bergamo) ha approfondito la ricerca, spiegano come questo “non sia un Paese per soci giovani”, che rispetto ad altri Paesi è piuttosto bassa, anche se le imprese con soci giovani crescono il doppio delle altre. Un anno di ritardo nella successione costa al sistema Italia in termini di investimenti, a fronte del dato che nel passaggio dei controllo ai giovani (comunque ridotto all’1,2% dei casi), anche se oltre il 18% di loro è estraneo alla famiglia, gli investimenti salgono.
Fabio Quarato (Università Bocconi) ha presentato la ricerca “Does Socio Emotional Wealth Continuity Matter? The Role of Owner Alignment in Family Firms Acquisitions” (sono state analizzate 12mila imprese), partendo dal dato che il 6% delle operazioni di cessione di imprese familiari è stato oggetto di passaggio di controllo a un’altra azienda familiare. Quando avviene il trasferimento di controllo bisogna capire che ci sarà un maggior fit valoriale con cui l’impresa si andrà a integrare (owner similarity). Spesso si verifica con il permanere della famiglia cedente con un capitale intorno al 30-33 per cento, scelta dannosa quando l’acquirente è un’azienda non familiare, al polo opposto la situazione il cui il passaggio del controllo è tra aziende familiari, con un punto di Roe in più. Nella due diligence occorre capire quali sono gli asset che si sta comprando e la loro integrazione. Mentre il buyer non familiare che chiede al venditore di restare per la transizione ma è uno scenario rischioso e con molti paletti da concordare.
Chiara Mussida (Università Cattolica) ha illustrato in veste di discussant l’importanza della socioemotional wealth in questo contesto, comunque difficile da quantificare in termini economici.
Salvatore Sciascia (Liuc) ha presentato l’indagine su “Private Equity e Family Business: Governance e Crescita”, realizzata con Anna Gervasoni (rettore della Liuc) e altri. La ricerca, dedicata non alla redditività ma alla crescita del fatturato, ha dimostrato che le famiglie sono spesso intimorite dal modello del private equity mentre i fondi temono i conflitti di famiglia e le piccole dimensioni. Ma nel 2023-2024 le imprese familiari hanno registrato per la prima volta una battuta d’arresto. Da questo dato l’indagine si è allargata a tutti i livelli della governance quando la famiglia esce dal management in caso di acquisizione da un fondo: il tasso di crescita è inferiore, quindi la proprietà familiare sembra che vada preservata. Però un risultato opposto si ottiene in altri settori, ed emerge che il Cda vada invece aperto al fondo e ad altri soggetti, ponendo un freno al nepotismo che spesso danneggia le imprese familiari. Sostituire il leader familiare riduce invece i benefici.
Il discussant Josip Kotlar (Politecnico di Milano) ha rilevato che il 75% dei casi di private equity sono stati di azienda familiare, a fronte del fatto che la famiglia non necessariamente scompare perché porta competenze di governo e manageriali; occorre quindi valutare quale sia il modo migliore di valorizzarne le competenze. Le famiglie aprono al capitale per alimentare la crescita ma anche per contrasti familiari o per mantenere una famiglia più unita e non troppo ramificata alla guida dell’azienda. E bisogna chiedersi che tipo di famiglia si vuole diventare, e in questo contesto l’apertura al private equity può offrire molte opportunità per un rilancio della famiglia stessa e di una nuova fase imprenditoriale.
Il workshop si è concluso con la tavola rotonda “Prospettive delle imprese familiari in italia”, moderata da Marco Ferrando (Vicedirettore, Avvenire) con Tommaso Fossati (Co-Chair FBN NxG Community e Comitato Giovani AIDAF), Sauro Mocetti (Dipartimento di Economia e Statistica, Banca d’Italia), Valeria Negri (Direttore Settore Centro Studi, Territorio e Ambiente, Assolombarda) e Umberto Nobile (Private Equity Leader, Ernst & Young Italia).
Le conclusioni sono state affidate a Andrea Brandolini (Capo Dipartimento di Economia e Statistica, Banca d’Italia).
di Saverio Fossati
Foto cover: Sede Banca d’Italia Milano
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